FRATELLI BOCCA, Lìbrai-Editori - TORINO, Vìa Carlo Alberto, 3 - MILANO - ROMA
BIBLIOTECA DI SCIENZE MODERNE
(Eleganti volumi in 8°)
1. SERGI. Africa. Antropologia delle stupe camitica. Con 118 fìg. ed
una carta .................... L. 10. ���
2. NIETZSCHE. Al di là del bene e del male. Preludio d'una filosofia
dell'avvenire. ��� 5' edizione .............. " 8. ���
3. ZINI. Proprietà individuale o proprietà collettiva? (Soltanto più
copie legate) ................... " 9. ���
4. VERWORN. Fisiologia generale. ............ (esaurito)
5. CICCOTTI. Il tramonto della schiavitù nel mondo antico . . . (esaurito)
6. VILLA. La psicologia contemporanea. 2a ediz. ........ " 12. ���
7. NIETZSCHE. Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno.
5a edizione .................. .7» 10. ���
8. SERGI. Specie e varietà umane. Con molte figure. (Soltanto copie
legate). ............ ........." 8. ���
9. BARATTA. I terremoti d'Italia. Con 136 sismocartogrammi. (Soltanto
copie legate) ................... " 25. ���
10. SPENCER. I primi principî. ��� 4a ediz. ......... (m preparaz.)
11. STIRNER. L'unico. Con introduzione di E. ZOCCOLI. ��� 3a ediz. . " 20. ���
12. DE MICHELIS. Le origini degli Indo-Europei.. ....... " 15. ���
13. SPENCER. Fatti e commenti (Soltanto copie legate) ....." 10. ���
14.
SERGI. L'origine dei fenomeni psichici e
il loro significato bio-
logico ....... .............
(esaurito)
15. SPENCER. Introduzione alla scienza sociale ........ " 9. ���
16. ��� Le basi della morale ........ ....... " 7. ���
17. JAMES. La coscienza religiosa ...... ...... (esaurito)
18. SPENCER. Le basi della vita .............. " 10. ���
19-20. PIERSON. Trattato di economia politica. ........ (esaurito)
21. HARNACK. La missione e la propagazione del cristianesimo nei
primi tre secoli ................. " 14. ���
22. NIETZSCHE. La gaia scienza .............. (esaurito)
23. SPENCER. L'evoluzione della vita ............ " 7. ���
24-25. HOFFDING. Storia della filosofia moderna. Due volumi. -
2d edizione . ...... ........... " 25. ���
26. ZOCCOLI. L'anarchia. Gli agitatori, le idee, i fatti ....... 14. ���
prezzi
devono essere aumentati del 30 % ad
eccezione di quelli in-
dicati netti.
L'UNICO
Brought to you by
The Egoist Archive
D. T. Davis
Version 1.0
M. STIRNER
L'UNICO
VERSIONE DAL TEDESCO
CON UNA INTRODUZIONE
DI
ETTORE ZOCCOLI
TERZA EDIZIONE

TORINO
FRATELLI BOCCA. EDITORI
Librai di S. M. il Re d'Italia
ROMA MILANO
Corso Umberto I, 216-217 Corso Vitt Eman., 21
1921
PROPRIETÀ LETTERARIA
Sancasciano-Pesa ��� Stab. Tipo-Lit Stianti.
Introduzione Pag. ix
lo ho riposto le mie brame nel nulla Pag. 1
PARTE PRIMA. ��� L'UOMO.
I. ��� Una vita umana Pag. 7
II ��� Uomini del tempo antico e moderno » 13
1. ��� Gli antichi » id.
2. ��� I moderni » 22
§ 1. ��� Lo spirito » 24
§ 2. ��� Gli ossessi » 30
Il regno dei fantasmi » 35
Un ramo di pazzia » 38
§ 3. ��� La gerarchici » 60
3. ��� I liberi » 89
§ 1. ��� Il liberalismo politico . . » id.
§ 2. ��� Il liberalismo socialista. .... » 106
Il liberalismo umano » 114
PARTE SECONDA. ��� IO.
1. ��� L'originalità . Pag. 141
2. ��� L'individuo proprietario » 156
3. ��� La mia potenza » 168
4. ��� i miei rapporti » 191
La mia gioia » 293
III ��� L'Unico » 331
SOMMARIO.
��� I. La presente traduzione dell'opera dello Stirner.
��� Primi studi
relativi a quest'opera:
Saint-René Taillandier; Th.
Funck-Brentano. ��� Inter-
preti e
divulgatori successivi: F. Nietzsche; J.
H. Mackay. ��� Posizione
dello Stirner
relativamente agli agitatori anarchici: M.
Bakounine; P. Kro-
potkine; B. R.
Tucker; L. Tolstoi. ��� Gli agitatori
minori: un opuscolo stir-
neriano di J.
Most. ��� M.
Stirner e P. -J.
Proudon. ��� II - I precedenti
dell'ateismo
stirneriano: La vita di Gesù di D. F.
Strauss; i lavori di F.
C. Baur;
L'essenza del Cristianesimo di L.
Feuerbach. ��� L'umanismo
del
Feuerbach.
��� La giorane
Germania e G. Marr. ��� La vita e gli
scritti dello
Stirner. ���
III. - Le idee dello Stirner; la negazione
religiosa; la negazione
dello Stato; l'individuo. ��� IV. -
Compito degli studiosi dello Stirner.
Se
nell'editore della presente traduzione io avessi veduto l'in-
tento
palese, o anche semplicemente tacito, di rendere, come si
dice,
popolare l'opera dello Stirner, non
avrei assolutamente aderito
alla domanda
di scrivere questa introduzione. E per due ragioni;
prima di tutto
perchè, in simile caso, avrei dovuto preoccuparmi
di
opporre allo Stirner un contradditorio,
ciò che è difficilissimo
in molte pagine e
impossibile in poche; e secondariamente perchè,
quanto più
le forze di uno studioso sono modeste, tanto meno ha
il dovere di
rendersi responsabile della diffusione di dottrine, alle
quali la
propria coscienza gli comanda nel modo più assoluto di
non
partecipare.
Ma
qui, per buona ventura, siamo nel campo sereno della
scienza.
L'editore Bocca, ponendo mano alla presente traduzione,
mi ha
fatto l'onore di interpretare un voto che io formulai già
altrove,
scrivendo a lungo dello Stirner stesso.
Ed il voto era che
la cultura italiana, per preparare valevolmente
il terreno alla
��� X ���
valutazone
critica delle dottrine che esorbitano dal cérchio
delle
normali acquisizioni scientifiche, cominciasse con averne
una cono-
scenza esatta e scrupolosa ossia di prima mano. In tal
modo il
danno della cognizione imperfetta di una dottrina,
quale avver-
rebbe diffondendola con intendimenti di propaganda
dogmatica, si
converte nel pieno vantaggio di una cognizione
consapevole, che
porge il filo direttivo per valutarne F
intimo significato astratto e
le più
sottili derivazioni pratiche.
Per
nessun autore, meglio che per lo Stirner
era necessaria e
doverosa questa
premessa. Egli ci trasporta nel centro di una
così assurda
concezione della vita, che raggiunge, prima di tutto,
e come mai
nessuno meglio ha saputo, lo scopo immediato di di-
sorientare la
mente del lettore. Tutti senza eccezione gli studiosi
dello
Stirner, anche i
non deliberatamente apologetici, tradiscono
questo strano
asservimento alla attrazione allucinatoria che si
dilata dalle
dottrine di lui.
Il
primo scrittore, per esempio che fece conoscere alla Fran-
cia,
appena un paio d'anni dopo la sua comparsa in Germania
(la quale
accadde nel 1845), l'opera che è qui tradotta, scopriva
questo
suo speciale stato d'animo e di disagio intellettuale e
sen-
timentale con queste parole veramente tipiche: " Che si
sia tro-
vata una penna per scrivere simili cose, per scriverle
con tanto
sangue freddo, con una così corretta eleganza, è
un mistero incom-
prensibile. Occorre
aver letto questo libro per essere persuasi che
esiste " (1).
Non sarebbe possibile rendere palese con maggiore
nitidezza la
sorpresa che l'opera dello Stirner suscitò
alli sua
apparizione. E nemmeno sarebbe
possibile fare una confessione
più chiara, per quanto
tacita, d'intera rinunzia al proposito e
alla fiducia di poterlo
confutare con esito felice.
(1)
SAINT-RENÉ TAILLANDIER, De la
crise actuelle de la philosophie hégélienne.
Les
partis estrêmes en Allemagne.
Revue
des deux mondes,
1847, vol.
XIX,
p. 262. ���
E poco prima a proposito della serenità con la quale la
Stirner arriva
alle sue estreme conseguenze, lo stesso scrittore
osservava: « Heureux homme
!
(Stirner) il n'a point de
scrupules, point d'hésitation, nul remords. Jamais
dia-
lecticien n'a été mieux défendu par la
sécheresse de sa nature. Sa plume même
ne tremble
pas; elle est élégante sans affectation, gracieuse sans
parti pris. Là
où un autre serait agité, il
sourit naturellement. L'athéisme lui est suspect,
comme
trop religieux encore: compléter l'athéisme par
l'égoïsme, voilà la tâche
qu'il remplit,
et avec quelle aisance, avec quelle tranquillité d'ame!
», Ibid., p. 259
��� XI ���
Prima
che si faccia anche solo
il tentativo di raggiungere
questa mèta bisognerà
che corrano parecchi anni. Ma il primo
esperimento
è ben lontano dall'essere coronato di successo. Si può
anzi
dire che fu una sconfitta addirittura. E la sconfitta toccò
ad
un altro scrittore francese, che esponendo il pensiero dello
Stirner
e
proponendosi di combatterlo, non seppe fare
di meglio che dar
saggio di una agilità ben poco
invidiabile nel menar colpi da tutte
le parti con un assai
discutibile decoro di scienziato, e, ciò che è
peggio,
don una evidente ignoranza del circostante svolgimento
del
pensiero tedesco. Eccone un saggio che non mi voglio pren-
dere la
noia di tradurre: " Pauvre Max
Stirner, lui aussi n'est
qu'un
cafard! Il croit au progrès, il croit à la puissance de
la
parole, et aver sa plume
il veut bouleverser le monde; grimaces
que
tout cela; un muet brutal, sauvage, cruel, voilà le moi
réel
à posteriori de Max Stirner. Il dérive
en ligne droite du moi pur
et à priori du grand
sophiste de Koenigsberg " (1).
Non
mi fermo a rilevare le inesattezze. E certo
però che que-
ste poche parole bastano per palesare la
contrarietà di uno scrit-
tore messo a mal partito dalla
dialettica stirneriana, come del
resto lo conferma anche un altro
passo, ove lo stesso scrittore,
che è il Funck-Brentano,
cercava di segnare le grandi linee per le
quali la dottr na dello
Stirner diventò
più tardi l'imperativo della
propaganda nihilista ed
anarchica. Trascrivo anche questo, per-
chè tra poco, dalle
considerazioni che farò seguire, ne risulteranno
tutte le
esagerazioni ed inesattezze, che confermano quello che
TH
FUNCK-BRENTANO, Les sophistes allemands
et les nihilistes russes, Paris,
Plon,
1887, p. 189.
��� Tutta quest'opera è una critica tendenziosa
ed estrema-
mente superficiale della filosofia tedesca
post-hantiana. Valgano, come
esempio,
queste parole assai indeterminate: « Comme
une large tache d'huile la sophistique
allemande
s'est insensibilment
étendue sur l'Europe entière.
Cette incroyable
influence ne fut aquise ni par l'éclat du
style, ni par l'éloquence entraînante
de écrivains,
le plus souvent obscurs, lourds et fatigants, mais grâce à
l'état des
esprits, qui, comme une terre appauvrie par un
culture forcée, absorbèrent leurs
doctrines fuyants
». Ibid.,
p. 1 ��� Con
questo preconcetto, persino lo Stirner,
esposto
attraverso il formulario della metafisica hegeliana, diventa
irriconosci-
bile. Il Funck-Brentano ne dà infatti questo
giulizio abbastanza sibillino: « Eu-
vre remarquable
dans laquelle la synthèse de l'être et du non-être
s' incarne
pour devenir un être
réel, ou l'antinomistique et le panlogisme prennent de
la
consistance logique en parlant une langue
intelligible, et le moi trascendental
se
change enfin en un moi vivant ».
Ibid., p. 183.
��� XII ���
vorrei
chiamare panico dottrinale, da cui i lettori superficiali
o
indotti dello Stirner, si sono
lasciati e si lasciano tuttora pren-
dere: " A partir de
l'apparition de
l' Unique et sa proprieté),
scri-
veva il Funck-Brentano, la
formule de la nouvelle école
était
trouvée; le livre devient le vade mecum de
tous les révolution-
naires allemands. Tandis que
Schopenhauer et M.
de Hartmann
concluront au néant, ceux-là ne
concluront plus, mais marcheront
vers la réalisation de
leur programme. Ils donueront naissance
au
nihilisme en Russie, fondèrent l'Internazionale
dans les autres
pays, et leur école
deviendra le terreur des Etats modernes. On
ne joue pas avec la
sophistique, les hommes sont trop naïfs, trop
sincères
" (1).
A
questo gruppo di interpreti insufficienti e
di contradditori
ingenuamente rètori (potrei andare per le
lunghe esemplificando
assai più diffusamente) sono
paralleli altri due gruppi di scrittori,
i quali o si sono
limitati ad una scarna esegesi del pensiero stir-
neriano, o ne
hanno derivato succo e sangue per rinverdire quel-
l'arido
germoglio originario nella fioritura d'una dottrina novella.
Tra i
primi è compresa quasi intera la gran folla degli
agitatori
anarchici. Tra i secondi campeggia la figura di Federico
Niet-
zsche (2), che si lascierà
addietro probabilmente per sempre l'effi-
mera legione di
imitatori e contraffattori, di che rigurgita la lette-
ratura dei
così detti decadenti francesi (3) e, per riflesso non
mai
scongiurato, anche di quelli, e per fortuna sono pochi,
italiani.
Domando
la grazia (non osando supporre che il lettore ne in-
dovini il
perchè) di non parlare del Nietzsche.
Mi fermerò piut-
tosto un momento
sugli agitatori anarchici. Tra costoro bisogna
fare prima di tutto
il nome di colui che deve essere considerato
come il più
vigile custode e volgarizzatore della dottrina del mae-
stro:
Giovanni Enrico Mackay. Egli è un dottrinario anarchico di
(1) Ibid., p. 189.
(2)
Cfr. R. SCHELLWIEN, Max Stirner und F.
Nietzsche, Erscheinungen des mo-
dernen Geistes und das Wesen des
Menschen, Leipzig, Pfeffer, 1892 (2a
ediz., ibid.,
1899). E, per
maggiori particolari: E ZOCCOLI, Federico
Nietzsche, ecc.,
2a ediz.,
Torino, Bocca, 1901: Bibliografia, pp.
309-331, passim.
(3)
J. BOURDEAU, nella sua stringata ed esatta memoria sull'Anarchie
(inse-
rita nel Nouveau dictionn.
d'écon. polit.
di L. Say. Suppl.,
Paris, Guil-
laumin,
1897, p. 21), si ferma a questo proposito su Maurice Barrés,
dandogli
merito d'aver studiato in
alcune opere (L'homme libre;
Ennemi des lois,
ecc. ),
con
analisi elegante e sottile, « lo stato d'anima
egoistico-anarchico ».
��� XIII ���
ingegno
singolare. La deferenza che egli accorda allo Stirner,
come
ad un maestro, prova per lo meno
ch'egli sente il bisogno (per
quanto indicibilmente mal
soddisfatto) di far capo ad una convin-
zione che sia basata sul
ragionamento. Basterebbe questo per di-
stanziarlo dall'
innumerevole coorte di quegli altri propagandisti
di fatto che
scelgono la più breve via, l' unica
possibile alla loro
miserevole cultura e alla loro
indisciplinatezza logica, di arrivare
all'azione
per mezzo di una deviazione del sentimento.
Io
non voglio però, poichè rispetto i lettori, onorare il
Mackay
di un eccessivo atto di cortesia. Se è meritevole d'
un accenno re-
lativamente ai suoi confratelli, è ben
lontano dal prendere un posto
di prima fila tra gli studiosi di
coscienza severa. Il volume da lui
scritto sulla vita e l'opera
dello Stirner (1),
quando non è una al-
litterazione esegetica del pensiero
dello Stirner stesso,
divaga an-
ch'esso in amplificazioni retoriche ed apologetiche che
non hanno
alcun rapporto con quel pensiero. Più giovevole
invece, per l'ana-
lisi dello svolgimento ideologico dell'autore
dell' Unico, è la rac-
colta, curata dal Mackay
medesimo, degli scritti minori dello Stir-
ner;
i quali scritti non tutti i lettori
potrebbero o vorrebbero
(quantunque, come si può
dimostrare, metterebbe conto di farlo)
andare a cercarli nelle
giaciture originali, in cui vennero pubblicati
dall'autore, in
diversi momenti, su riviste o giornali tedeschi di
quegli anni
(2).
(1)
J. H. MACKAY, Max Stirner, sei
Leben und sein Werk, Berlin,
Schuster u.
Löffler, 1898.
��� Per chi fosse
desideroso di cercare altre opere del Mackay, il
quale nei suoi
scritti fonde insieme le dottrine del Proudhon, dello Stirner,
e del
Tucker
ricorderò: Die Anarchisten.
Kulturgemalde aus
dem Ende des XIX Jahrhun-
derts Zürich,
Verlags-Magazin, 1891 (Altra edizione
stampata a Berlino nel 1893,
in parte sequestrata e rimessa in
vendita nel 1895). Da quest'opera è estratto un
capitolo
molto diffuso a scopo di propaganda e tradotto in francese,
inglese,
irlandese, tzeco, ecc.: Die Tragödie
von Chicago. Zar Erinnerung
an den 11 Nov.
1887,
Cincinnati, 1891. ��� Cfr.,
per maggiori particolari: E. ZOCCOLI, I
gruppi
anarchici degli Stati Uniti e l'opera di Max Stirner,
Modena, Vincenzi,
1901,
p. 232, n. 25.
(2)
Max Stirner's kleinere Schriften,
herausgeg. J. H. MACKAY, Berlin
Schuster
u. Löffler, 1898. ��� Tra
poco trascriverò le indicazioni bibliografiche
dell'opera
principale dello Stirner.
Intanto può interessare a qualcuno
conoscere la giaci-
tura originale di questi scritti minori
raccolti dal Mackay. Metto a profitto mie
ricerche già
sfruttate altrove (I gruppi
anarch., ecc., p. 233, n. 26): Recensenten
Stirner's:
Wigand's Vierteljahrschrift, III
Bd., Leipzig, 1845;
Das un-
vahre
Princip unserer Erziehung oder Humanismus und Realismus:
Beilage zur
��� XIV ���
È
poi inutile aggiungere che il Mackay, da fervido discepolo
quale
tiene ad essere, provvide anche al decoro
del sepolcro del
maestro, e dettò una iscrizione che fu
murata nella casa ove, in
Berlino lo Stirner
morì.
Ho
detto che il Mackay dev'essere considerato come il più
vi-
gile custode della dottrina del maestro. Fatte le debite
proporzioni
egli è stato ed è quello che l'
Engels fu per
Carlo Marx. Ma non
tutti
gli agitatori anarchici, che trovarono nell'individualismo
cri-
minale dello Stirner la miniera
aurifera delle loro argomentazioni,
vollero dimostrare altrettanta
memore devozione per il maestro.
Non lo contraddissero mai, lo
saccheggiarono senza fine e lo ricor-
darono poco. Ecco la
posizione quasi costante di tutti i teorici
dell'anarchia che sono
oggi più in vista, rispetto allo Stirner.
Chi
abbia un po' sotto mano l'intelaiatura dialettica del libro
dello
Stirner fa molta
fatica a non persuadersi che tutti, o prima
o poi, in quest' idea
fondamentale o in quella particolare, saccheg-
giano l'opera dello
Stirner. Poco
contano certe differenze generali
di metodo,
se pure si può parlare sul serio di metodo relativa-
mente
alla dottrina anarchica. Così, per citare nomi di teorici
del-
l'anarchia noti a tutti, il grossolano evoluzionismo
materialistico
del Bakounine (scrivo questo nome e altri analoghi
con la corrente
ortografia francese), che si concreterebbe in una
inafferrabile legge
del progresso, conducente dallo stato meno
perfetto allo stato più
perfetto possibile, accompagnato
dalla scomparsa del " diritto giu-
ridico " e quindi
dello Stato e della " proprietà illuminata ";
���
l'ottimismo utopistico del Kropotkine, che prenderebbe
consistenza
in un progresso dalla esistenza meno felice alla
esistenza più fe-
lice possibile, ancóra
accompagnato dalla scomparsa del a diritto
giuridico ", e
quindi ancóra dello Stato e della " proprietà
pri-
vata "; ��� l'egoismo
libertario, pur non contrario all'esistenza del
diritto, del
Tucker, conducente tuttavia all'abolizione dello Stato
nel modo
più assoluto, senza restrizioni locali ne temporali, e pur
Rheinischen
Zeitung, Köln, 1842, (ripubblicato
nella Neue deutsche
Rundschau
Berlin, genn.
1895); Die philosophischen
Reationare: Rheinische
Zeitung,
1842; (ripubblicato in Magazin
für Literatur, Berlin 1894);
Ueber
K. Rosenkranz's Konigsberger Skizzen:
Rheinische Zeitung, 1842;
Eini-
ges Vorläufige vom
Liebensstaat: Berliner
Monatsschrift, 1843; Die
Myste-
rien von Paris von Eugene Sue,
ibid., pp.
302-332.
��� XV ���
lasciando
sussistere la proprietà; ��� il pietismo rivoluzionario
del
Tolstoi, che
comanda di non opporsi al male per mezzo della forza
e respinge,
in nome dell'amore, il diritto, sia pure in un modo
non assoluto,
ma per i popoli civili del nostro tempo, e
per con-
seguenza anche l'istituzione giuridica dello Stato e
della pro-
prietà; ��� tutte queste dottrine, insomma,
trovano il germe pros-
simo
o remoto di quella vitalità che le
ha imposte all'attenzione
odierna del pubblico nella dottrina
dello Stirner.
Ma,
lo Stirner, si potrebbe
dire, non è forse da alcuni, per
esempio dal Tolstoi,
nemmeno direttamente conosciuto.
Questa
ignoranza è senza dubbio assai probabile. Ma ciò
vuol dire una
di queste due cose, o
tutte e due simultaneamente: o che le idee
dello Stirner
sono penetrate nei più sottili meati
e nelle più di-
sparate manifestazioni di quella corrente
del pensiero contempo-
raneo che non corre parallela con le
diuturne acquisizioni delle
indagini che danno vita alla vera
scienza; o che quelle stesse
idee che lo Stirner
raccolse sotto una rigida formula
apparente-
mente originale, non erano altro che
l'effetto spontaneo, la con-
clusione necessaria, il risultato
estremo di una precedente larga
preparazione dottrinale, che, se
si è cristallizzata prima, in ordine
di tempo, nello
Stirner stesso,
continua poi anche oggi la sua
efficacia, non del tutto esaurita,
nella mente di non pochi pensa-
tori, i quali hanno collo Stirner
una cosi grande affinità
intellet-
tuale che data un'analogia di cultura debbono
necessariamente
essere condotti ad una sorprendente analogia di
resultati teorici
e pratici.
Questa
seconda indagine ci porta nel cuore stesso dell'opera
dello
Stirner e ne
parleremo tra poco. Per l'altro punto, la più
scrupolosa
avvedutezza critica non può rispondere negativamente.
Che
sono mai i tre o quatto nomi di agitatori anarchici ora
ricordati,
di fronte al numero sterminato degli adepti, il cui nome
si perde
dietro l'ombra dell'idea che rappresentano? Lo studioso
del
fenomeno anarchico, avendo occasione divedersi cader sot-
t'occhio
a più riprese il nome estremamente modesto e gli
scritti
spesso altrettanto estremamente infantili di agitatori
anarchici
minori, è con tutta facilità preso
dall'illusione che quei nomi e
quegli scritti abbiano già
il loro posto nella circolazione normale
del pensiero corrente. Ed
è quindi facilmente proclive ad ammet-
tere in modo
pacifico, che ogni singola manifestazione di quegli
��� XVI ���
scrittori
sia un resultato individuale di studi freschi ed assidui,
analogo
a quello di ogni altro pensatore che si dedichi all'ana-
lisi dei
problemi sociali del mondo contemporaneo. Ma accade
invece proprio
il contrario. La grande maggioranza dei propagan-
disti spiccioli
dell'anarchia, costituisce una complessa irradiazione
uscente
spesso da un centro dottrinale comune. Si copiano l'un
l'altro
in una maniera molte volte inverosimile e ciò è
favorito
dalla grande copia di traduzioni di opuscoli e piccoli
catechismi
divenuti, per così dire, classici in argomento,
i quali circolano tra
gruppi anche remotissimi recando la medesima
parola d'ordine (1).
Così avviene che la sostanza
fondamentale di tali scritti è, molto
più spesso di
quello che non si possa credere, attinta dall'opera
dello Stirner,
il quale è uno di questi centri, e
forse il principale;
mentre la forma
libellistica con che le idee sono rivestite, si plasma
con analoga
persistenza sulla violenta fraseologia che rese già ce-
lebre
il Proudhon in tutte le fasi della sua vita di pubblicista,
dalle
prime memorie sulla proprietà fino agli articoli inseriti
nella
(1)
Limiterò la prova di quanto dico ad un solo esempio, il quale,
natural-
mente, è dei più tipici. Pochi
sapranno che Giovanni Most, agitatore
anarchico
direttore della Freiheit
(periodico uscito la prima volta il 3
gennaio del 1879 in
Londra, e che ha subito una serie di peripezie
inverosimili), è autore, tra altri
scritti non pochi
maggiormente noti, anche di un opuscoletto ateo, il quale è
ricalcato
pedissequamente sulla falsariga
stirneriana. Tale opuscolo fu pubblicato
la prima volta in
New-York nel 1883 col titolo rivelatore: Die Gottespest
und
Religionsseuche. Quante
edizioni e traduzioni se ne fecero successivamente? Non
è
facile stabilirlo con precisione. Lo Stammhammer, di solito così
diligente, (Cfr.
Bibliogr. d. Socialismus u.
Communismus, Jena,
Fischer, 1893, p.
154), cita solo
una 7a ed.,
ancóra New-York, s. a.
(Revolutionäre Volksschriften, I);
ma
per quanto mi risulta, si è giunti fino alla 12 d
ediz., ibid., 1887
(Interna,
tionale Bibliothek, n. 3),
ristampata nel gennaio 1893. Delle innumerevoli
traduzioni
ricorderò appena le seguenti: due inglesi (The deistic
pestilence a. re-
ligions plaque
of man, 1884;
God, Heaven a. Hell, 1890:
Int. Bibl.,
n. 14);
una
olandese (De Godspest, La
Haye 1890); parecchie francesi (La Peste
religeuse: La
critique
sociale, Genève,
1888, e in estratto ibid.;
Paris, 1892; Bruxelles,
1894,
ecc. ); due italiane (La peste religiosa; Bibl. economica, n.
1, Marsala,
1892; Nuovo combattiamo, Genova, 29 sett. -10
nov. 1888); una spagnuola
in La Voz del Trabajador,
Montevideo, 22 die., 1889; una portoghese
(in
Os Barbaros,
Coimbra, 1° oct. -15 dic.,
1894, e in estratto, ibid., 1895).
��� Come
si vede, pochi libri
raggiungono un simile onore, e ciò dimostra ad esuberanza
come
alle popolarizzazioni dello Stirner, se non
alla sua opera originale, non
sia mancata una diffusione quasi
inverosimile.
��� XVII ���
stampa
periodica, e specie in Le Peuple
e La voix
du Peuple:
articoli più tardi
raccolti in volumi che possono oggi essere alla
portata di tutti,
e quindi anche degli agitatori anarchici (1).
Del
resto si comprende benissimo la costanza di questa
duplice
derivazione. Se allo Stirner
sono sopravvissute le sue idee, le
quali
tanno un aspetto sistematico sufficiente per offrire materia
alle
più minute amplificazioni reclamate dai nuovi
atteggiamenti sociali
svoltisi dopo un mezzo secolo da che apparve
l'opera sua; al
Proudhon invece è sopravvissuta la forma
con la quale egli, per
un altro mezzo secolo, recò nel
cuore stesso dello svolgimento
politico ed economico della
Francia, la dialettica corroditrice di
un
iperbolico ideale rivoluzionario. Ed ecco
come le predicazioni
anarchiche degli agitatori meno in vista, le
quali sono le più dif-
fuse, presentano uno strano amalgama
di metafìsica, sofistica te-
desca, colorata con le
allucinazioni rettoriche di un libellista fran-
cese; e possono
infiltrarsi, come un fluido incoercibile, anche
in
quelle coscienze, non di rado di
uomini geniali, che dell'uno e
dell'altro di quei due scrittori
conoscono appena o poco più che
il nome fosforescente.
Ma
qui mi corre obbligo di fermarmi allo Stirner
e, prima di
tutto,
di rispondere alla domanda che mi sono già posta: quali,
cioè
furono i precedenti teorici dell'opera sua.
L'opera di Stirner
(e pare strano affermarlo) si riconnette
con
una rivoluzione teologica, che si
operò in Germania nei primi
decenii del secolo scorso, e
che trovò il suo suggello nella Vita
di
Gesù dello Strauss, la
quale, come è noto, apparve nel
1835.
(1)
Avrò occasione di dimostrare altrove, con maggior agio, questa
carette-
ristica sopravvivenza
stilistica del grande
pamphlétaire francese, che il
Kropotkine
chiama « padre dell'anarchia ». Essa ha ben
più valore di una semplice diva Razionò
aneddotica,
e già il Marx, nella
sua unilaterale ma mirabile critica al
Proudhon, vi si fermò
di proposito a lungo (Cfr. Misere de la philos.;
réponse a
la
philos. de
la misere de M. Proudhon. Paris, Giard,
1896, pp. 246,
247, 253, e
254). Si può per es.,
dimostrare che il famoso Toast à
là révolution del
Proudhon
è la stereotipia di centinaia di opuscoli
rivoluzionari posteriori. ��� Gli
articoli
ricordati nel testo sono raccolti in tre volumi delle
Oeuvres complètes (XVII,
XVIII,
XIX Paris,
Lacroix, 1870).
STIRNER: L'Unico. ��� 2:
��� XVIII ���
Vuol
dunque dire che anche all'opera dello Strauss,
non man-
carono larghi precedenti di
preparazione. La vecchia teologia, a
somiglianzà
dell'ortodossia moderna, non conosceva critica dei
testi biblici,
ammetteva che i diversi testi contengono la storia
esatta, e che
tale storia sfugge alle leggi secondo le
quali si svol-
gono gli avvenimenti, ossia è di ordine
soprannaturale. Il razio-
nalismo sopraggiunto, tenendo fermo il
principio delle indiscutibili
verità contenute nella
Bibbia, cercò di spiegare gli avvenimenti
come fatti
semplici e naturali, indipendentemente da ogni inter-
vento
miracoloso. "
Ma siccome, nella realtà, sono evidentemente
miracoli,
quelli che gli scrittori biblici raccontano e vogliono rac-
contare,
la dimostrazione di cui si trattava offriva difficoltà
sin-
golari. Bisognava trovare il mezzo di trasformare i fatti che
i nar-
ratori stessi davano come
soprannaturali in fatti naturali, e ciò
senza attentare
alla loro essenza storica. Non importa, l'arsenale
del
razionalismo era riccamente munito di apparecchi necessari
per
questa operazione. La lingua, da sola, offriva già dei
mezzi
inesauribili " (1). Ma lo sdrucciolo era pericoloso: si
lasciava sussi-
stere la credibilità e l'autorità
dei libri santi, ma si faceva del
loro contenuto storico qualche
cosa di differente di ciò che è in
realtà.
Era un passo rispetto al soprannaturalismo, ma ci si arre-
stava a
metà cammino, senza penetrare nell'esame storico degli
scritti
biblici.
Lo
Schleiermacher e
Giorgio Federico Hegel
furono i giganti
di questo movimento razionalistico. E
quest'ultimo in ispecie ebbe
continuatori che lo seguirono, tanto
nel primo periodo del più
rigido razionalismo, come più
tardi quando egli fece correre la
parola d'ordine della
riconciliazione della fede con la scienza, e
dichiarò a
tutto vantaggio dell'idea, che l'elemento storico della
fede era
quasi del tutto indifferente e trascurabile.
"
Tale era la situazione, continua lo Zeller,
allorchè apparve
nel 1835, la
Vita di Gesù dello Strauss.
L'eco di questo libro
fu il più
straordinario che mai opera teologica abbia avuto in
Germania. Le
illusioni della teologia biblica erano d'un tratto
solo
messe a nudo per mezzo di una critica precisa, inesorabile
che
seguiva l'avversario in tutte le sue trincee e mostrava il nulla
(1)
E. ZELLER, Christian Baur
et l'école de
Tubingue, trad. p.
Ch. Ritter, Paris
Bailhère,
1883, p. 88.
��� XIX ���
di
tutte le sue scappatoie, Il razionalismo
vedeva lacerarsi il tessuto
artificiale delle sue esplicazioni
cosi dette naturali, il soprannatu-
ralismo vedeva distruggersi il
laborioso edificio della sua apolo-
getica,
gli irresoluti d'ogni gradazione si vedevano scossi nel
loro
quietismo e forzati di porre con rigore, di troncare con
fermezza
le questioni di cui avevano fino a quel momento evitate
le diffi-
coltà con tanta destrezza " (1). E che cosa
voleva lo Strauss?
Egli,
ponendo implicitamente una questione di metodo, voleva
che i
Vangeli fossero interpretati secondo gli stessi principi, con i
quali
si interpretano e si giudicano le altre tradizioni; vale a dire
che
alla ricerca critica non si imponessero r
isultati preconcetti,
ma si attendesse
da essa medesima i risultati ai quali doveva ar-
rivare. Voleva,
insomma, ed applicava il metodo storico, e ciò
equivaleva a
relegare la fede al miracolo nella categoria delle ipo-
tesi
preconcette (2).
Aperta
cosi la via dallo Strauss,
un altro studioso il quale,
prima ancóra
della comparsa della Vita di Gesù, si era dedicato
con
una larghezza sorprendente a quest'ordine di studi, Cristiano
Baur,
trovò un terreno favorevole nell'attenzione e nell'
interesse
degli studiosi, per portarvi il contributo delle sue
indagini per-
sonali. E come il punto di partenza dello Strauss
era stata la filo-
sofia, quello del
Baur fu la storia; il lavoro di questo presup-
poneva il lavoro di
quello. Restò tuttavia tra i due dotti questa
differenza:
che per il Baur la critica della tradizione non fu che
il mezzo di
preparare l'opera della ricostruzione storica, mentre
per lo
Strauss l'elemento
positivo della storia non fu che il residuo
quasi insignificante
delle sue analisi critiche (3). Se lo Strauss
aveva
cercato di combattere dei pregiudizi e di liberare la teo-
logia
dalla impossibilità dell'esegesi soprannaturalista e dai
gro-
vigli dell'esegesi razionalista; il Baur cercò
soprattutto di illumi-
nare di viva luce l'origine e il primo
svolgimento del cristianesimo.
Ma
dodici anni prima che il Baur pubblicasse appunto quella
minutissima
opera di critica storica che è " Cristianesimo dei
(1) Op. cit., p. 94.
(2)
Per il mio compito, che è quello di
tracciare i precedenti prossimi della
comparsa dell'opera dello
Stirner (1845), non mi occorre seguire il successivo
svolgimento
del pensiero dello Strauss, fino
al suo testamento materialista con-
tenuto
nell'opera Der alte
und der neuve
Glaube, uscita
assai più tardi, nel 1872.
(3) Cfr. E. ZELLER, op. cit., pp. 100, 101 e segg.
��� XX ���
primi
tre secoli, la quale uscì nel 1853, un altro scrittore,
insof-
ferente di eccessivi scrupoli analitici fondati su
diligenti ricerche
di fatto, aveva scosso l'attenzione di tutti
con un'opera la quale,
nelle sue stesse linee generali, era
piuttosto un ritorno quasi iper-
bolico alle estreme conseguenze
del razionalismo, che non un pre-
corrimento o un contributo
parallelo alle ultime induzioni storielle
del fondatore della
scuola di Tubinga e
dei suoi numerosi di-
scepoli.
L'essenza
del Cristianesimo del Feuerbach,
al quale precisa-
mente alludo, fu
pubbicata nel 1841. Quest'opera fu la semenza
dalla quale derivò
tutta l'etica patologica che si riconnette diret-
tamente alla
sinistra hegeliana, compreso lo Stirner. La
ragione
di questo fatto assai
significativo è tutta riposta nell'indole di
quest'opera e
delle altre che il Feuerbach scrisse
(1). 11 suo ateismo
religioso e il suo eudemonismo egoistico non
si trovarono affatto
in contrasto col primo movimento del
socialismo teoretico di que-
gli anni. Ferdinando Lassalle
era amico del Feuerbach
ed erano
concordi, come in una tacita
divisione del lavoro, il primo nel
campo economico, l'altro nel
campo teologico (2). Sopraggiunto,
dopo appena quattro anni, lo
Stirner con
l'opera sua, egli aveva
di già davanti agli occhi un
prototipo che gli insegnava come
le più astratte
disquisizioni' potessero essere premessa valevole
per arrivare a
conclusioni pratiche di etica individuale e sociale.
Bastava
esagerare le tinte, perchè l'ateismo razionalistico
del
Feuerbach, che
giovava al socialismo, diventasse l'ateismo dogma-
tico dello
Stirner, che
avrebbe giovato al dottrinarismo anarchico.
A tutti sono note le conclusioni del Feuerbach. Egli; partendo
(1)
Mi riferisco in particolare ad altre due opere che il Feuerbach
scrisse
prima dello Stirner, e che
questi conobbe di certo, quantunque limiti le sue cita-
zioni e il
suo contradditorio all'Essenza. L'una
è Philosophie und
Christenthum,
Leipzig,
1839, e Paîtra
Die Religion
der Zukunft, la
cui prima puntata uscì in
Zürich
nel 1843 e la seconda e terza (Nürnberg,
Cramer), nel 1844
e '45. ��� Cfr.
F. UEBERWEG, Grundriss d. Geschichte
d. Philosophie, 6 Aufl.,
Berlin, Mittler u.
Sohn,
1883, III Bd.,
pp. 404, 405.
(2)
Non accenno
minutamente, per esser breve, ad importanti
studi sul Fe-
uerbach del
BEYER, del GRÜN, dei
BOLIN e del RAU (Cfr. E. ZOCCOLI, I gruppi
ecc., p. 234, n.
28, ed F. UEBERWEG, Grundriss ecc., III,
p. 405); ma per quanto
ho detto relativamente ai rapporti delle
dottrine feuerbachiane col socialismo, si
veda: FR.
ENGELS, L. Feuerbach u. der Ausgang der klassischen
deutschen Philoso-
phie. Mit Anhang;
Karl Marx uber
Feuerbach vom J. 1845, Stuttgart,
Dietz, 1888.
��� XXI ���
da
un'analisi storica e psicologica delle
origini e dello svolgimento
del cristianesimo, giunse alla
conclusione radicale che il sopras-
sensibile e Dio erano
illusioni soggettive, proiezioni fantastiche
della personalità
umana e del mondo reale di ogni individuo, in
un mondo
esteriore. La sola realtà, secondo il Feuerbach
è l'uomo
fisiologico coi suoi
impulsi, le sue tendenze, i suoi desideri. Cade
quindi ogni
giustificazione della religione. L'uomo non ha biso-
gno di Dio,
perchè egli solo è Dio di sè
stesso. Il suo interesse
deve essere rivolto al suo esclusivo
benessere egoistico, costan-
temente perseguito in un'orbita
umana. (1).
(1)
Cfr. E. ZOCCOLI, I gruppi ecc., pp.
57 e segg. ��� Il
LANGE (Histoire du
matérialisme,
trad. Pommerol, Paris,
Reinwald, 1879, v.
II, pp. 96 e
segg. e 625,
n. 54)
si oppone a quei critici (e specialmente allo SCHALLER,
Darstellung u. Kritik
d. Philosophie Feuerbach's, Leipzig,
1847), i quali concludono che, in
rapporto
alla morale, il sistema del Feuerbarch doveva
necessariamente metter capo al-
l'egoismo puro. Secondo il Lange
è piuttosto il contrario che si
(leve asserire.
Quantunque il Feuerbach
riconoscesse espressamente la morale
dell'egoismo teo-
rico, tuttavia
la logica condusse l'insieme del suo sistema ad un risultato
diame-
tralmente opposto. Tanto è vero, soggiunge il Lauge,
che la morale del Feuerbach
dovrebbe
piuttosto essere designata col pronome sostantivato della seconda
per
sona; avendo egli inventato il tuismo! Cadrebbe quindi,
secondo il Lange, l'op-
portunità
del ravvicinamento, non trascurato dallo
Schaller e
ammesso anche da
me, tra la morale del Feuerbach
e quella dello Stirner.
Se alcun ravvicinamento
è
possibile, pare piuttosto al Lange che
si dovrebbe essere tentati di ricordare
il Comte,
il cui altruismo differisce da
tuismo del Feuerbach solo
in questo, che
il primo prende per punto di partenza la società
e la sociabilità umana, facen-
done scaturire
la regola morale: « Vivere per gli altri », la quale si
appoggia
sul pensiero del dovere verso la società medesima;
mentre il Feuerbach prende
per
punto di partenza l' individuo, il quale
cerca di completarsi per mezzo degli
altri e non è spinto
che dall'egoismo ad agire nell' interesse generale. ��� Tutto
cio
è certamente ingegnoso, ma il Lange
fonda la sua ricostruzione
feuerbachiana
sui Grundsatzen
d. Philosophie der Zukunft,
del 1843 (il Lange
incorre in una svista
assegnando loro la
data del 1849, cfr, ibid., p. 91)
che lo Stirner, se mai
conobbe
durante la redazione dell'opera
sua, mentre invece potè sfruttare e infatti sfruttò
a
piene mani das Wesen des Christenthums,
ove il principio etico dell'egoismo
puro
è spiegato senza sottintesi. Del resto il Lange
stesso ammette che il Feuerbach:
«
si contraddisse spesso assai grossolanamente », e ciò è
sufficiente scusa per la
oscillazione dell'esegesi posteriore,
compresa quella dello Stirner, il quale
piu spesso
ricorda il Feuerbach
per opporvisi che non per convenire nelle
sue idee. ��� In
quanto poi alla valutazione
esatta delle premesse gnoseologiche
dell'etica del
Comte non occorre,
oggi, niente aggiungere al lavoro definitivo del VANNI, La
teorica
d. conoscenza come induzione sociologica e l'esigenza critica del
positivismo:
Rivista
ital. di sociologia, a. V., fasc.
V-VI, pp. 549-602
e specialm. §§
V, VI
e XI, XII.
��� XXII ���
Questa
umanizzazione
della divinità non mancò
di dilatarsi
anche nel mondo pratico, e del resto vi accennò
a più riprese
anche lo stesso Feuerbach.
Se Dio è caduto, anche i principi
della
terra devono essere assoggettati allo stesso destino. Come
si è
umanizzata Ja teologia,
così deve essere umanizzata la politica. E
ciò valse
a sviluppare lo spirito rivoluzionario di quegli anni por-
tandolo
al suo massimo esponente, e creando, come è stato ben
detto
e come ho anche altrove ricordato, un immenso serbatoio di
energia
rivoluzionaria.
La
quale però, ove si cercò di tradurla nella pratica (e
il ten-
tativo accadde nella Svizzera per opera di Carlo Marx),
fu so-
praffatta da altre correnti, per
esempio dal movimento comunista
che in quel torno di tempo si
veniva dilatando nella stessa Sviz-
zera, per opera di Guglielmo
Weitling (l); finchè
si atteggiò
verso il 1843, nel movimento libertario ed ateo
di quella che si
disse la Giovane, Germania, il cui teorico
di maggior importanza
fu, come è noto Guglielmo Marr (2).
Perchè
gli spunti della negazione atea e della affermazione
egoistica del
Feuerbach giungessero
al loro pienosvolgimento, oc-
correva
uno scrittore, cui non mancasse la produttività feconda
di
formule sofistiche, valevoli a colmare tutti i vani lasciati
scoperti
dalla rigorosa induzione logica. E questo scrittore fu
Max Stirner.
Nato
a Beyreuth il 25 ottobre del 1806 (il suo vero nome
era
Giovanni-Grasparo Schmidt), studiò
filologia e filosofia a Ber-
lino, ove udì lezioni di Gr.
F. Hegel e dello Schleiermacher.
La
metafisica del primo e la
teologia razionalista del secondo, impres-
sero al suo pensiero
quella tendenza all'astrazione, che, da questo
momento, determinò
la sua vocazione speculativa e l'orientamento
delle sue idee. Più
tardi, passò un anno a Kulm, e
un altro a
(1)
Cfr. EM. KALER, Wilhelm Weillng.
Seine Agitation und Lehre im
geschi-
chtlichen Zusammenhange dargestellt, Hottingen-Zürich,
1887 (Socialdemokrat.
Biblioth.,
n. XI). In questa.
monografia sono contenuti larghi estratti della
corrispondenza e
degli scritti del Weitling, specie della
sua opera principale:
Das Evangelium
eines armen Sünders, Bern, Jenni, 1845.
(2)
Cfr. WILH. MARR, Das junge Deutschland
in der Schweiz. Ein Beitrag zur
Geschichte der geheimen
Verbindungen unserer Tage, Leipzig, Jurany, 1846.
��� Il
periodico nel
quale si riflettevano le idee della junge
Deutschland, diretto dal
Marr, aveva
il titolo: Blätter der Gegenwart fur
sociales Leben.
Usciva
a Losanna, e ne
furono pubblicati otto numeri, dal dicembre 1844, al
luglio 1845.
��� XXIII ���
Königsberg
(ove, probabilmente, sentì ancóra
nell'aria l'eco della
parola kantiana), e ritornò di nuovo
a Berlino nel 1833, per se-
guire i corsi del Boeckh, del
Lachmann, e
soprattutto del Michelet,
il quale rappresentava allora,
strenuamente, le tendenze della si-
nistra hegeliana. Non è
possibile aggiungere altri particolari.
Questo solo sappiamo,
perchè questo solo egli ci ha lasciato detto.
Egli non
prese nessuna parte, nè
alla vita attiva, nè
alla poli-
tica militante. Condusse gli ultimi anni della vita
nella miseria,
dedicandosi a noiosi lavori di compilazione mal
retribuiti, e morì
nel 1856 (1),
Il
solo libro che lo Stirner scrisse
è quello che qui segue
tradotto:
l' Unico e la sua proprietà, il
quale fu pubblicato come
ho già
accennato, nel 1845 (2). L'apparizione
dell'opera stirneriana
diede occasione all'autore
di scrivere due articoli polemici, i quali,
unitamente ad altri
pochi articoli pubblicati tra il 1842 ed il 1844
nella Rheinesche
Zeitung di
Carlo Marx e
nella Berliner Monats-
schrift del
Buhl, furono poi
raccolti, come ho già ricordato in un
volume, per la prima
volta nel 1898, dal suo biografo G. E. Mackay.
Sarà
ora opportuno ch'io riassuma a brevissimi tratti la dot-
trina
stirneriana, perchè
ciò varrà per disporre il lettore paziente
a quello
stato d'animo e a quella elasticità critica che occorrono
per
comprenderne tutta la portata, senza lasciarsi sopraffare da
quella
suggestione della quale ho dato qualche esempio tipico al
principio
di queste pagine.
Credo
d'aver preparato il lettore a non doversi meravigliare
se
quest'opera che vuole fondamentalmente essere un codice per
la
condotta pratica dell'uomo singolo, comincia con una recisa ne-
(1) Cfr. E. ZOCCOLI, I gruppi, ecc., pp. 33-35.
(2)
L'opera Der Einzige und sein Eigenthum
comparve a Lipsia, edita da O.
Wigand,
nel 1844, con data del 1845. Una seconda edizione è del 1882.
Fu ri-
pubblicata nella Univers.
Bibliothek di
Lipsia nel 1892, numeri 3057-'60.
Ne
furono fatti estratti tedeschi nella Freiheit
di New-York del 1892, ed estratti
francesi
in Entretiens politiques et littéraires
(1892) e in Mercure
de
France (1892). ��� Ne sono state
fatte due traduzioni francesi compiute: l'una
da R.
L. Reclaire, Paris, Stock,
1900 (Biblioth sociolog., n. 28)
e l'altra da,
H. Lasvignes, Paris, édit.
de la Revue blanche, 1900.
��� XXIV ���
gazione
religiosa, la quale, successivamente, si estende anche allo
Stato
e si arresta davanti all'individuo, per
suggerirgli le norme
morali che dovrebbero guidarlo nella vita.
La
premessa atea dello Stirner prende
consistenza fino dalle
prime pagine.
Diamogli dunque senz'altro la parola.
Osservando
gli uomini noi vediamo, egli premette, che tutti
agiscono tenendo
d'occhio una loro speciale finalità, che è quasi
sempre
qualche cosa di estraneo al loro tornaconto materiale o
spirituale.
Chi si sacrifica per Dio, chi per la verità, chi per
la
giustizia, chi per la libertà, chi per la patria o il
proprio sovrano,
e va dicendo. Ma che cosa sono tutte queste
entità astratte che
si oppongono al soddisfacimento del mio
egoismo? Prendiamone
una, prendiamo Dio.
Coloro
che propongono all'uomo di servire la "
causa divina "
dovrebbero
saperci dire quali sono i profondi voleri della divinità.
Ma
Dio non può mai aver cercato e voluto uno scopo estraneo a
sè
stesso, estraneo alla sua stessa essenza. Se Dio non si dà
cura
che di ciò che gli è proprio, e se elimina
tutto ciò che contraria
i suoi disegni, vuol
dire che la causa ch'egli si propone di difen-
dere e di
salvaguardare è puramente egoistica. Se tale è
il motore
della volontà divina, non v'è ragione che
i mortali, i quali per
giunta non godono di tutte le altre
prorogative di
Dio, si com-
portino altrimenti, cercando un motivo del loro agire
fuori dal
loro egoismo personale.
Quello
che si dice di Dio, si può ripetere di tutte le
altre
astrazioni che si tirano in campo dagli altruisti, come il
popolo,
la libertà, la sovranità e cento altre
illusioni che reclamano i
nostri servigi e la nostra devozione. A
queste categorie ideolo-
giche è dunque opportuno che io,
individuo agente, sostituisca il
mio tornaconto personale,
proponendomi uno scopo non generale,
ma unico, come unica è
la persona.
I
ragionamenti che hanno per iscopo di costruire una sanzione
morale
alle azioni umane sono le a estreme concessioni " di una
a
teologia di classe ", dalla quale l'individuo deve avere
l'energia
di emanciparsi. Tutto ciò è spiegabile
qualora si studii lo sviluppo
genetico dell'idea di Dio. L'uomo
ha, durante il suo svolgimento
storico e durante il proprio
svolgimento individuale, tanto cruda-
mente distinta la propria
unità organica dal proprio spirito, che
ha finito per
credere che, servendo Dio, avrebbe servito il proprio
��� XXV ���
ideale.
Ma il cercare fuori della propria personalità ciò che
doveva
soddisfarlo, era il mezzo meno adatto per raggiungere lo
scopo.
Bisogna
estirpare l'idea di Dio fino dalla sua radice, e qua-
lunque sia
il luogo ove essa si annida, fosse pure l'essenza stessa
dell'
uomo. Mentre la religione si va sforzando da secoli per ren-
dere
comprensibile un mondo affatto diverso, lontano dal mondo
attuale
e fenomenale, ossia il mondo delle essenze; noi dobbiamo
invece
sforzarci di eliminare la contraddizione tra la supposta na
tura
divina e la reale natura umana. Solo quest'ultima dev'essere
tenuta
presente. E ciò deve accadere passando sopra alla
secolare
servitù di ogni religione naturale e positiva, non
escluso il cri-
stianesimo. Ogni attività umana dev'essere
sottratta alla passività
della suggestione religiosa, per
essere ridonata alla spontaneità
della propria vergine
ispirazione.
Questo
orientamento religioso del tempo presente estende i
suoi effetti
nei sistemi di educazione caldeggiati da coloro i quali
hanno
interesse che il presente stato di cose continui per il maggior
tempo
possibile. Con l'educazione attuale è già prestabilito,
è ob-
bligatorio che Dio, il principe, la moralità e
simili debbano susci-
tare in noi una specie di timore, un
sentimento di inviolabilità.
Non ci è nemmeno
permesso di manifestare un sentimento spon-
taneo contrario che
sorga in noi.
Tale
uniformità sul modo di condursi della grande maggio-
ranza
attuale non depone certo a favore della bontà del
metodo
seguito. La società futura dovrà portarsi al
polo perfettamente
opposto. Caduto il principio della divinità,
cadrà anche la valu-
tazione del delitto, cosi come oggi è
inteso, e per conseguenza
la pena. La pena sparirà per
lasciar luogo al beneplacito di cia-
scuno eliminando i fantasmi
senza consistenza che vengono chia-
mati diritto e giustizia. Che
se qualcuno si comporterà verso noi,
corne
noi non vogliamo ch'egli si comporti,
faremo prevalere la no-
stra potenza. Contro l'uomo si deve
difendere solo l'uomo. L'egoista
deve saper rovesciare con mano
sacrilega i santi idoli dai loro
piedistalli. Non è una
nuova rivoluzione che si avvicina, afferma
lo Stirner,
ma un delitto potente, orgoglioso,
senza rispetto, senza
vergogna, senza coscienza, che rumoreggia
all'orizzonte, mentre il
cielo gravido di presentimenti si oscura
e tace. ��� E questa è la
prima conseguenza della
eliminazione del concetto di divinità.
In quanto allo Stato, lo Stirner comincia col discutere ed ab-
��� XXVI ���
battere
lo spirito di autorità, quale si manifesta nel tempo
presente.
Noi siamo tutti schiavi di un
ordine prestabilito di pensieri i quali.
con
la loro apparente coerenza logica, dispongono della nostri vo-
lontà
e quindi anche della nostra condotta individuale. Lo Stato
è
l'organo concreto di questa costante
tirannia.
Esso
è una specie di " idea
fissa ", tra le più dannose
che
abbiano mai turbato la coscienza umana. Nè
ad alcuno viene nep-
pure il lontano sospetto che questa idea
astratta che chiamamo
Stato potrebbe e dovrebbe esser sottoposta
ad un'analisi che ne
farebbe comprendere tutta la consistenza
debole e fittizia. E se
effimero è il fondamento dello
Stato, altrettanto deve essere di
tutta
la irradiazione di poteri che da esso derivano.
Ora,
ogni attività dovrebbe essere rivolta a sfatare la
sopposta
autorità dello Stato, insieme a tutte
le serie di pregiudizi che ne
derivano. Tutti gli istituti
giuridici ora regolati dallo Stato po-
trebbero, senza danno
alcuno, e anzi con un sensibile
vantaggio
di tutti, essere o soppressi, o regolati secondo le
norme della li-
bera iniziativa individuale, mutevoli secondo le
circostanze di
tempo, di luogo, di opportunità specifica.
Di
fronte al modo col quale, comunemente, è concepito lo Stato
e
la sua funzione protettrice della morale comune, è doveroso
fare
ogni sforzo per determinare una corrente contraria.
All'egoista
deve apparire immorale, esclusivamente tutto ciò
che è sanzionato
dalla moralità. La "
morale borghese "
è la nemica
contro la
quale ogni spirito libero deve esercitare tutta la
potenza della
propria energia.
Bisogna
dichiarare la guerra a tutto ciò che odiernamente è
consacrato
dello Stato, sia l'amore, o la proprietà individuale, o
la
incolumità della esistenza umana. Lo Stato è un
organismo che
rappresenta un'antimonia costante con la libera
attività di ciascuno,
e tenta
legittimare tutte le azioni e tutti i sentimenti di coloro
che,
almeno in apparenza gli si mostrano devoti (1). Così per
un
esempio la guerra a morte che la borghesia ha dichiarato alla
(1)
Il lettore si
accorgerà a più riprese anche
meglio di quello che non ap-
paia da questa mia sintesi, che
quando lo Stirner parla
dello Stato e del di-
ritto, si incontra spesso cogli antichi
sofisti della Grecia, p. es. con
Trasimaco
della Repubblica platonica.
Platone fa dire a
costui: «... ������
���� ����� �������
��� ���������� ���� �������� ���
�� ��� ���� ������������� ���������� (��, XII.
C. ). E ancora que-
st'altra affermazione,
che è tale e quale una delle-
premesse stirneriane: «...
��� XXVII ���
miseria,
avida di un mutamento sociale, è
possibile solo perche lo
Stato sussidia e legalizza la possibilità
di una repressione costante
verso coloro che non si adattano a
sopportare in pace e in silenzio
la condizione di inferiorità
che è fatta loro dall'attuale ordina-
mento sociale.
Tali
repressioni costituiscono altrettante vittorie per i bor-
ghesi, i
quali non cercano di meglio che di essere protetti. Purchè
questo
compito sia adempiuto a tutto loro vantaggio, poco loro
importa la
forma specifica che possa assumere lo Stato: si tratti
di regime
assoluto, di regime costituzionale o di repubblica. La
certezza
della repressione è ciò che solo importa. Ma è
necessario
che essa venga esercitata in modo da non generare
nessun urto,
nessuna specie di pur leggero turbamento. Si rinuncia
alla possi-
bilità di un benessere maggiore, se deve essere
acquistato a prezzo
di qualche incertezza, di qualche apprensione.
Lo scopo è che viva
e vegeti la mediocrità, il
giusto mezzo, la quiete; che sia possi-
bile la consolidazione del
capitale, e che questo capitale possa
esercitare una
funzione, ossia produrre l'interesse. L'interesse
deve
costituire come l'indennizzo per la pena presa per rendere
possibile
e sostenere lo Stato borghese. Ecco che: il capitale la-
vora.
Non è un lavoro personale, ma è un lavoro
oggettivo, che
si compie indipendentemente dal concorso della
attività diretta
dei capitalisti, i quali
non hanno altra briga che di asservire e
assoldare le braccia
altrui: gli operai salariati. Così dall'errore
dello Stato
moderno, alcuni sono beneficati a detrimento di altri
che ne
pagano le spese in lavoro, in sofferenze, in servitù.
Poichè
la protezione dello Stato giova alla sola borghesia ne
segue che
rimane giustificata ogni azione diretta a compierne la
distruzione
o ad attenuarne la potenza, per parte di tutti coloro
che non
avrebbero niente da perdere.
Chi
nulla possiede deve di necessità considerare lo Stato come
Una
potenza tutelare di coloro che possiedono. Questo angelo tu-
telare
dei capitalisti è un vampiro che succhia il sangue a tutti
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��������������� ��� ���������������
�� ���� �����������.... (ibid.,
E. ) Ma
l'insistere
su
questi ravvicinamenti
rai porterebbe troppo per le lunghe.
��� XXVIII ���
gli
altri, e sarà quindi provvida ogni azione tendente ad
elimi-
narlo. Lo stato è fondato sulla schiavitù
del lavoro. Che il lavoro
divenga libero e lo Stato sparirà
immediatamente.
Alla
scomparsa dello Stato corrisponderà la scomparsa di tutte
le
tristi conseguenze che ne derivano. Se ora la maggioranza è
ridotta
schiava da un gruppo di egoisti spietati, avverrà la
libera
concorrenza dell'egoismo contro l'egoismo. Purchè si
parta, almeno
una volta, da condizioni
uguali, poco importa che si possa giun-
gere a risultati
disuguali. Alla peggio, si invertiranno i termini.
E sarà
tanto di guadagnato. Solo il socialismo può
erroneamente
sognare un'eguaglianza di benessere per tutti,
concedendo a tutti
gli stessi mezzi per giungere allo scopo. I
mezzi suggeriti dai
socialisti non valgono di più dei danni
che si vorrebbero elimi-
nare. Per essi si tratta sempre di
un'astrazione autoritaria, la
società, che dovrebbe
sostituirsi alla Ubera manifestazione di ogni
singola
individualità concreta. I socialisti tolgono ogni diritto
all'
individuo e ne sopraccaricano fino all'assurdo quel fantasma
astratto
e irreale che è la società.
Ma
ogni diritto appartiene all'individuo, ed a lui solo ne
spetta
l'esercizio pieno e incondizionato. Chi agisce secondo la
spontaneità
del proprio dovere, nè
commette furto, se si appropria
le cose supposte di proprietà
altrui, nè
commette assassinio, se
elimina l'esistenza di quei suoi simili,
che gli appariscono turba-
tori della
libera espansione della sua individualità. Il diritto de-
gli
altri è anche il mio diritto, e io non sono tenuto a
rispettarlo.
Se a qualcuno dà
noia che io uniformi la mia attività a questo
principio,
faccia altrettanto per proprio conto.
Attraverso
questa interminabile catena di argomentazioni
fallaci lo Stirner
arriva all'individuo, cui impone
gl'imperativi
della sua disciplina egoistica.
Di
mano in mano che l'individuo procede negli anni, l'ideale
altruistico
della giovinezza passa in seconda linea, e l'uomo si
incammina
sulla china egoistica del soddisfacimento dei propri
bisogni, ad
esclusione anche, se occorre, dell' interesse altrui.
Questo primo
germe d'egoismo
dovrebbe sempre finire col diven-
tare il motore costante e fedele
di tutte le azioni umane. Giac-
chè
la stessa natura determina spontaneamente la nostra linea
di
condotta, ogni individuo dovrebbe costantemente secondarla.
Nè
basta.
Siccome ciò sarebbe ancora poco per differenziare l'indi-
��� XXIX ���
viduo
dalla grande massa di coloro che si limitano ad essere
schiavi
delle loro tendenze, occorre che egli si renda consapevole
del
modo e del mezzo che può condurlo al miglior uso del
suo
istinto egoistico; sia rilevando dalla storia la maggior parte
di
felicità toccata a quegli uomini che si innalzarono
sopra tutte le
convenienze sociali e politiche del loro tempo, sia
tenendo l'oc-
chio alle condizioni specifiche del momento attuale.
Ogni
singolo individuo deve romperla per sempre con
tutte
le ipocrisie, cominciando dai più intimi rapporti
della vita quoti-
diana, per salire a grado a grado ai più
complessi rapporti della
vita politica sociale. Sarà bene
scegliere i mezzi più rapidi e
pronti. Un contributo
immediato lo può dare ognuno, cominciando
col modificare la
propria condotta rispetto all'amore sessuale. L'im-
purità
sensuale, di qualunque genere essa sia, non importa una
infrazione
ad alcuna legge morale, o se anche così fosse, non vale
la
pena di tenerne conto.
La
stessa libertà di criterio deve aver luogo per ogni
altro
rapporto sociale. Così, se il cercare di raggiungere
il bene pub-
blico o il bene dei poveri è morale, sarà
anche morale l'omicidio
e il furto, qualora siano commessi con la
buona fede che possano
giovare al conseguimento di questi scopi.
Se lo scopo è morale,
il mezzo non può essere
immorale.
Chi
intende di rimanere fedele al principio della morale che
prescrive
di cercare ovunque e sempre il bene, deve essere con-
dotto a
domandarsi se, in alcun caso, l'omicidio non può giungere
a
realizzare questo bene. Nel caso affermativo si deve render le-
cito
tale omicidio, dal quale è derivato il bene. Vi è
dunque un
a omicidio morale ", tutte le volte che esso è
disinteressato, e
non ha altro obbiettivo che il bene. Tanto più
morale poi è l'omi-
cidio, quando costituisce un castigo,
una pena, una esecuzione,
inflitta da un individuo, e per
la quale egli rischia la propria li-
bertà o la propria
vita.
Qualora
questo e analoghi convincimenti fossero diffusi, si
porterebbe un
colpo fatale all' ordinamento gerarchico,
economico
ed intellettuale che impera sulla società
presente. Siccome la ge-
rarchla consolida di giorno in giorno le
sue basi per mezzo della
predicazione dell'amore e della rinuncia,
non basta opporle l'iner-
zia nè
credere che sia sufficiente a vincerne gli effetti disastrosi
la
naturale ostilità che essa incontra in ogni essere
normale, non
��� XXX ���
turbato
da preoccupazioni morali. Occorre invece opporle la pre-
dicazione
e la pratica dell' egoismo, in modo ch'esso rappresenti
un freno
costante alle illusorie dottrine altruistiche. Se la
dottrina
dell'amore
ha libertà ed arbitrio di esercitare
una azione pratica,
deve essere altrettanto dell'egoismo. Nella
peggiore ipotesi l' una
dottrina
val l'altra. E poco importa se, mentre la
prima, per giun-
gere al suo scopo, deve escludere il furto e
l'omicidio, la seconda
invece ne ha bisogno come di due capi saldi
indiscutibilmente ne-
cessari.
Coloro
che si trovano d'accordo in queste idee, suggerisce lo
Stirner,
dovrebbero mettersi anche d'accordo per una
rivolta col-
lettiva. Se essi avessero
consapevolezza della loro forza, quei po-
chi eletti che si
abbandonano ad atti di egoismo esuberante e
vincitore troverebbero
un largo seguito di imitatori pronti e for-
midabili, uniti dalla
comunanza dello scopo, e solo divisi dall'in-
dividualità
dei mezzi singolarmente scelti.
Il
povero, specialmente, deve uniformarsi a questa disciplina
egoistica.
Egli deve impadronirsi, rendere sua proprietà ciò
che
può soddisfarlo. Ciò che il povero vuole, e deve
volere, non è la
libertà di avere ciò che gli
manca, perchè tale libertà non gli
darebbe niente:
ciò che egli vuole sono le cose stesse che pos-
sono
soddisfarlo. Egli vuole chiamarle sue, e possederle come
sua
proprietà. Una libertà che non dia
niente, non serve a niente. La
libertà
è, per sua essenza, vuota di contenuto. Il povero deve
per-
suadersi che non gli basta essere libero di ciò
che non vuole ma
deve avere ciò che vuole, ciò
che gli occorre. Non gli basta es-
sere libero, deve essere
qualche cosa di più, dev'essere proprie-
tario. La
stessa libertà, alla sua volta, deve divenire anch'essa
un
attributo della nostra individualità, una nostra
proprietà per-
sonale.
Dio,
la coscienza, il dovere e la legge sono menzogne, che
non valgono
neppure da lontano l'individuo singolo. Quando l'in-
dividuo ha
soddisfatto se stesso, ha raggiunto, di necessità, il
massimo
benessere. E perchè dovremmo privarcene? E perchè
dovremmo
fermarci a metà cammino lasciandoci riprendere da
scrupoli
assolutamente ingiustificati?
Il
diritto egoistico si può formulare così: a Lo
voglio, dunque
è giusto ". In tal modo si esclude che
il diritto debba essere con-
cesso all'individuo dallo Stato, o
che ci siano diritti innati. La vo-
��� XXXI ���
lonta
individuale è anzi,
necessariamente, distruttiva dello Stato.
La volontà
individuale e lo Stato sono due potenze nemiche, tra
le quali non
è possibile alcuna pace. Quando si saranno messi in
opera
tutti i mezzi per eliminarlo, scomparirà anche la nozione
del
diritto. Il
mio diritto cederà il posto alla mia potenza. E
poi-
chè io non reclamerò alcun diritto, potrò
anche non riconoscerne
alcuno in altri.
In
quanto al dovere, l'uomo è così privo di doveri come
un
animale o una pianta. L' uomo non ha alcuna missione da
com-
piere, ha solo delle forze; e queste
forze si spiegano e si mani-
festano ove
sono e come sono; senza che possano rimanere inat-
tive, come non
lo può la vita, la quale, se si arrestasse un istante
non
sarebbe più la vita. L'individuo deve ragionare così; a
Tutto
è mio; raggiungo tutto ciò che mi si vuol
sottrarre. Ogni mezzo-
è giustificato per il solo fatto che
io lo adopero. E ciò non co-
stituisce la mia vocazione, il
mio destino; ma la mia condotta
naturale. Ne m'importa che ciò
che io penso sia cristiano o ateo,
buono o cattivo. Dal momento
che il mio pensiero mi conduce al
mio scopo, ciò mi basta
".
Il
godimento della vita non deve essere sciupato nella devo-
zione o
nel sacrifìcio di alcuna personalità diversa dalla
nostra.
Ognuno deve solo servire sè
stesso. Ognuno deve essere unico.
Chi si considera come più
potente, sarà più potente. L'uomo è
così
poco legato ad una finalità, come il fiore non sboccia,
ne
esala la sua fragranza, per dovere. Ogni uomo è
proprietario della
propria potenza, e lo è quando si
sente unico. In tal modo ogni
individuo, ponendo la propria
causa in sè,
questa riposa sul suo
creatore effimero e caduco, che si divora da
sè stesso ���
ossia ri-
posa sul nulla.
Lo
Stirner dunque
poteva chiudere l'opera sua con le parole
con le quali l'aveva
cominciata: Ich habe meine Sache auf
ni-
chts gestellt!
Così
io ho appena indicato, con una linea leggera e traspa-
rente,
quello che il lettore troverà esposto con una vibrante
copia
di colore e di chiaroscuro nell'opera dello Stirner,
non certo scarsa
di amplificazioni
minutissime e di una ruvidezza provocatrice
di
��� XXXII ���
stile
che non attenua punto la ripugnanza per le idee che vi
sono
caldeggiate.
Io
non ho evidentemente l'autorità che occorra, per pregare
il
lettore di stare sull'avviso per non essere tratto in inganno.
E
indubitato che quest'opera, alla quale più di trent'anni
fa il Lange
negava un'efficacia considerevole sugli scrittori di
quel tempo, ha
oggi, come spero d'aver provato anche con queste
mie poche pa-
role, ripreso una rivincita assai più larga,
e, purtroppo, profonda
di quello che era prevedibile. In ogni modo
sarà profittevole a
tutti coloro i quali possono disporre
di un sano spirito critico,
conoscerla direttamente. E tra il
disinteresse dell' Ueberweg, che
non vide in essa niente di più
che un' ironica caricatura delle idee
feuerbachiane (1), e
l'olimpica indifferenza dell'Eltzbacher che si
limita,
riassumendola, a catalogare l'opera dello Stirner nello svol-
gimento
del pensiero anarchico (2), spero che non mancherà
qualche
lettore che si troverà in uno stato analogo a
quello di Volfango
Goethe quando lesse per la prima volta il
Sistema della natura
del barone d'Holbach (3), o, meglio
ancora, avrà la volontà e la
competenza di prendere
la penna per una critica vincitrice.
Roma, 20 aprile 1902.
Ettore Zoccoli.
(1) Grundriss d. Gesch. Philos., III Bd., p. 405.
(2)
L'opera di PAOLO
ELTZBACHER è stata in questi giorni tradotta in fran-
cese;
L'anarchisme par
P. E., trad. par O. Karmin,
Paris, Giard,
1902. ��� L'esposi-
zione scheletrica della dottrina dello Stirner
segue quella del Proudhon e precede
quella
del Bahounine, pp. 129-157.
��� Anche
R. STAMMLER (Die théorie
des Anar-
chismus,
Berlin, 1894)
ed E. V. ZENKER (Der
anarchismus, krit.
Gesch. d. anarchist.
Theorie,
Jena, 1895)
dedicano parecchie pagine all'esposizione della dottrina
stir-
neriana. ��� Tra gli espositori con intendimenti empirici e
letterari noterò ap-
pena: O. HANSSON, Seher
u. Deuter, Berlin, Rosenbaum, 1894
(contiene un
saggio sullo Stirner); J.
DUBOC, Das Ich u. d. Uebrigen (Für
n. wider M. Stirner).
E.
Beitrag z. Philos.
d. Fortschritts, Leipzig,
Wigand, 1897; M.
KRONENBERG,
Moderne Philosophen.
Porträts n. Charakteristiken, Munchen, Beck, 1899
(anche
questo volume contiene un saggio sullo Stirner).
(3) Cfr. F. A. LANGE, Op. cit., I, p. 434.
A
chi non appartiene la causa ch'io debbo difendere? Essa
è,
innanzi tutto, la causa buona in se stessa, poi la causa di
Dio,
della verità, della libertà, della giustizia;
poi la causa del mio
popolo, del mio principe, della mia patria;
infine la causa dello
spirito, e mille altre ancora. Soltanto,
essa non dev'essere mai la
mia causa! " Onta all'egoista che
non pensa che a sè
stesso! "
Vediamo
un po', più da vicino, che cosa pensino della propria
causa
coloro per gl'interessi dei quali noi dobbiamo lavorare,
sa-
scrificarci ed infervorarci.
Voi
che così profondamente conoscete le cose che concernono
Dio,
ed avete investigato per millennii gli abissi e scrutato il
cuore
della divinità, certo saprete dirci in qual modo Egli
stesso tratti
la causa alla quale siam chiamati a servire. Non
tentate di nascon-
derei il modo di condursi del Signore. Ebbene,
qual'è la sua causa?
Ha egli forse ��� come da noi si
richiede ��� abbracciato una causa
a lui estranea, ha egli fatta
sua la causa della verità o dell'amore?
Voi vi sentite
indignati in udir pronunciare un simile assurdo e
ci sapete
insegnare che quella di Dio è bensì la causa della
verità
e dell'amore, ma che essa non può esser detta
a lui estranea, giac-
chè Dio è per se stesso la
verità e l'amore; e vi muove a sdegno il
supporre che Dio
possa assomigliarsi a noi poveri vermi col favo-
rire la causa
d'altri come se fosse la propria. "
Dio dovrebbe occu-
parsi della causa della verità, se non
fosse egli stesso la verità? ".
Egli
non pensa che alla propria causa, ma egli è il tutto
nel
tutto, e così la sua causa abbraccia tutto; noi
non siamo il tutto
nel tutto e la nostra causa è oltre modo
meschina e spregevole,
perciò noi dobbiamo servire ad "
una causa più elevata ". ���
��� 2���
Ebbene,
è chiaro che Dio non si occupa che delle cose sue, non
pensa
che a sè stesso e non vede che sè stesso; guai a tutto
ciò
che contrasta a' suoi disegni. Egli non serve ad uno
più alto di
lui e non cerca di soddisfare che sè
stesso. La sua è una causa
prettamente
egoistica.
Osserviamo
un po' la causa dell' umanità che si vorrebbe
faces-
simo nostra. E forse quella d'alcuno a lei estraneo; l'
umanità serve
forse ad una causa superiore? No, l'umanità
non vede che se
stessa, essa non è ad altro intenta che a
favorire se medesima, nè
ha,
ali'infuori della propria, causa alcuna. Nell'intento di
svilup-
parsi, essa fa che popoli ed individui si logorino, ed
allorquando
questi hanno compiuto il loro ufficio, essa per tutta
riconoscenza li
getta nel letamaio della storia. Non è
forse la causa dell'umanità
una causa prettamente
egoistica?
Non
ho bisogno di dimostrare a coloro che ci vorrebbero im-
porre la
propria causa, che col far ciò essi si dimostrano teneri
della
lor salute, non già della nostra. Osservate gli altri.
Forse
che la Verità, la Libertà, l'Umanità
richiedono da voi altre cose
se non che v' infervoriate per loro e
serviate a' lor fini ?
In
ciò essi trovano tutto il lor vantaggio. Osservate un po'
il
popolo tutelato dai patriotti a tutta prova. I patriotti
cadono
nelle battaglie cruente e nella lotta colla fame e colla
miseria;
forse che il popolo si commuove perciò? Grazie al
concime dei
loro cadaveri esso diviene un popolo fiorente! Gli
individui son
morti
per " la grande causa del popolo " che paga il suo
debito
con alcune parole di ringraziamento, e ne trae tutto il
profitto
che può. Ecco un egoismo che frutta !
Ma
osservate un po' quel sultano, che provvede con tanto af-
fetto ai
" suoi ". Non è egli forse l'imagine
più schietta del di
sinteresse?
non sacrifica egli forse incessantemente sè stesso al
bene
dei suoi? Si, proprio dei suoi! Prova un po' a fargli capire
che
non sei suo bensì tuo: in premio dell'esserti sottratto al
suo
egoismo, tu sarai gettato in una carcere. Il sultano non
conosce
altra causa che la propria: egli è per sè il
tutto nel tutto, è l'u-
nico, e non consente ad alcuno di
non essere dei " suoi ".
E
da tutti questi esempi illustri non volete apprendere che il
miglior
partito è quello dell'egoista? Io per mio conto faccio
tesoro
di queste lezioni e piuttosto che servire
disinteressatamente a
quei grandi egoisti, voglio essere l'egoista
io stesso.
��� 3 ���
Dio
e l'umanità non hanno risposto la loro causa che in sè
stessi.
Epperciò voglio riporre anch'io in me stesso la mia causa,
io,
che, al pari di Dio, sono nulla per ogni altra cosa, e per me
sono
il mio tutto, l'unico.
Se
Dio e l'umanità son ricchi
abbastanza per esser tutto a sè
stessi, io sento che a me
manca ancor meno e che non potrò la-
gnarmi della mia "
vanità ". Io non sono già il nulla del
vacuo,
bensì il nulla creatore, il nulla dal quale io
stesso creo ogni cosa.
Lungi
dunque da me ogni causa, che non sia propriamente e
interamente la
mia! Voi pensate che la mia causa debba essere
per lo meno la "
buona causa "? Ma che buono, ma che cattivo !
Io sono per me
stesso la mia causa, ed io non sono nè buono ne
cattivo.
Tutto ciò per me non ha senso alcuno.
Il
divino è cosa di Dio, l'umano dell' "
uomo ". La mia causa
non è divina nè umana, non
è la verità, non è la bontà, nè la
giu-
stizia, nè la libertà, bensi unicamente ciò
che è mio; e
non è una
causa universale, bensì unica, come
unico sono io.
Nessuna cosa mi sta a cuore più di me stesso.
«
Per l'uomo l'Ente Supremo è l'uomo »
dice FEUERBACH.
«
L'uomo ora soltanto è trovato »
dice BRUNO BAUER.
Ebbene,
osserviamo un po' più da vicino cotesto Ente Su-
premo e
cotest'uomo nuovamente ritrovato.
L'uomo,
dall' istante che aprì gli occhi alla luce, nella con-
fusione
strana che lo circonda, cerca di ritrovare se stesso,
di
conquistare se stesso.
Ma
tutto ciò cui il bambino tende le mani, si schermisce
dai
tentativi ond'è minacciato e afferma la propria
indipendenza.
E
poi che ogni cosa vuol conservarsi qual'è
e contrasta ad
un tempo a tutto ciò che le dissomiglia, la
lotta per l'autonomia
diviene inevitabile.
Vincere
o soccombere, ��� tale la vicenda di questa lotta. Il
vincitore
diviene il padrone, il soccombente lo schiavo;
quegli
esercita l'imperio, il
" diritto sovrano ", questi adempie umile
e riverente i
" doveri di suddito ".
Ma
essi continuano ad esser nemici e sempre si guatano
so-
spettosi l'un l'altro:
spiano le debolezze reciproche, i figli quelle
dei
genitori, i genitori quelle dei figli (per esempio il loro timore):
e
chi non percuote è percosso.
Nell'
infanzia noi riusciamo a liberarci col cercare la ragione
delle
cose e ciò che in esse si nasconde (nel che i fanciulli
son
guidati da
un sicuro istinto); e per ciò noi ci dilettiamo a rom-
pere
i nostri balocchi, a esplorare i cantucci più reconditi, e ci
sen-
��� 8 ���
tiamo
spinti da curiosità verso tutto ciò ch'è
misterioso ed appar-
tato e su tutto vogliamo provar le nostre
forze.
Quando
abbiamo scoperto il segreto, l'intima essenza d'una
cosa, ci
sentiamo sicuri; cosi, per esempio, quando ci siamo accorti
che la
verga è troppo più debole della nostra caparbietà,
essa non
c'incute più timore, noi ci sentiamo ad essa
superiori.
Dietro
la verga si ergono, più potenti di essa, la nostra
osti-
nazione e il nostro coraggio orgoglioso. A poco a poco noi
riu-
sciamo a trionfare di tutto ciò che un tempo ci
appariva sinistro
e pauroso; della temuta potenza della verga,
dello sguardo severo
del padre, ecc., e dietro a tutto ciò
noi ritroviamo la nostra ata-
rassia, vale a dire
l'irremovibilità, l'intrepidezza, la nostra resi-
stenza,
la nostra oltrepossanza, l'invincibilità. Ciò che
poc'anzi
ci incuteva timore e rispetto ora ci inspira coraggio;
dietro ad
ogni cosa si drizza il nostro ardire, la nostra
superiorità; al brusco
comando dei superiori e dei genitori
noi contrapponiamo il nostro
audace egoismo, o gli artifici della
nostra astuzia. E quanto più
sentiamo d'esser noi, tanto
più meschino ci appare ciò che poc'anzi
stimavano
impossibile a superarsi. E che cosa è la nostra astuzia,
la
nostra accortezza, il nostro coraggio, la nostra ostinazione?
Che
cosa, se non spirito?
Per
gran tempo ci è risparmiata una lotta, che più tardi
non
ci darà tregua, quella contro la ragione. Passano
i più bei giorni
dell'infanzia, senza che siamo costretti a
contender con la ragione.
Noi non ci curiamo affatto di lei, non
accettiamo di contrastar
con essa, non ce
ne vogliamo impacciare. Con la persuasione
da
noi nulla si ottiene, noi restiamo sordi a tutte le
massime, ecc. ;
per contro resistiamo difficilmente alle carezze
ed alle punizioni.
L'ardua lotta con la ragione ha
principio solo più tardi e dà
inizio
ad un periodo nuovo: nella fanciullezza noi procediamo
senza tanti
rompicapi.
Spirito
chiamasi il primo aspetto nel quale ci riveliamo a
noi
stessi e umanizziamo il divino, cioè il fantastico, il
sinistro
mistero delle potenze superiori.
Nulla
più contrasta il sentimento della nostra fresca giovi-
nezza
e della fede in noi stessi: il mondo si ha da noi in
dispregio,
giacche noi siamo superiori ad esso, siamo spirito.
Ora
soltanto ci accorgiamo di non aver peranco osservato il
mondo con
lo spirito, ma
solamente con gli occhi del corpo.
��� 9 ���
Colle
forze naturali noi misuriamo le nostre prime forze.
I
genitori s'impongono quale una forza elementare ; più tardi
il
detto suona; bisogna abbandonare
padre e madre, considerare in-
franta ogni forza naturale. Essi
sono superati. Per l'uomo ragio-
nevole, vale a dire per l'
" uomo spirituale ", la famiglia non rap-
presenta più
una forza naturale : ne segue la rinunzia dei genitori,
dei
fratelli, ecc. Se questi "
rinascono " quali forze spirituali, ra-
gionevoli,
non saranno per nulla quelli che erano
prima,
E
non soltanto i genitori, ma gli uomini in generale ven-
gono
superati dal giovane; essi non sono più
un ostacolo per lui,
ed egli non ne tiene più alcun conto
giacchè gli si dice allora :
bisogna obbedire più a
Dio, che agli uomini.
Tutto
ciò che è " terrestre
" da quest'altezza s'arretra in una
dispregievole
distanza; poichè il nuovo aspetto è il ��� celeste.
La
condotta del giovane è ora opposta a quella del
fanciullo.
Essa è divenuta spirituale, mentre il
fanciullo non sentendosi
peranco " spirito " crebbe
imparando meccanicamente. Il giovane
non
cerca più d'appropriarsi le cose, come, ad esempio, di
cac-
ciarsi nella memoria delle date storiche, ma indaga in vece i
pen-
sieri che si nascondano nelle cose, come, ad esempio,
lo spirito
della storia; mentre, fanciullo, egli
comprendeva i nessi, ma non
già le idee, lo spirito,
epperciò imparava tutto ciò che gli veniva
fatto di
apprendere senza alcun procedimento aprioristico e teo-
rico, cioè
senza ricercare le idee.
Se
nell' infanzia s'ebbe a superare la resistenza delle
leggi
universali, più
tardi, in tutto ciò che ci proponiamo di fare, ci
abbattiamo
a qualche obbiezione dello spirito, della ragione, della
nostra
coscienza, " Ciò è irragionevole,
anticristiano, antipatriot-
tico ", ci grida la coscienza e
ci trattiene dal fare, quella data
cosa. Noi non temiamo già
la possanza delle Eumenidi, la collera
di Poseidone, non
il Dio, che vede le cose più recondite, non la
ferula del
padre ��� bensì la nostra coscienza.
Ora
noi seguiamo i nostri pensieri, e noi obbediamo alle loro
leggi,
proprio come sino allora noi avevamo ubbidito a precetti
dei
genitori o dei superiori. Le nostre azioni s'informano
ormai
al nostro pensare (alle nostre idee, alle nostre
rappresentazioni,
alla nostra fede) come nella fanciullezza
si lasciarono dirigere
dai comandi dei genitori.
Tuttavia anche da fanciulli noi abbiamo pensato; ma i nostri
��� 10 ���
pensieri
non erano incorporei, astratti, assoluti, cioè puri
pensieri
(un cielo per sè stesso, un mondo puramente
ideale), non erano
infine dei pensieri logici.
Ben
al contrario, erano unicamente pensieri che noi ci for-
mavamo sul
modo d'essere di una cosa determinata: noi pensa-
vamo che
la cosa potesse essere in tale o in tal altro modo. Cosi
noi
pensavamo: il mondo che noi vediamo è l'opera di Dio: ma
non
pensavamo (cioè non ci curavamo d' " investigare ")
le " pro-
fondità
della divinità stessa ". Noi pensavamo: " questo
v'ha di
vero in tale cosa " ma non sapevamo imaginäre
il vero o la ve-
rità per sè
stessa, ed eravamo incapaci di pervenire alle tesi a Dio
è
la verità ". Le
profondità della divinità, "
che è la verità ",
noi
non le toccavamo. Su cotale questione puramente logica, vale
a
dire teologica: " che cosa sia la verità ".
Pilato non si sofferma,
quantunque
nel singolo caso concreto non esiti a investigare
quanto ci sia di
vero in una data cosa ��� cioè se la cosa sia vera.
Ogni
pensiero congiunto ad una cosa determinata non è
an-
cora un pensiero per sè stesso, un pensiero
assoluto.
Nello
scoprire il pensiero puro,
o per lo meno nel farlo pro-
prio, è
riposto il godimento dell'età giovanile ; tutte le
forme
luminose del mondo delle idee, la verità, la libertà,
l'umanesimo,
l'essere umano, illuminano ed esaltano l'anima
dell'adolescente.
Ma riconosciuto lo spirito per la cosa
essenziale, permane an-
cora la differenza tra uno spirito povero
ed uno ricco, e perciò
noi ci adoperiamo a diventare ricchi
di spirito ; lo spirito chiede
d'espandersi, di fondare un regno
proprio, un regno che non è di
questo mondo, di recente
superato. In tal guisa egli si argomenta
di divenire il tutto nel
tutto. Ciò vuol dire che sebbene l'Io sia
spirito, non è
ancora per questo uno spirito perfetto e deve cer-
care
d'attingere tale perfezione.
Con
ciò Io, che ero giunto a ritrovare me stesso, quale
spirito,
perdo nuovamente e subitamente me stesso, inchinandomi
dinanzi
allo spirito perfetto, che non è in me, ma è
fuori di me e sentendo
così la mia pochezza.
Si
tratta (non è così forse?) sempre dello spirito, ma
può
dirsi d'ogni spirito ch'egli sia il vero ? Lo
spirito vero e genuino
è l'ideale dello spirito, lo "
spirito santo ". Esso non è il tuo o
il mio spirito,
bensì per l'appunto lo spirito ideale, superiore,
Dio in
somma. " Dio è lo spirito ". E questo " Padre
celeste "
��� 11 ���
che
dimora nell'infinito, concede lo spirito perfetto a coloro che
ne
lo pregano (1).
L'uomo
adulto si distingue dall' adolescente per ciò che egli
prende
il mondo così com'è senza vedere di ogni cosa
soltanto
il lato peggiore e senza l'ambizione di riformarlo, cioè
di rimo-
dellarlo secondo il suo ideale. In lui prende radice
l'opinione che
nel mondo si debba agire secondo il proprio
interesse e non già
secondo i proprii ideali.
Sino
a tanto che l'uomo non vede in sè stesso che lo spirito
e
ripone ogni suo pregio nell'essere " spirito " e
al giovane riesce
cosa facile il dare la sua vita, la vita "
materiale " per un nonnulla
per la più sciocca offesa
del suo amor proprio e della sua
vanità,
egli non ha che dei pensieri
delle idee che spera d'attuare in pro-
gresso di tempo non
possiede che ideali, cioè idee non tradotte in
effetti,
pensieri che attendono d'essere convertiti
in azione.
Solo
quando avremo incominciato ad amare il nostro " corpo "
e noi stessi così come siamo ��� il che avviene soltanto
nell'età
matura ��� potremo provare un interesse personale
od egoistico,
vale a dire un interesse che non si
restringerà al solo nostro spi-
rito, ma abbraccerà
tutto l'essere, l'organismo intero. Confrontate
un uomo adulto con
un adolescente, e il primo v'apparirà tosto
più
duro, più ingeneroso, più egoista. Porse è più
cattivo per
ciò? Voi direte che no; soltanto egli è
divenuto più caratteristico,
o, come voi preferite
chiamarlo, più " pratico ". L'essenziale si
è
che egli è andato facendo di sè stesso sempre
più il centro d'ogni
cosa, mentre il giovane s'esalta per
tante altre cose, per Iddio, per
la patria, ecc. Perciò
l'uomo adulto segna il punto in cui l'uomo
ritrova se stesso, per
la seconda volta. Il giovane ritrovò sè
stesso
quale spinto, e si perde nuovamente nello spirito
universale, nello
spirito perfetto, " santa ",
nell'uomo come tale, nell' umanità, in
breve in tutti gli
ideali, l'uomo adulto ritrova sè stesso quale
uno spirito "
reale e corporeo ".
I
fanciulli non conobbero che interessi indipendenti dallo
spirito,
vale a dire da idee e da pensieri, il giovane non conobbe
altri
interassi all'infuori di quelli spirituali;
l'uomo adulto ha
degli interessi reali,
personali, egoistici.
(1) LUCA, 11, 13.
��� 12 ���
Il
fanciullo s'annoia se non ha qualche oggetto con cui
possa
trastullarsi; giacchè egli non sa ancora occuparsi di
sè stesso. Il
giovane ali' incontro respinge da sè
gli oggetti perchè essi hanno
fatto sorgere in lui dei
pensieri : egli si trastulla coi suoi pen-
sieri, coi suoi
sogni che l'occupano spiritualmente; il suo " spi-
rito
è occupato ".
Tutto
ciò che non concerne lo spirito è da lui tenuto in
conto
di futile. E se non di meno talora egli s'apprende a
frivolezze
(quali, ad esempio, le cerimonie e le formalità
in uso tra gli stu-
denti), ciò avviene soltanto per lo "
spirito " ch'egli v'ha scoperto,
per i simboli che in
esse gli si sono rivelati.
Io mi
ritrovai, spirito, dietro alle cose; or mi ritrovo dietro
ai
pensieri, lor creatore e lor signore. Al tempo delle visioni
i
pensieri crebbero sopraffacendo il cervello, che pur gli aveva
ge-
nerati; essi aleggiarono intorno a me quali fantasie febbrili,
e mi
scossero con orribile forza. I pensieri
presero un corpo proprio,
divennero fantasmi, e si
chiamarono Dio, il re, il papa, la patria,
ecc. Col distruggere le
loro incarnazioni io li faccio rientrare in
mio potere e dico; Io
solo sono reale. Ed allora prendo il mondo
per quello che
rappresenta per me, vale a dire quale il mio mondo,
di cui
io sono il padrone ; e riferisco a me ogni cosa.
Se
nei momenti di profondo disprezzo pel mondo io, quale
spirito, lo
respinsi da me lontano, ora respingo nel nulla gli spi-
riti e le
idee di cui io sono il possessore. Essi non hanno più
al-
cuna forza su di me, nello stesso modo che sullo spirito non
può
prevalere alcuna potenza della terra.
I1 fanciullo
era realista, assorto nelle cose di questo mondo,
e tale rimase
sino a che gli venne fatto di scoprire a poco a poco
l'essenza
occulta delle cose: il giovane fu idealista, caldo dell'en-
tusiasmo
dei suoi pensieri, fino a che con grave stento riusci al-
l'egoismo
dell'uomo adulto, che dispone a suo piacere delle cose
e delle
idee e pone sovra ad ogni altra cosa il proprio interesse.
Ma e il
vecchio ? Se potrò diventare tale ne discorreremo a no-
stro
agio.
Come
si sviluppò ciascuno di noi? che cosa desiderò e
rag-
giunse? in che fallì? quali disegni e quali desideri
ebbe cari il
suo cuore, quali cambiamenti subirono le sue idee,
quali scosse
i suoi principii? in una parola, come ciascun di noi
divenne quel
ch'è oggi, cioè un essere dissimile da
quel di ieri o d' un tempo ?
A queste domande ognuno può
più o men facilmente rispondere
ricorrendo ai proprii
ricordi, ma con maggior vivacità avvertirà
i
cambiamenti che in lui avvennero chi assista allo svolgersi
della
vita d'un altro.
Gettiamo
adunque uno sguardo sul sistema di vita che se-
dusse i nostri
progenitori.
Poi
che la consuetedine ha voluto imporre ai nostri antenati
che
vissero avanti Cristo il nome di " antichi ", noi non
vogliamo
osservare che a giusto diritto essi di fronte alla nostra
esperienza
dovrebbero chiamarsi i " bambini " e vogliamo
continuare ad ono-
rarli quali nostri buoni vecchi. Ma in qual
modo essi si ridus-
sero a invecchiar si fattamente e chi potè
sopraffargli con la
sua pretesa modernità?
Noi
lo conosciamo l'innovatore rivoluzionario, lo conosciamo
molto
bene l'irriverente erede che profanò persino il sabato
dei
padri per solennizzare la sua domenica, ed interruppe il corso
del
tempo per incominciare con sè stesso un'êra
nuova. Noi lo cono-
sciamo e sappiamo che fu il Cristo. Ma resterà
egli eternamente
giovane, è egli ancora moderno o è
invecchiato ancor lui al par
degli antichi?
��� l4 ���
Bisogna
pur ammettere che dagli antichi sia stato generato
il moderno che
a loro si sovrappone. Esaminiamo un po' cote-
st'atto
generativo.
"
Per gli antichi il mondo era verità " dice Feuerbach,
ma
egli dimentica quest'aggiunta
importante : " una verità della quale
cercavano di
comprendere la falsità "; e vi
riuscirono. Che impor-
tino quelle parole del Feuerbach
si riconoscerà di leggeri,
con-
frontandole coll'assioma cristiano
della " vanità e caducità delle
cose mondane ".
Nello stesso modo che il cristianesimo non è
mai in
condizione di persuader sè stesso della vanità della
pa-
rola divina ma crede invece all'eterna ed incrollabile verità
di
essa, tanto più trionfante quanto con più
profonda meditazione
ricercata, così gli antichi per parte
loro vivevano nella credenza
che il mondo e i rapporti umani ( per
es. i vincoli
naturali del
sangue) rappresentassero la verità, dinanzi
alla quale il loro io
impotente si dovesse piegare. Ciò
appunto cui gli antichi attri-
buivano maggior valore è dai
cristiani respinto come cosa priva
di pregio; ciò che
quelli riconoscevano per vero questi vitupe-
rano col marchio
della menzogna. Vanito l'alto concetto della
patria, il cristiano
è costretto a riguardare se stesso come uno
"
straniero sulla terra " (1); così, il santo dovere di dar
sepol-
tura ai morti, che inspirò un capolavoro quale
l'Antigone di
Sofocle, si riduce
nella nuova dottrina a miserabile cosa (" la-
sciate che i
morti seppelliscano i proprii morti ")
e la indisso-
lubilità de' vìncoli familiari vien
tacciata come una falsità,
dalla quale mai abbastanza
presto ci vien fatto di liberarci (2),
e così via.
Ora,
quando abbiamo compreso che ciascuna delle due parti
ha in conto
di verità ciò che per l'altra è menzogna: l'una,
cioè,
la natura e i rapporti terreni, l'altra lo spirito e
la comunione
con gli esseri soprannaturali (la patria celeste, la
celeste Geru-
salemme): ci rimane ancora da ricercare come dal
mondo antico
sia sorto il moderno e come si sia potuta operare
quella evi-
dente inversione di criteri.
Gli
antichi hanno contribuito essi stessi a trasformare la loro
verità
in una menzogna.
(1) Ebrei, 11, 13.
(2) MARC, 10, 29.
��� l5 ���
Entriamo
senz'altro nel periodo più splendido dell'antichità,
in
quella che ha nome da Pericle. A quel tempo i sofisti era
in
fiore e la Grecia si faceva beffe di tutto ciò che sino
a poco in-
nanzi aveva tenuto in. pregio.
Troppo
a lungo i padri erano stati costretti sotto il ferreo do-
minio
dello Stato, al quale nessuno poteva attentare, perchè i
po-
steri per le proprie amare esperienze non avessero dovuto
appren-
dere a sentir se stessi.
Per il che con coraggioso ardimento i
sofisti
lanciarono l'ammonimento: " Non lasciarti
sgomentare! "; e diffu-
sero Ja
dottrina educatrice : " Adopera a
proposito d'ogni cosa il
tuo intelletto, la tua malizia, il tuo
spirito ; un intelletto sano e
scaltrito ti porge l'unico mezzo
per trarti d'impaccio e prepararti
la più felice delle
sorti, la miglior vita ". Essi riconobbero adun-
que nello
spirito la miglior arma dell'uomo contro il mondo.
Ecco
perchè i sofisti tengono in così alto pregio l'abilità
dia-
lettica, la prontezza della parola, l'arte del disputare,
ecc. Essi
annunziano che lo spirito può esser adoperato in
ogni occasione;
ma sono ancora ben lontani dalla santità
dello spirito, poichè que-
sto non è per essi che un
mezzo, un'arma, come l'astuzia e la
caparbietà pei
ragazzi. Il loro spirito è l'intelletto infallibile.
A'
dì nostri questa sarebbe giudicata una educazione
intellet-
tuale incompiuta, e a guisa di ammonimento si
aggiungerebbe:
non educate soltanto il vostro intelletto, ma ben
anco il cuore.
Ed è ciò che fece Socrate.
Se
il cuore non riesciva a liberarsi dei suoi impulsi naturali,
ma
restava invece tutto implicato nel contenuto più accidentale,
e
interamente in balia delle cose e alla mercè
dei desideri non fre-
nati dalla ragione (null'altro in fine che
un vaso accogliente gli
appetiti più varii), il libero
intelletto avrebbe dovuto esser servo
del " cattivo cuore ",
pronto a giustificare tutto tutto ciò che il
" cattivo
cuore " desiderasse.
Perciò
Socrate dice
che non basta giovarci in tutte le cose
del nostro intelletto, ma
che sopra tutto importa sapere a quale
intènto ce
ne vogliamo servire. Oggi noi diremmo "
che si deve
servire alla buona causa ". Epperò servire
alla buona causa, si-
gnifica ��� esser morali. Ecco perchè
Socrate è
il fondatore del-
l'etica.
Il
principio della sofistica doveva, del resto, condurre a rite-
nere
che il più servile e cieco schiavo dei suoi desideri potesse
��� 16 ���
essere
un eccellente sofista, coll'interpretare e
predisporre ogni
cosa in favore del suo rozzo cuore. Non si trova
forse cercando
bene una buona ragione per ogni cosa e per ogni
causa?
Perciò
disse Socrate :
voi dovete essere a puri di cuore " se
volete che la vostra
saggezza sia degna di stima. A questo punto
incomincia il secondo
periodo della liberazione dello spirito elle-
nico, il periodo
della purezza del cuore. Giacchè il primo ebbe
la
sua conclusione coi sofisti, i quali proclamarono
l'onnipotenza
dell'intelletto. Ma il cuore rimase mondano, cioè
schiavo del
mondo, sempre agitato da desideri di beni materiali. E
questo
cuore rozzo doveva venir educato: sopraggiungeva l'età
dell'edu-
cazione del cuore. Ma
in qual modo dev'esser educato il cuore?
L'intelligenza è
pervenuta a giocar liberamente col contenuto
dello spirito ;
un'eguale sorte attende il cuore ; e di fronte a que-
sto deve
perire tutto ciò che è mondano, sicchè si finirà
col ri-
nunziare alla famiglia, alla comunità della patria,
ecc., per amore
del cuore, vale a dire della felicità,
della beatitudine del cuore.
L'esperienza
d'ogni giorno conferma che l'intelletto può aver
da lungo
tempo rinunziato a qualche cosa per la quale il cuore
palpita
ancora lungamente.
E
così l'intelletto sofìstico erasi reso talmente padrone
delle
antiche forze signoreggianti, che per toglier loro ogni
potere su
l'uomo non altro ormai occorreva se non snidarle dal
cuore ove
ancora regnavano incontrastate.
Una
cotal guerra fu iniziata da Socrate e
la pace non fu con-
chiusa che il giorno in cui perì il
mondo antico.
Da
Socrate ha principio lo studio del cuore e la critica di
ciò
che esso contiene.
Nei
loro ultimi e disperati sforzi gli antichi gittarono dal
loro
cuore tutto ciò che vi si accoglieva, sicchè
esso non seppe
più battere per cosa alcuna : questa fu
l'opera degli scettici. Così
fu ottenuta nell'età
degli scettici la purezza del cuore, come nel-
l'età dei
sofisti s'era conseguita la liberazione dell'intelletto.
L'educazione
sofistica ebbe per conseguenza che l'intelletto
non s'arrestò
dinanzi a cosa alcuna; la scettica che il cuore non
si commosse
più per alcuna cosa.
Sino
a tanto che l'uomo è ne' suoi rapporti impacciato dalle
cose
mondane e ne dipende e ne rimane schiavo ��� (e tale egli
resta
sino alla fine dell'antichità dacchè ancor sempre il
suo cuore
��� 17 ���
deve
lottare per rendersi indipendente) ��� egli non è uno
spi-
rito; giacchè
lo spirito è incorporeo e non conosce rapporti col
mondo e
col corpo; per esso il mondo non esiste, come non esi-
stono
legami naturali, ma soltanto ciò che è spirituale, i
legami
dello spirito. Perciò l'uomo doveva, prima di
riuscire a sentirsi
puro spirito, perdere ogni riguardo, divenire,
quale ce lo
ritrae
l'educazione scettica, incurante d'ogni cosa, libero da
tutti i suoi
rapporti, indifferente a tutto il mondo, si da
vederlo crollare sen-
za commuoversi. E il risultato dell'opera
gigantesca degli antichi
è questo: di far sì che
l'uomo diventi un essere senza mondo e
senza rapporti, vale a dire
uno spirito puro.
Allora
soltanto, libero da ogni cura terrena, egli è a sè
stesso
il tutto nel tutto, esiste per sè solo, è lo
spirito per lo spirito, o,
per meglio dire, non si cura che delle
cose spirituali.
Nell'astuzia
viperea e nell'innocenza di tortura del cristiane-
simo i due
termini dell'antica liberazione dello spirito, l'intelletto
ed il
cuore, sono condotti a tal perfezione da apparire ringiova-
niti e
moderni, e nè l'uno nè l'altro si lasciano sgomentare
da
ciò che è mondano e naturale.
Allo
spirito adunque s'innalzarono gli antichi ed aspirarono
a
diventar spirituali. Ma l' uomo,
che intende a svolgere la sua
operosità quale spirito, si
vede attratto verso compiti ben diversi
da quelli che prima poteva
prefiggersi, verso compiti che vera-
mente occupano lo spirito, e
non soltanto il senso o la penetra-
zione, facoltà
roteste che solo
ci aiutano a renderci padroni delle
cose. Solo di cose
spirituali si occupa lo spirito ed in tutto egli va
rintracciando
le sue vestigia : per lo spirito credente "
ogni cosa
viene da Dio " e
non l'interessa se non in quanto serve a rive-
largli una divina
origine ; per lo spirito filosofico tutto si presenta
con
l'impronta della ragione e l'interessa solo in quanto gli sia
dato
di trovarsi un contenuto intellettuale.
Gli
antichi non esercitavano dunque lo spirito poi che ancora
non lo
possedevano (non esistendo esso nelle cose, con le quali
nulla
ha di comune, ma nel pensiero che è dietro e sopra
ciascuna
cosa) ; soltanto lo ricercavano, lo invocavano, e lo
acuivano per
lanciarlo contro il lor nemico oltrapossente, il
mondo dei sensi.
Tutto in fatti era per essi oggetto de' sensi,
dacchè lo
stesso
Jehova e i numi pagani ancor repugnavano al concetto "
Dio e
spirito " e alla
patria terrena non era peranche sottentrata la ce-
STIRNER : L' Unico ��� 4.
��� 18 ���
leste.
Ancor oggi gli ebrei, codesti figli
precocemente savi del-
l'antichità, non sono giunti, pur
con tutta la loro sottigliezza e la
forza della lor perspicacia e
la versatilità del lor pieghevolissimo
intelletto, a
trovare lo spirito, che ha in non cale ogni cosa.
Il
cristiano ha interessi spirituali, perchè egli ardisce di
es-
sere un uomo spirituale; l'ebreo
non sa comprender nemmeno tali
interessi in tutta la loro purezza,
perchè egli non permette a sè
stesso di non
attribuire alcun valore alle cose. Egli non sa ele-
varsi alla
pura spiritualità, ad una spiritualità com'è
espressa, a
mo' d'esempio religiosamente
nella fede cristiana che ci rende
beati, anche senza le
opere. La loro mancanza di spiritualità al-
lontana
per sempre gli ebrei dai cristiani, giacche a chi non è
spirituale
tutto ciò che tien dello
spirito riesce inconcepibile,
nello stesso modo che l'
uomo spirituale disprezza chi tale non è.
Gli ebrei non possiedono che lo " spirito di questo mondo ".
La
penetrazione e la profondità dello spirito antico sono
tanto
lontane dallo spirito e dallo spiritualismo del mondo cri-
stiano
quanto il cielo dalla terra.
Chi
si sente un libero spirito, non è oppresso nè
angustiato
dalle cose di questo mondo, perchè
egli non ne tien conto;
solo
chi è tanto sciocco da attribuire loro un peso può
sentirne la
gravezza, e in questo caso ei dimostra di tenersi
ancora stretto
alla " cara vita ". Colui, che sovra ogni
altra cosa è vago di sen-
tirsi e di comportarsi quale un
libero spirito, poco si curerà che
le cose gli volgano
propizie od avverse e non penserà come debba
governarsi per
viver di una vita libera e lieta.
Egli
non s'affligge per gli inconvenienti che derivano da una
vita
soggetta alle cose, dacchè
quella ch'ei conduce è vita spi-
rituale ; e in fatti
mangia ed ingoia quasi sempre senza esserne
consapevole, e se gli
fa difetto l'alimento, muore col corpo, ma
sapendosi immortale
quale spirito, e chiude gli occhi con una
preghiera e con un
pensiero. La sua vita consiste nell'occuparsi
di
cose spirituali ��� tutto ciò che non è pensiero non lo
tange;
quale che sia l'oggetto della sua occupazione spirituale ���
pre-
ghiera, contemplazione, o speculazione fìlosofica ���
l'azione sua è
il pensiero. Ecco perchè
il Descartes quando
alfine si fu di ciò
convinto potè proclamare
l'assioma: " Io penso, dunque io sono ".
Questo
significa : a Il mio pensiero è il
mio essere e la mia vita ;
soltanto se vivo spiritualmente, io
vivo; soltanto quale spirito
��� 19 ���
sono
realmente io ; oppure : Io sono interamente spirito e null'altro
che
spirito. Lo sventurato Pietro Schlemihl che aveva perduto
la
propria ombra è il ritratto dell'uomo diventato spirito;
poichè il
corpo
dello spirito non proietta ombra alcuna.
Come
diversi gli antichi! Per quanto ei si dimostrassero ga-
gliardi e
virili, di fronte alla forza delle cose dovevano pur ri-
conoscerla,
nè ad altro seppero riuscire che a difender contro essa
come
meglio poterono, la loro vita. Solo tardi riconobbero che la
"
vera vita " non era quella della lotta contro le cose, bensì
la
vita spirituale quella che rifuggiva dalle cose,
e quando di ciò
si accorsero divennero cristiani, vale a
dire moderni e novatori
contro gli antichi.
La
vita rifuggente dalle cose, la vita spirituale, non ritrae
perciò
più alcun alimento dalla natura, bensì si pasce di
soli
pensieri " epperciò non è più vita
" ma pensiero.
Tuttavia
non è da credere che gli antichi non conoscessero
il
pensiero ; ciò sarebbe altrettanto falso quanto
l'imaginare
che
l'uomo spirituale non partecipi alla
vita materiale. Bensì essi
avevano le proprie idee su ogni
cosa, sul mondo, sugli uomini,
sugli dei, ecc. e si argomentavano
in ogni guisa a rendersene co-
scienti. Però non
conoscevano il Pensiero, quantunque pensassero
a molte cose e si
travagliassero coi loro pensieri. Si confronti
in proposito degli
antichi il verso cristiano: a I miei pensieri
non sono i vostri
pensieri, e di quanto il cielo è più alto della
terra
d'altrettanto i miei pensieri sono più alti dei vostri "
e si
rammenti quanto ho detto più s
opra a proposito dei nostri pen-
sieri
infantili.
Che
cosa cerca adunque l'antichità? Il vero godimento
della
vita! E si finirà per arrivare alla "
vera vita ".
Canta
il greco poeta Simonide: " La salute è il più
prezioso
bene dell'uomo mortale, poi viene la bellezza, poi la
ricchezza
conquistata senza frodi, infine il godimento che si
prova nella
conversazione di giovani amici ". Tutti questi
sono beni della
vita o godimenti della vita. Quale altra
cosa cercava mai Dio-
gene di Sinope se non il vero
piacere, ch'egli ritrovò nel minimo
grado dei bisogni? Che
cosa Aristippo, che lo ritrovò nel saper
serbare
tranquillo l'animo nella buona e nella avversa fortuna?
Essi tutti
cercavano la gioia d'una vita inalterabilmente serena
la
giocondità, la
letizia.
��� 20 ���
Gli
stoici vogliono attuare il tipo dell'uomo saggio, di colui
���
cioè ��� che sa vivere una vita conforme ai dettami della
sag-
gezza; essi pongono il loro ideale nel disprezzo del
mondo, in
una vita immobile e imperturbata, senza rapporti
amichevoli col
mondo, isolata e appartata; lo stoico solo
vive, tutto il resto è
morto per lui. All'incontro
gli Epicurei domandavano una vita
tutta movimento.
Gli
antichi ambivano, quando volessero vivere allegramente,
una vita
agiata (precipuamente gli Ebrei, che
si augurano vita
lunga, benedetta di figli e di doni di fortuna),
l'eudaimonia,
il
benessere nelle sue forme più
varie. Democrito esalta, p. es.,
come
tale la " tranquillità
dell'animo " la quale permette di a viver
dolcemente
senza timore e senza agitazioni ".
L'antico
è d'avviso che la tranquillità dell'animo sia la
mi-
gliore compagna della vita, quella che procura la più
lieta delle
sorti e porge il miglior mezzo per campare.
Ma siccome egli non
può staccarsi dalla vita,
principalmente per la ragione che ogni
sua attività
s'esaurisce nello sforzo che fa per staccarsene, cioè
per
respingerla (per far la qual cosa è necessaria l'esistenza
di
una vita che possa esser respinta, che diversamente nulla
più
rimarrebbe da respingere), così egli non può
altro raggiungere
se non al più un altissimo grado di
liberazione, e per il grado
soltanto si distingue dagli altri meno
fortunati negli sforzi fatti
per esser liberi. Quand'anco
ottenesse l'assoluto annientamento
dei sensi terrestri, quel grado
d'annientamento che sol permette
ancora di sussurrare la parola "
Brahma ", egli
non si distin-
guerebbe per ciò essenzialmente dall'uomo
sensuale.
Lo
stesso stoicismo e la stessa virtù virile in fine de'
conti
vengono alla conclusione della necessità di
sostenersi e di affer-
marsi contro il mondo, e l'etica degli
stoici (unica loro scienza
poichè dallo spirito null'altro
seppero insegnare se non il modo
con cui esso dovesse comportarsi
di fronte al mondo ed alla na-
tura [: fisica :] e lottare
contr'essa) non è una dottrina dello spirito,
bensì
una dottrina del disprezzo del mondo e dell'affermazione
del
proprio io, cioè di quella « imperturbabilità e
indifferenza
della vita ", che fu la virtù più
caratteristica dei Romani.
Più
lontano di questa filosofìa della vita non andarono
nem-
meno i Romani (Orazio,
Cicerone, ecc.).
Quella dal benessere (edonè) degli epicurei è una filosofia
��� 21 ���
simile
a quella degli stoici, ma più raffinata, più
ingannatrice.
Essa null'altro insegna fuor che una diversa
attitudine verso il
mondo, un contegno più prudente; il
mondo dev'essere ingannato,
imperocchè esso è il
nemico.
Ma
gli scettici soltanto ripudiano il mondo interamente.
Tutti
i rapporti col mondo sono per essi " senza valore e
senza
verità. Timone dice: " I sentimenti ed i
pensieri, che noi attin-
giamo dal mondo, non contengono nulla di
vero ". ��� " Che cosa
è
verità'? " esclama Pilato.
Il mondo, secondo la dottrina di
Pir-
rone, non è nè buono nè cattivo, nè
bello nè brutto, e così via;
tutti cotesti
sono predicati, che io gli attribuisco. Timone dice:
"
Per sè stessa nessuna cosa è buona o cattiva, bensì
l'uomo s'ima-
gina che
sia tale o tale " ; di fronte al inondo non rimane
che
l'atarassa
(l'apatia) e l'afasia
(l'ammutolimento o, con altre pa-
role, l'isolamento
ulteriore). Nel mondo non esiste più alcuna
verità
da conoscere, le cose si contraddicono, le idee delle cose
sono
incapaci di distinzione (bene e male sono la stessa cosa, di
modo
che quello che per taluno è buono, per tal altro è
cattivo).
E con ciò cessa la ricerca del vero; e non rimane
che l'uomo
privo di conoscenza, l'uomo che nulla
trova da conoscere nella
vita, e lascia sussistere così
com'è il mondo vuoto di verità,
e
non se ne cura.
In
cotal modo l'antichità si sbriga del mondo delle cose,
del-
l'ordine universale, dell' universo stesso. Ma all'ordine
universale
ed alle cose di questo mondo non appartiene già
soltanto la na-
tura, bensì ne fan parte tutti i rapporti
nei quali l'uomo si vede
posto dalla natura, p.
es., la famiglia, la comunità, in
una parola
tutti i cosidetti " legami naturali ".
Col mondo dello spirito
principia allora il cristianesimo.
L'uomo
che si trova ancora vigile in armi contro il mondo
è
l'antico, il pagano (ed a questa categoria appartiene anche
l'ebreo,
per non essere cristiano); l'uomo che solo è guidato
dalla
gioia del cuore della sua compassione dalla sua simpatia dal
suo
spirito è il moderno, il cristiano. Gli
antichi col porre ogni loro
sforzo nel superare il mondo e
redimere l'uomo dalle pesanti ca-
tene che lo avvincevano,
pervennero alla dissoluzione dello stato
ed alla esaltazione
dell'individuo. Comunità, famiglia, ecc. quali
rapporti
naturali, non sono forse ostacoli importuni, che
dimi-
nuiscono la mia libertà spirituale?
��� 22 ���
"
Se uno va con Cristo, diviene una nuova creatura;
l'antico
è passato, ecco
tutto s'è rinnovato " (1).
Se
più sopra fu detto: " Per gli
antichi il mondo era una
verità ",
ora noi dobbiamo dire : " pei moderni
lo spirito era una
verità ", però, qui come là,
non dobbiamo omettere di soggiun-
gere: una verità di cui
cercavano ed anche giunsero a scoprire
la falsità.
11
Cristianesimo seguì una via non dissimile da quella per-
corsa
dall'antichità. In tutta l'età di mezzo infatti l'
intelletto fu
tenuto
prigioniero dei dogmi cristiani, ma nel secolo che prece-
dette la
riforma si ribellò col sofismo e si prese gioco
sacrilego
di tutti gli articoli di fede. E in pari tempo dicevasi,
principal-
mente in Italia ed alla Corte di Roma ; purchè
si serbi cristiano
il cuore, l'intelletto può scapricciarsi
a suo bell'agio.
Già
molto prima della riforma eran cosi frequenti le dispute
caviliose
che il papa e i più ritennero che anche l'apparizione
di
Luterò si dovesse risolvere in una " disputa di
frati ". L'uma-
nesimo corrisponde
alla sofistica, e nello stesso modo che nell'età
dei
sofisti la vita greca trova vasi nella sua maggiore
floridezza
(secolo di Pericle), cosi il massimo splendore
rifulse nel secolo
dell'umanesimo, o, come si potrebbe anche dire,
del machiavel-
lismo (invenzione della stampa, scoperta del nuovo
mondo, ecc.).
In quel tempo al cuore era ignoto ancora il
desiderio di liberarsi
dal suo contenuto cristiano.
Ma
la Riforma, al pari della filosofia socratica, mosse
guerra
seriamente al cuore e da allora i cuori divennero, a tutta
evidenza,
sempre più anticristiani. Avendo incominciato con
Luterò a por
mente alla cosa, la riforma doveva
condurre inevitabilmente il
cuore a liberarsi dal grave pondo
della cristianità. Il cuore, facen-
dosi di giorno in
giorno meno cristiano, perde il contenuto che
l'occupava, sino a
tanto che non gli resterà altro fuorchè la pura
virtù
sua sostanziale, la cordialità, l'amore universale,
l'amore
dell'uomo, il sentimento della libertà, la "
coscienza di sè stesso ".
Ora
soltanto può dirsi che il cristianesimo è perfetto,
perchè
(1)
Cor, 5,
17.
��� 23 ���
è
divenuto arido, privo di vita e di contenuto. Ora non havvi
più
alcun contenuto al quale il cuore non si ribelli, eccetto il
caso
che inconsciamente ei se ne lasci sorprendere. Il cuore fa
la
critica d'ogni cosa, di tutto ciò che mostra di voler
insinuarsi
in lui, con una crudeltà spregiudicata e
non è capace di alcuna
pietà (se non inconsciamente
o di sorpresa). Del resto, v'ha egli
cosa che si possa amare negli
uomini, dacchè tutti sono " egoisti "
e nessuno è
l' uomo
come tale, vale a dire " un puro
spirito "?
Il cristiano non ama che lo spirito; ma
dove si troverebbe qual-
cuno che non fòsse proprio
null'altro che spirito?
Amare
un uomo di carne ed ossa non sarebbe degno d'un
puro cuore,
sarebbe piuttosto un tradimento della purezza del
cuore, dell'
" interesse teoretico ". Giacchè
non si deve credere che
la cordialità assomigli a quella
giovialità che stringe ad ognuno
la mano; ben all'opposto
la pura cordialità non è cordiale con
nessuno, essa
non è che un interesse platonico per l'
uomo come
uomo, ma non già come persona. La persona le
ripugna per il
suo " egoismo ", perchè
non è l'uomo, o meglio non è l'uomo
ideale. E
l'interesse teoretico non esiste che per l'idea. Per la
pura
cordialità o per la pura teoria gli uomini non esistono se
non
per essere criticati, scherniti e profondamente disprezzati;
sono
per esse quello che sono pel prete fanatico ; fango e null'al-
tro
che fango.
Giunti
cosi all'apogeo della cordialità apatica, dobbiamo pur
infine
accorgerci che lo spirito, il quale solo è amato dal
cri-
stiano, non esiste, o che questo spirito è una
menzogna,
Ciò
che qui abbiamo esposto concisamente e in modo forse
poco
intelligibile, si schiarirà, speriamo, successivamente.
Accettiamo
l'eredità lasciataci dagli avi, e da
buoni lavora-
tori ricaviamone ciò che se ne può
ritrarre. Il mondo giace ai
nostri piedi, vilipeso, molto al
disotto di noi e del nostro cielo
al quale le sue braccia più
non si tendono e cui non giunge più
il suo alito che i
sensi hanno ammorbato.
Per
quante seduzioni ponga in opera, esso non può abba-
gliare
che i nostri sensi, ma lo spirito ��� e noi in verità
non
siamo che spirito ��� non gli riesce d'ingannarlo. Così
favella la
" libertà
spirituale ". Poi che pervenne alla compiuta conoscenza
delle
cose, lo spirito si elevò sopra di esse, si sciolse dai
legami
che lo tenevano avvinto, ed ora spazia libero nell'
infinito.
��� 24 ���
Allo
spirito, che dopo tante fatiche si è sottratto alla
schia-
vitù del mondo, poi che rinnegò le cose
terrene e la materia,
null'altro rimane se non ciò ch'è
spirituale. E tuttavia, come
soltanto ei si è straniato dal
mondo ma non l'ha potuto distrug-
gere, così nel mondo egli
continua a vedere un perenne ostacolo,
un triste ente e si strugge
nel desiderio di spiritualizzarlo, e
concepisce e accarezza
per esso, con giovanile baldanza, disegni
di riforme, di
miglioramenti, di redenzione.
Gli
antichi erano, come vedemmo, asserviti alla materia e
all'ordine
naturale delle cose; ma di continuo si travagliano per
sottrarsi a
un tal domin o, in ìmpeti sovrumani
di ribellione
senza posa rinnovellati;
jnfine dal loro gemito supremo nacque
il a Dio, vincitore del
mondo ". Tutta l'operosità
della persona
era rivolta alla conoscenza del mondo, e svolgevasi
in un per-
petuo intento di penetrarne il mistero e di
oltrepassarlo. E quale
è la sapienza dei molti secoli
succedutisi? Che cosa cercarono
di scoprire i moderni? Il mistero
del mondo non più giacchè
l'avevano svelato gli
antichi, bensì il mistero di Dio, loro da
quelli legato,
del Dio ch'è " spirito di tutto ciò che
appartiene
allo spirito, ch'è
spirituale ".
L'attività
dello spirito, che " investiga persino gli abissi
della
divinità " ha nome teologia. Se gli antichi
null'altro ci
possono insegnare che la loro filosofia naturale, i
moderni non
arrivarono nè arriveranno mai più in là
della teologia. Noi ve-
dremo più
tardi che persino le più recenti ribellioni contro
Dio
null'altro sono in fine che i più disperati sforzi
della teologia,
insurrezioni teologiche dunque.
Immenso
è il regno degli spiriti e innumerevoli cose com-
prende.
Vediamo
dunque che sia questo spirito che i nostri vecchi
ci lasciarono in
retaggio.
Essi
lo generarono tra i dolori, e pur non seppero ricono-
scersi in
lui: gli detter la vita, ma non gii
appresero la parola
che doveva pronunciare sol egli. Il " Dio
nato " il figlio del-
l'uomo
profferisce, primo, la massima che lo spirito, cioè egli,
��� 25 ���
Dio,
nulla ha a che fare col mondo e co' suoi rapporti, ma so-
lamente
conosce sè stesso e ciò che gli si attiene.
Il
mio coraggio inalterabile in mezzo a tutti i colpi della
sorte, la
mia incrollabilità, il mio spirito d'indipendenza, e
forse
tutto ciò " spirito "
nel pieno suo senso ? In tal caso mi troverei
ancora in istato
di lotta col mondo, ed unico mio intento sarebbe
di non soccombere
a lui! No, prima ch'egli non s'occupi che di
sè stesso, del
suo mondo, del inondo spirituale, lo spirito non è
il
libero spirito, ma solamente lo spirito di questo mondo,
che
alle cose del mondo è avvinto. Egli è spirito
libero, cioè effet-
tivamente spirito, soltanto nel
mondo suo proprio; in questa
terra egli è uno
straniero. Soltanto in grazia d'un mondo
spiri-
tuale lo spirito è spirito realmente, giacchè
il mondo de' sensi
gli è ignoto.
Ma
donde, se non da lui stesso, deve venirgli cotesto mondo
spirituale?
Egli deve rivelarsi; e le parole che pronuncia,
le
manifestazioni del proprio essere, compongono il suo
mondo.
Come l'uomo fantasioso vive solo nelle imagini da lui
create e
di quelle compone il suo regno ; come il pazzo
s'edifica un mondo
formato di sogni, senza il quale egli
cesserebbe d'esser pazzo;
così lo spirito è
obbligato a crearsi un dominio spirituale, e
prima che questo non
sia creato egli non è spirito.
Sicchè
le sue creazioni fanno di lui ano spirito,
e dalle
creature si manifesta in lui il creatore; in esso egli
vive, esse
formano il suo mondo.
Che
cosa è dunque lo spirito? E il creatore d'un
mondo
spirituale ! Anche a me ed a te si
riconosce lo spirito quando si
vede che ci siamo appropriate cose
spirituali, vale a dire che
abbiamo dato vita ai pensieri, quando
pure ci sian stati suggeriti;
nella nostra infanzia se pur ci
avessero suggeriti i pensieri più
edificanti sarebbe a noi
mancata e la volontà e la facoltà di
riprodurli.
Così
dunque lo spirito non esiste se non quando crea cose
immateriali;
la sua vita è associata a ciò ch'egli ha creato.
Siccome
noi lo riconosciamo dalle sue opere, val la
pena di
domandarci in che queste consistono. Orbene, le opere o le
crea-
ture dello spirito null'altro sono che spirito.
Se
io m'avessi dinanzi degli ebrei, ma di quei genuini, io
qui dovrei
far punto e lasciarli dinanzi a questo mistero, che per
��� 26 ���
quasi
duemila anni li trovò increduli e
indifferenti. Ma siccome
tu, mio caro lettore, difficilmente sarai
un ebreo puro sangue, ���
che se tale fossi, non avresti perduto
il tempo a seguirmi sin
qui ��� noi vogliamo fare insieme ancora
un tratto di cammino,
sino a che forse anche tu mi volgerai le
spalle, vedendo ch'io
ti rido sul viso.
Se
qualcuno ti dicesse che tu sei tutto spirito, tu ti taste-
resti
il corpo, e gli risponderesti incredulo : " Io possiedo,
bensi,
dello spirito, ma non esisto solo come spirito; sono
anche un
uomo in carne ed ossa ".
Tu faresti ancor sempre una distinzione
fra te ed il tuo "
spirito ". Ma ribatte colui, tu sei destinato,
quantunque
inceppato per ora dai vincoli del corpo, a diventare
un giorno "
uno spirito beato ", e comunque tu possa rappre-
sentarti
l'aspetto futuro di questo spirito, non è men vero che
morendo
tu dovrai spogliarti del corpo e tuttavia tu continuerai
ad
esistere e ad esistere in eterno ; adunque lo spirito solo in te
è
eterno e vero, il corpo non altro è che una dimora
provvisoria,
che tu dovrai abbandonare e mutar con un'altra.
Adesso
tu gli presterai fede? Per ora tu non sei ancora
soltanto spirito,
ma allorquando sarai costretto ad emigrare dal
tuo corpo mortale,
tu dovrai far di meno del corpo, epperciò è
necessario
che tu preveda per tempo una tale eventualità e prov-
veda
per tempo al tuo vero " io ".
" Che cosa gioverebbe al-
l'uomo se conquistasse l'intero
mondo e nondimeno recasse danno
all'anima sua! "
Ma
anche ammesso che i dubbi sollevati in corso di tempo
contro i
dogmi cristiani, ti abbiano tolta da lunga pezza la
fede
nell'immortalità del tuo spirito, un dogma per te è
rimasto in-
tatto e intangibile, una verità alla quale
resti sempre devoto,
che cioè lo spirito è di te la
miglior parte e che le cose spiri-
tuali hanno verso di te
maggiori diritti di ogni altra cosa. Se pur
ateo, ti trovi
d'accordo con chi crede alla immortalità nello zelo
contro
l'egoismo.
Ma
quale idea ti sei formata dell'egoista? Un uomo, il quale
anzichè
vivere per un'idea, cioè per qualcosa di spirituale,
sacri-
ficandole il proprio vantaggio, serve invece a
quest'ultimo.
Un
buon patriota, ad esempio, sacrifica tutto sull'altare della
patria
; e che la patria sia una idea è una cosa indiscutibile,
poi-
chè gli animali irragionevoli ed i bambini ancor privi
di spirito
��� 27 ���
non
conoscono ne patria nè patriotismo. Se adunque qualcuno
non
si dimostra buon patriota, egli rivela nei suoi rapporti colla
patria
il suo egoismo.
E
cosi è in numerosissimi casi; chi nella società umana
si
arroga e sfrutta un privilegio è reo d'egoismo e pecca
contro la
idea dell' uguaglianza ; chi esercita un dominio è
un egoista che
pecca contro la idea della libertà, e così
via.
E
appunto perciò tu disprezzi l'egoista, dacchè egli
pospone
lo spirituale al personale, e non pensa che a sè
stesso quando
tu vorresti vederlo operare per amor d'un'idea.
Voi vi distin-
guete in ciò, che centro per te è lo
spirito, per lui il suo proprio
essere, ovvero che tu sdoppi il
tuo io, facendo dello spirito il
vero a io ", padrone del
resto che ha minor valore, mentre egli
non vuol saperne di codesto
sdoppiamento, curando i suoi inte-
ressi spirituali o materiali
come meglio gli piace e gli giova.
Tu
credi di biasimare soltanto coloro che non sanno compren-
dere il
puro interesse spirituale, e invece tu imprechi a tutti
quelli che
non vedono nell'interesse spirituale ciò a che v'ha di
più
vero e sublime ". Paladino d'una tale bellezza, tu giungi a
tale
da negare al mondo sia altra bellezza. Tu non vivi per te
stesso,
bensi per il tuo spirito e per tutto ciò che viene
dallo
spirito, cioe per le idee.
Siccome
lo spirito non esiste se non in quanto crea, vediamo
quale sia la
sua creazione prima.
Compiuta
questa, altre naturalmente ne seguono, al modo
stesso che secondo
la mitologia bastava creare i primi uomini
perchè
la stirpe si propagasse da sè.
Ma la prima creazione deve
sorgere " da nulla " : lo
spirito per attuarla nulla possiede all'in-
fuori
di se stesso, o, per meglio dire, egli non possiede ancora
nemmeno
se stesso, ma deve formarsi: sicchè
la sua prima crea-
zione è esso stesso, lo spirito.
Per
quanto ciò possa sembrar mistico, a noi lo insegna
l'e-
sperienza quotidiana. Sei tu forse un pensatore, prima
d'aver
pensato? Col creare il primo pensiero tu crei te stesso, il
pen-
satore ; poi che tu non pensi prima di pensare, vale a dire,
prima
d'aver un pensiero. Non è forse il tuo canto che fa
di te un
cantore, la parola che fa di te un essere parlante?
Ebbene, nello
stesso modo, la creazione d'una cosa spirituale fa
di te uno
spirito.
��� 28 ���
Ma
alla guisa stessa che
tu distingui te dal pensatore, dal
cantore e dal parlatore,
così ti distingui anche dallo spirito,
sentendo molto bene
che tu sei ancora oltre che spirito qualche
altra
cosa; ma come all' " io " che
pensa nell'entusiasmo lel pen-
sare va
mancando il senso dell'udito e della vista, cosi anche
tu,
nell'entusiasmo dello spirito, desideri con tutte le tue forze
di
essere solamente immateriale e di obliare ogni altra cosa. Lo
spirito
è il tuo ideale, ciò che ancora non fu
raggiunto, ciò che
si trova oltre ogni confine; lo spirito
si chiama per te Dio, " Dio
è lo spirito ".
Contro
tutto ciò che non è spirito tu lasci libero corso
al
tuo stegno,
e così anche contro te stesso
perche non sai liberarti
da ogni
cosa materiale. Invece di dire " Io
sono piu che
uno
spirito " tu elici, tutto compunto : " Io sono da
meno che uno
spirito, e lo spirito, il puro spirito, io non posso
che immaginarlo,
ma non esserlo, e poichè io non lo sono,
dev'esserlo un altro,
esistere come tale un altro, che io chiamo "
Dio ".
E
proprio della natura delle cose, che lo
spirito che deve
esistere puramente per sè,
deve essere uno di là; e siccome l'uomo
non può
essere immateriale del tutto, il puro spirito, lo spirito
come
tale, non può essere che fuori dell' uomo, fuori del
mondo
umano; dunque non sulla terra, ma in cielo.
Soltanto
da questo disaccordo tra l'io e lo spirito, soltanto
perchè
l' io e lo spirito non significano una sola
e medesima cosa,
bensì dimostransi del tutto differenti tra
loro, soltanto perchè
l'io
non è lo spirito e lo spinto non è l'io, sorge
logicamente
la necessità che lo spirito debba avere stanza
al di là, debba
essere " Dio ".
Ma
con ciò si dimostra pure quanto prevalentemente teologica
è
la redenzione di cui ci vuole regalare il Feuerbach (1). E.
i dice
cioè che noi abbiamo soltanto misconosciuto il
nostro vere sere,
e che perciò l'abbiamo cercato nel di là,
ma ora, poichè
siano
convinti che Dio è null'altro che il nostro stesso
essere umano,
noi dovremo riconoscerlo per nostro e trasferirlo
dal cielo alla
terra. " Dio ", che è spirito, è
chiamato da Feuerbach, il
" nostro
essere ". Ora,
possiamo noi ammettere senza opposizione che il
" nostro
essere " sia posto in contrasto con noi stessi, e che
noi
(1) Essenza del Cristianesimo.
��� 29 ���
stessi
siamo divisi in un io essenziale ed in uno non essenziale?
Non
ricadiamo con ciò nuovamente nelle miserevoli condizioni
di
un esilio fuor di noi stessi?
Che
cosa si guadagna, se, per cambiare, collochiamo in noi
stessi la
divinità ch'era fuori di noi? Siamo noi quello che è
in
noi ?
Non
sarebbe già vero il dire che noi siamo ciò ch'è
fuori di
noi. Io sono tanto poco il mio cuore, quanto sono la mia
amante
riamata, che pure rappresenta un altro " me stesso ".
Noi fummo
costretti a collocare lo spirito fuor di noi appunto
perchè esso
pur
vivendo in noi non costituiva tutta la nostra sostanza : per
ciò
appunto noi non lo potevamo rappresentare se non fuor di
noi, in
un di là remoto.
Con
la forza della disperazione Feuerbach
s'avviticchia a tutto
intero il
contenuto del Cristianesimo, ma non già per
ripudiarlo,
bensì per avvincere a sè il lungamente
desiderato, il sempre lon-
tano, strappandolo con un ultimo sforzo
al cielo, dove si trovava
per possederlo così eternamente.
Non è forse ciò un ultimo dispe-
rato tentativo dal
quale dipende la vita o la morte, e non e in
pari tempo l'ardente
bramosia cristiana del di là? L'eroe non vuole
fare il suo
ingresso nel di là, bensì attirarlo a sè e
costringerlo
a diventar cosa di questa terra ! E non grida forse
d'allora in poi
tutto il mondo, con maggior o minor coscienza, che
il regno de'
sensi è l'essenziale, e che il cielo deve
venir sulla terra e deve
esser vissuto già in questa vita?
Poniamo
in poche parole di fronte la teoria teologica del
Feuerbach
e la nostra confutazione. L'essenza
dell' uomo ��� dice
quel filosofo ��� è l'ente
supremo dell'uomo.
Orbene l'essere su-
premo dalla religione viene chiamato Dio e
considerato in sè og-
gettivamente. Ma poi che in realtà
esso non è che l'essenza del-
l'uomo, così
per la storia dell'umanità incomincierà una nuova
era,
in cui l' uomo sarà Dio (1).
E
noi rispondiamo: L'essere supremo è in vero
l'essere del-
l'uomo ; ma appunto perchè
è il suo essere e non lui stesso, così
tanto
vale considerarlo fuori di sè sotto
il nome di Dio o in sè
quale essere umano, quale
uomo, lo non sono nè Dio nè l'uomo,
nè
l'essere supremo nè l'essere mio, e perciò
m'è indifferente il pen-
(1) Essenza del Cristianesimo, pag. 402.
��� 30 ���
sare
un essere in me o fuori di me. Si, noi ci
immaginiamo sempre
l'essere supremo
fuori di noi ed in noi, poichè lo " spirito divino
",
secondo la fede cristiana, è pure il a nostro
spirito r e
dimora
in noi (1). Egli ha stanza e nel cielo e in noi ; noi pover
esseri non
rappresentiamo che la sua " dimora " ; e se
il Feuerbach ci di-
strugge anche la sua " dimora
celeste ", a prezzo di quale fatica
noi gli potremo dar
ricetto ?
Ma
tronchiamo questa divagazione (che avremmo dovuto pro-
trarre a
più dardi) per non incorrere in ripetizioni, e ritorniamo
alla
prima creazione dello spirito.
Lo
spirito è alcunché di diverso dall'io. Ma in che cosa
ne dif-
ferisce?
Hai
tu mai veduto uno spirito? " Io no, ma l'ha veduto la
nonna
". Ecco, la stessa cosa succede a me. Io non ho veduto
mai
alcuno spirito ; invece mia nonna ne incontrava uno ad ogni
mo-
mento; sicchè,
per non far torto alla sincerità della nonna, mi
convien
credere all'esistenza degli spiriti.
Ma
tra i nostri vecchi non v'eran di tali che facevano spal-
lucce
allorché la nonna favoleggiava degli spiriti che aveva
ve-
duti? Certo; ma erano increduli, liberi pensatori che
gran danno
recarono alla nostra santa religione. E noi ce
ne accorgeremo ! Su
che cosa è
fondata la credenza negli spiriti se non sulla fede nel-
l'esistenza
d' " esseri spirituali in generale? ".
E questa fede non
vien forse scossa, se si permette che uomini
seguaci della pura ra-
gione ardiscano attentarvi ? Come per la
scemata credenza negli
spiriti e nei fantasmi la stessa fede in
Dio sia stata se ssa ci è
insegnato dai romantici: i quali
tentano di attraversarsi tali fu-
neste conseguenze col ridestare
a nuova vita il mondo dei miti
e delle favole, e in modo
particolare vi si adoperano di recente
con la rievocazione "
di un mondo superiore che penetra entro il
nostro mondo ",
con le loro sonnambule, con le veggenti di Pre-
vorst,
ecc.
I buoni credenti ed i padri della Chiesa non prevedevano che
(1) Vedi Rom. 8, 9; Cor. 3, 16; Giovanni 20, 22, ecc., ecc.
��� 31 ���
col
cessar della credenza negli spiriti dovesse mancare il terreno
alla
religione stessa, si che da allora in poi essa avesse a
librarsi
sull'aria. Chi non crede più
nei fantasmi non ha che a prose-
guire con una certa coerenza per
la sua via, per accorgersi che
dietro le cose non si nasconde
alcun essere sovrannaturale, alcun
fantasma ��� o, ciò che
l'ingenuità linguistica chiama con un me-
desimo vocabolo ���
alcuno " spirito ".
"
Gli spiriti esistono! " Guardati un pò'd'attorno nel
mondo,
e dimmi se da ogni cosa non si riveli a te uno spirito. Dal
pic-
colo fiore grazioso parla a te lo spirito del creatore che
l'ha for-
mato così belio; gli astri annunziano
lo spirito che li ha ordinati:
dai vertici dei monti ti soffia
incontro uno spirito sublime; dalle
acque s'innalza a te uno
spirito di bramosia; dagli uomini fa-
vellano a te milioni di
spiriti. Si sprofondino i monti, appassiscano
i fiori, crolli
l'universo, perisca anche l'ultimo uomo ��� e che im-
porta d'una
cotai ruina generale?
Lo spirito, l'invisibile, " vive
in
eterno ".
Sì,
su tutto il mondo passa lo spirito coi suoi brividi ! Soltanto
su
lui? No, il mondo stesso sembra un sinistro fantasma, l'ombra
d'uno
spirito. Che altro potrebb'essere un fantasma se non un
corpo
apparente a uno spirito reale? Ebbene, il mondo è "
vano " è
i" vuoto ", è un' "
apparenza " che inganna col suo splendore; l'u-
nica
verità sta nello spirito; il mondo non è che la figura
appa-
rente delio spirito.
Vicino
e lontano, da per tutto, ti circonda un mondo di spi-
riti : tu
sei sempre in balia delle apparizioni e delle visioni. Ogni
cosa
che a te si presenti, altro non è che il riflesso d'uno
spirito che
risiede in lei, un' "
apparizione " fantastica: il mondo è
per te
solo un complesso di " fenomeni ", dietro ai
quali lo spirito fa
suoi giochi.
Vorresti
forse paragonarti agli antichi che vedevano gli dei da
per tutto?
Gli dei, mio caro moderno, non sono spiriti; gli dei
non umiliano
il mondo sino a ridurlo ad una parvenza, nè
lo
spiritualizzano.
Ma
per te tutto il mondo appare spiritualizzato e fatto si-
mile
a un misterioso fantasma ; perciò non meravigliarti se
anche
in te stesso null'altro troverai che una ridda di fantasmi.
Non
forse è il tuo corpo ossesso da quel fantasma che tu
chiami spirito ;
non forse quello solo è il vero, il reale,
mentre il tuo corpo è cosa
��� 32 ���
"
passeggiera, vana, una parvenza " ?
Non siamo noi tutti altret-
tanti spettri; esseri sinistri che
attendono d'essere « redenti ";
non
siamo noi forse " spiriti "?
Dacché
lo spirito è apparso nel mondo, dacchè il verbo
s'è
fatto carne ", il mondo s'è
spiritualizzato, è diventato il regno
dei fantasmi.
Tu hai lo spirito, perche hai pensieri. Che cosa sono
i tuoi
pensieri ? ��� esseri spirituali. ��� Dunque non sono cose : ���
No,
bensi lo spirito; l'essenza di tutte le cose; ciò che in esse
è
di più intimo ; la loro idea. ��� Sicchè
ciò che tu pensi non
è semplicemente il tuo
pensiero? ��� Ben al contrario, il pensiero
è la realtà,
ciò che v'ha di vero al mondo; è la verità
stessa; quando
io penso veracemente, io penso la verità. ���
Io posso bensì in-
gannarmi sul conto della verità e
disconoscerla; ma se io
conosco
veracemente, l'oggetto della mia conoscenza è
la verità. ��� Sic-
chè
tu intendi perennemente a conoscere il vero? ��� La verità
m'è
sacrosanta. Può darsi, si, che io trovi imperfetta una
data
verità, e che la sostituisca con una migliore, ma
con ciò non posso
levar dal mondo la verità. Nella
verità io credo, per ciò la ricerco;
oltr'essa
non v'ha cosa alcuna; essa è eterna.
Sacrosanta,
eterna è la verità: essa è la santità,
l'eternità
stessa. Ma tu, che ti lasci penetrare e guidare
da cotesta santità,
divieni santo tu pure. Di più,
la santità non è fatta per i tuoi
sensi, e giammai
ne troverai la traccia quale uomo sensuale, poi-
chè
essa parla alla tua fede e, più ancora, al tuo spirito: ed
è
anzi essa medesima uno spirito ; uno spirito che parla
allo spirito.
Non
è cosa facile metter da parte la santità, come
sosten-
gono alcuni, che " schivano di pronunciare questa
parola impro-
pria ". Qualunque sia la ragione per cui mi si
taccia di egoismo,
certo è che tale accusa non sarebbe
possibile se non si avesse il
pensiero di qualche cosa cui io
debba servire con magg
or zelo che
non a me stesso e in cui sopra tutto io debba cercai
la mia sa-
lute; di qualche cosa, insomma, di santo. F
quando anche questa
cosa santa
rassomigli ad una cosa umana, o sia, se pur vuoisi,
l'uomo stesso,
non le verrà meno per ciò il carattere suo; al più
la
santità soprannaturale si muterà in terrestre, e
la divina in u-
mana.
La
santità non esiste che per l'egoista che non conosce
se
stesso, per l'egoista
involontario, che va sempre in cerca di ciò che
a lui
conviene e che pure non vede in sè stesso l'essere supremo;
��� 33 ���
che
non serve che a sè stesso, pur ritenendo di servire ad un
essere
superiore; che nulla conosce di superiore a sè
stesso mentre pur
si sente spinto a qualche cosa di più
elevato ; in breve per l'egoista
che non vorrebbe esser tale, che
si umilia e combatte il proprio
egoismo, e in pari tempo non si
umilia che " per essere
innal-
zato ", vale a dire per soddisfare il suo egoismo.
Poi
che vorrebbe cessare d'esser egoista, egli cerca in cielo ed
in
terra esseri superiori per servirli, e sacrificar loro sè
stesso; ma
per quanto si agiti e si travagli, in fin dei conti
egli fa tutto ciò
nel proprio interesse.
Tutti
gli sforzi ch'ei fa per liberarsi da sè stesso non da
altro
derivano che dall'istinto inconscio della propria
liberazione. Per-
chè
tu sei avvinto all'ora passata, perchè
tu devi far oggi ciò
che hai fatto ieri, perchè
non puoi ad ogni momento trasformarti,
ti senti oppresso dalle
catene dello schiavo. Per questo ad ogni mi-
nuto della tua
esistenza ti sorride un attimo allietante dell'avve-
nire; e,
sviluppandoti, ti vai liberando da te stesso, cioè da
quello
che tu eri poco prima.
Ciò
che tu sei in ogni singolo momento è tua creazione ; e
non
vorresti perderti, tu creatore, nella tua creatura? Tu sei un
essere
superiore a te stesso e oltrepassi te stesso. Ma
involontario egoi-
sta, tu non arrivi a conoscere che sei tu
stesso quell'essere supe-
riore, cioè che tu non sei
unicamente una creatura, ma benanco
il creatore di te stesso.
Mancando di un tale conoscimento, " l'es-
sere superiore "
ti apparisce come un non son che
a te estraneo.
Tutte le cose superiori, la verità,
l'umanità, ecc., stanno al disopra
di noi.
Questo
ci è estraneo; ecco il segno a cui conosciamo ciò che
è
santo. In tutto ciò che è santo è qualcosa di "
strano ", cioè
di straniero, nel quale noi ci sentiamo
a disagio. Ciò che per me
è santo non appartiene
a me; e se, ad esempio, la proprietà altrui
non fosse
per me una cosa sacrosanta, io la considererei qual cosa
mia,
della quale in una occasione opportuna io potrei disporre a
mio
piacere; se all'opposto io riguardo come santo il volto
del-
l'imperatore della Cina, esso rimane estraneo pei miei
occhi, e
perciò li chiudo quand'egli si appressa.
Perchè
una verità matematica inconfutabile, la quale, secondo
il
significato comune della parola, potrebbe dirsi eterna, perchè
una
tale verità non è " santa " ? Perchè
non ci fu rivelata, o per-
STIRNER : L'Unico. ��� 5.
��� 34 ���
elle
non è la manifestazione d'un essere
superiore. Se col nome
di verità rivelate noi non
comprendiamo che le cosidette verità
religiose, noi
c'inganniamo di molto, e disconosciamo il valore del
concetto: "
essere superiore ". L'essere superiore, adorato anche
sotto
il nome d' " ente supremo ", fu dagli atei fatto segno
allo
scherno. Essi distrussero lina dopo
l'altra le " prove " della esi-
stenza di quell'Ente,
senza accorgersi che abbattevano l'antico per
far posto al nuovo.
Non e forse " l'uomo in sè "
un essere supe-
riore al singolo uomo; e
tutte le verità, i diritti e le idee, che
si svolgono dal
concetto " uomo ", non
devono forse esser con-
siderate e in conseguenza riguardate come
sante, per essere mani-
festazioni e rivelazioni di quel concetto?
Poichè se pur taluna
delle verità che sorgono in
apparenza da quel concetto dovesse
esser confutata, ciò non
sarebbe che provare che ci fu un malin-
teso da parte nostra senza
nulla scemare alla santità del concetto
stesso e senza
togliergli il carattere suo di fronte a quelle verità
che
ne possono esser considerate " a buon diritto " quali
rivela
zioni. " L' uomo " preso nella sua collettività
oltrepassa ogni uomo
singolo, ed è un essere universale e "
superiore "; anzi per gli
atei "
l'essere supremo ".
E
allo stesso modo che le rivelazioni divine non furono ver-
gate
dalla mano propria di Dio, bensì portate a conoscenza
degli
uomini mediante gli " strumenti del Signore " ;
cosi anche l'essere
supremo moderno non scrive di propria mano le
sue rivelazioni,
bensì le fa giungere a nostra conoscenza
mediante i " veri uo-
mini ".
Solamente, il nuovo essere supremo rivela (è giusto
il
riconoscerlo) un concetto più spirituale che non
l'antico Dio; poi-
chè
l'antico ci veniva rappresentato sotto una forma corporea,
mentre
il moderno resta libero d'ogni veste materiale. Ne tutta-
via gli
difetta una certa corporeità, tanto più fascinante
quanto
più naturale ; perchè
altro esso non è insomma che 'uomo, anzi
l'
umanità intera. Il carattere fantastico dello spirito
s'incarna
così in una forma corporea e ridiviene popolare.
Santo
è adunque l'essere supremo, e santa è ogni cosa per
cui
questo essere si rivela o si rivelerà ; e santi coloro
che riconoscono
questo essere supremo e ciò ch'
è suo attributo, cioè le sue rive-
lazioni. La cosa
santa rende poi santo colui che l'adora; del pari
ciò che
egli fa è santo : una vita santa, un santo modo di pen-
sare,
d'agire, d'immaginare, d'aspirare, ecc.
��� 35 ���
La
ricerca di quel che si debba adorare quale essere supremo
non può
aver importanza sino a tinto che gli avversari sono d'ac-
cordo
sul punto essenziale, cioè che esiste un essere supremo
al
quale si deve culto e fede. Se qualcuno sorridesse di sprezzo
as-
sistendo a una controversia sull'essere supremo ��� come
farebbe,
ad esempio, un cristiano udendo disputare un Sciita
con un Sun-
nita
o un Bramino con un Buddista
- ciò vorrebbe dire che
l'ipotesi d'un
essere supremo è per lui vana e una
disputa su tale
argomento una cosa assurda e inutile. Che poi il
Dio uno o il
Dio trino o il Dio Lutero,
od infine " l'
uomo ", rappresentino
l'essere
supremo, è indifferente a chi nega l'esistenza di un
tale
Ente, poichè ai suoi occhi tutti quei servi d'un
essere supremo
non sono che gente
religiosa: così il furibondo ateo, come il cri-
stiano
dalla fede cieca.
Nella
santità risiede dunque innanzi tutto l'essere supremo,
e la
fede in lui ��� la nostra santa fede.
Coi
fantasmi noi entriamo nel regno degli spiriti, nel regno
degli "
esseri ".
L'essere
misterioso e incomprensibile che s'aggira nell'uni-
verso e lo
turba, è a punto il fantasma che noi chiamamo Ente
supremo.
Penetrarlo, comprenderlo, trovare ciò che in esso v'ha
di
reale (dimostrare l' "
esistenza di Dio ")
��� questo è il com-
pito prefissosi nei milleni
dall' uomo con la orribile inutile
fatica,
col lavoro senza fine delle Danaidi, di far reale il
fantastico, di
mutare lo spirito in corpo. ���
Dietro al mondo che esiste essi
cercarono la " cosa in sè
", l'essere: dietro la " cosa " es.si
cer-
carono la " non cosa ".
Quando
si penetra nel fondo d'una cosa, cioè nella sua
vera
essenza, si scopre molte volte che essa è altra da
quella che ci
appariva; un discorso ingannevole, od
un cuore falso, delle parole
gonfie o dei pensieri meschini, e
così via. Col rivelarne l'essenza,
il fenomeno sino
allora mal conosciuto si riduce a un'apparenza
vana. L'essenza del
mondo, che ha tanta parvenza d'allettamenti
e di splendori è,
per colui che vuole approfondirla, la vanità ; la
vanità
è l'essenza universale. Ora chi è religioso non si
occupa
��� 36 ���
dall'apparenza
ingannatrice, ma
ricerca l'essenza, e trova nell'es-
senza la verità.
Gli
esseri che sorgono da certa specie di fenomeni sono gli
esseri
cattivi ; quelli che sorgono da altre specie sono i buoni.
L'es-
senza dell'animo umano è, per esempio, l'amore ;
l'essenza della
volontà umana è il bene; quella del
suo pensiero la verità, e
cosi via.
Ciò
che prima ai nostri occhi costituiva il mondo, oggi si
presenta
come una pura apparenza ; e ciò che veramente esiste è
più
tosto l'essere, il cai regno è popolato di dei, spiriti,
demoni,
vale a dire di esseri buoni e di maligni. Soltanto questo
mondo
a rovescio, il mondo degli esseri, esiste oggidì
veramente. Il cuore
umano può essere privo d'amore, ma la
sua essenza vive ��� ed
è il Dio che a è tutto amore
" ; il raziocinio umano può errare,
ma la sua essenza,
la verità, esiste: " Dio è la verità ",
ecc.
Conoscere
e riconoscere gli esseri e null'altro che gli esseri :
ecco la
religione; il suo regno è un regno degli esseri, dei
fan-
tasmi, degli spettri.
La
tendenza di render comprensibile il regno misterioso degli
spiriti,
e di incarnarne il " non senso ",
ha prodotto un fantasma
reale, uno spirito che ha corpo. E
in qual modo si sono affati-
cate le più forti e le più
geniali intelligenze del cristianesimo per
comprendere un
tal fantastico oggetto ! Però restava sempre la
contraddizione
delle due nature, la spirituale e la sensuale.
Nulla
fu più tormentoso per un'anima. L'ossesso che per
cacciare da sè
uno spirito si tortura fino al delirio e
s'agita nelle più terribili
convulsioni, non prova
un'angoscia comparabile a quella che
cristiani soffersero pel loro
inconcepibile fantasma.
Ma
per merito di Cristo questa verità fu palese; che lo
spi-
rito propriamente detto, il vero fantasma, era l'uomo.
Lo spirito
che ha preso forma corporea è per
l'appunto l'uomo; egli stesso
è l'essere visibile, e n'è
l'apparenza in pari tempo che la sostanza.
Da
allora in poi l'uomo non teme, a vero dire, i fantasmi che sono
fuori
di lui, bensì se stesso ; egli ha terrore di sè
stesso. Nelle
profondità del suo
seno ha ricetto lo spirito del peccato; financo-
it
più innocente pensiero (ch'è
pure uno spirito) può essere un
demonio. ��� Il
fantasma ha preso carne ; Dio s' è
fatto uomo ; ma
l'uomo stesso è ora l'orrido fantasma del
quale prima indagava
il mistero e ch'ei si sforzava di cacciare,
di evocare e di far par-
��� 37 ���
lare;
l'uomo è lo spirito. Possa perire il corpo, purchè
si salvi
lo spirito; lo spirito è cio
che importa sovra tutto; e la salute
dello spirito, o "
dell'anima ", discaccia ogni altro interesse.
L'uomo è
divenuto dinanzi a se stesso un fantasma; sinistro fan-
tasma al
quale anche dovette assegnare una sede nel proprio
corpo (vedi le
controversie intorno alla sede dell'anima).
Tu
per me ed io per te non siamo esseri superiori. Eppure
tanto
in me quanto in te può racchiudersi un essere superiore
il
quale ci indurrà ad una reciproca venerazione. Per
restringerci
alla cosa più comune, in me ed in te vive "
l'uomo ". Se non
vedessi in te un uomo, quale motivo avrei di
stimarti? Tu non
sei, è vero, l'
uomo e la sua vera
forma adeguata, bensì soltanto
la spoglia mortale, dalla
quale egli può separarsi senza cessar
d'esistere; ma per
ora almeno quell'essere superiore ha fissato in
te la sua dimora,
e tu rappresenti per me (per la ragione che
uno spirito immortale
ha preso stanza in un corpo mortale, sic-
chè
la tua forma non è che L provvisoria
"), uno spirito che mi
si rivela senza esser vincolato al tuo
corpo ne ad un modo di
manifestazione determinato : dunque un
fantasma. E perciò non
vedo già in te un essere
superiore, bensì rispetto unicamente
quell'essere superiore
che in te si " contiene ";
rispetto in te
" l'uomo ".
Questo gli antichi non sapevano vedere nei loro
schiavi, l'essere
superiore, l'uomo, non moveva il loro affetto. Un
fantasma d'altra
sorte scorgevano in ciascun di loro: lo spirito
popolare che a
tutti gli individui sovrasta ed è in ognuno di essi.
Quindi
veneravano quello spirito, e solo in quanto un singolo
serviva
devotamente ad esso o ad un altro spirito affine, (per es
allo
" spirito della famiglia ") costui poteva ottenere
considera-
zione e importanza. Soltanto
in grazia dell'essere superiore, chia-
mato popolo, il singolo "
membro " del popolo valeva
qualcosa.
Allo stesso modo che tu ci sei sacro in virtù
dell' " uomo " che
scorgiamo
in te, così allora si era resi sacri pel prestigio di
qual-
che ente superiore, popolo, famiglia, ecc. Se io mi prendo
cura
di te perchè
ti amo, perchè il mio cuore trova alimento in te e
i miei
bisogni hanno in te la loro soddisfazione, ciò non avviene
già
per amor d'un essere
superiore, di cui tu sei l'involucro sacro,
nè
perchè io vegga in te uno spirito che a traverso il tuo
corpo
mi si riveli, ma per soddisfare il mio egoismo. Tu stesso
mi sei
caro, così come sei poichè
il tuo essere non è superiore a te, non
��� 38 ���
è
più elevato, più universale di te, ma è con te
la stessa cosa: è
ciò che tu sei.
Ma
il fantasma non è solo nell' uomo ; è in ogni cosa.
L'essere
superiore, lo spirito, compenetra ogni cosa. Spiriti da
ogni parte!
Gioverebbe
qui una rassegna di tutti gli spiriti che aleggiano
per ogni dove,
se più sotto essi non ci dovessero riapparire per
dileguar
qual nebbia al sole dell'egoismo. Perciò ci restringeremo
ad
accennare alcuno a mo' d'esempio, per occuparci del modo con
cui
ci dobbiamo comportare verso di loro : tali lo " spirito santo
",
la verità, il diritto, la
legge, la giusta causa, la maestà, il ma-
trimonio, la
salute pubblica, l'ordine, la patria, ecc.
O
uomo, la tua testa non è a segno; tu hai un granello
di
follia. Tu imagini grandi cose,
dipingi alla tua fantasia un intero
mondo di dei fatto per te
solo, un regno degli spinti al quale
tu solo sei destinato: un
ideale che a sè ti chiama. La tua è
un'idea fissa.
Non
pensare già che io scherzi o parli in istile biblico,
se
considero quegli uomini, anzi la maggior parte degli uomini
che
vivono sotto il fascino delle cose elevate, quale
altrettanti
" pazzi " degni
del manicomio.
Che
cosa s'intende per " idea fìssa "? Un'idea
della quale
l'uomo si è reso schiavo. Se
da una tale idea fissa voi ricono-
sceste che l'uomo è
pazzo voi chiudete in un manicomio, colui
che n'è schiavo.
E non sono forse tali i dogmi della fede, dei
quali non è
lecito dubitare la maestà, per esempio, del popolo alla
quale
non si deve attentare (chi lo fa si rende colpevole di lesa
maestà);
la virtù che il censore tutela col dar l'ostraci
no ad ogni
parola che possa ledere in qualunque modo la moralità,
ecc.? Non
sono forse, tutte codeste, "
idee fisse " ? Non son forse
tutte sto-
lide chiacchiere, quelle, per
esempio, della massima parte dei no-
stri giornali; chiacchiere di
pazzi, dominati dall'idea fìssa
della
moralità, della legalità, del cristianesimo,
erranti liberi pel mondo
poichè tanto vasto è il
manicomio che li accoglie? Se ad alcuno
di cotali pazzi si tocca
il tasto dell'idea fissa, ecco che ci sarà
necessario
d'assicurarci contro la sua furia. Giacchè
questi grandi
pazzi rassomigliano ai pazzi ordinari
in ciò, che essi assalgono
��� 39 ���
proditoriamente
chi s'attenta a dissuaderli dalla loro " idea fissa ".
Prima
gli tolgono l'arma; poi la parola, ed in fine piombano su
di lui
per dilaniarlo colle loro unghie. Ogni giorno ci fornisce
nuove
prove della vigliaccheria e degli istinti di vendetta di tali
pazzi,
e il popolo sciocco plaude alle loro folli attitudini. Biso-
gna
leggere le gazzette dei nostri giorni per acquistare
l'orribile
convincimento, che si è rinchiusi insieme con
dei pazzi. ��� « Tu
non devi dar del pazzo al fratello tuo,
altrimenti, ecc. ". Ebbene,
io
non temo la vostra maledizione e dico : a i miei fratelli sono
pazzi,
arcipazzi ". Che un disgraziato
inquilino del manicomio
s'imagini d'essere il Padre Eterno,
l'imperatore del Giappone,
oppure lo Spirito Santo, o che un bravo
borghese persuada a sè
stesso ch'egli è destinato ad
essere un buon cristiano, un fedele
protestante, un cittadino
devoto al governo, un uomo virtuoso e
cosi via ��� si tratta pur
sempre d'una " idea fìssa ".
Colui che
non ha tentato mai nè mai osato di cessar
d'essere (fosse pure
per un momento) un buon cristiano, un fedele
protestante, un uomo
virtuoso è prigioniero e
schiavo della sua fede, della sua virtù.
Come gli
scolastici non filosofavano che entro i limiti dei dogmi
della
Chiesa e il papa Benedetto XIV scriveva
dei grossi volumi
il
cui contenuto non esorbitava dai confini delle superstizioni
pa-
pistiche, come molti scrittori pubblicarono immumerevoli
in-folio
sullo " Stato " senza mettere in dubbio
l' idea fissa dello Stato,
come le colonne dei nostri giornali
sono ripiene di politica, perchè
coloro che li scrivono
sono dominati dall'idea che l'uomo sia de-
stinato ad essere un "
animale politico " ; cosi vegetano anche i
sudditi nella
sudditanza, i virtuosi nella moralità, i liberali
nel-
l'umanesimo, ecc. senza mai provare contro tali loro idee
fisse
il coltello della critica. Immutabili, al pari delle
monomanie dei
pazzi quelle idee, se ne
stanno su fondamenta di granito, e guai
a chi s'attenta a toccarle
��� perche son cose
sacre! L'idea fissi:
ecco
ciò ch'è sacro.
Ci
abbattiamo noi forse soltanto in uomini ossessi dal de-
monio,
oppure anche in persone ossesse dall' idea del bene, della
virtù,
della moralità, della legge, o da qualche altro "
principio "?
Le ossessioni e possessioni diaboliche non sono
le sole esistenti.
Dio agisce su noi, ma su noi agisce pure il
demonio; le opere
di Dio sono effetti della " grazia divina
", le altre della ti malìa
del
demonio ". Gli ossessi sono
posseduti dalle loro opinioni.
��� 40 ���
Se
la parola " ossessione " vi
spiace, adoperate per l'altra
di
a prevenzione " ; anzi, poichè lo spirito vi possiede e
da esso
vi vengano tutte le ispirazioni, dite pure "
entusiasmo ". Io sog-
giungo che l'entusiasmo perfetto ���
non volendo indugiare a parlar
dell'entusiasmo non sincero ��� si
chiama fanatismo.
Il
fanatismo ritrovasi precisamente nelle persone colte;
giac-
chè colto è l'uomo il quale dimostra interesse
per le cose spirituali;
ora quando un tale interesse si manifesta
in atto diviene (nè
al-
trimenti potrebbe essere) " fanatismo "; è
cioè un interesse fa-
natico per una cosa a sacra "
(fanum). Si
guardi un po' ai nostri
' liberali ; si getti un'occhiata sui
giornali patriottici della Sassonia;
si
ascolti quello che dice la Schlosser (1)
: " La società
dell'Holbach
formava
una vera trama contro la dottrina rivelata e contro il
sistema
vigente, e coloro che vi avevano parte erano altrettanto
fanatici
del loro ateismo, quanto i frati e i preti, i gesuiti e i
pretisti,
i metodisti e i missionari e le società della Bibbia del
loro
servizio divino meccanico e della loro fede nei dogmi ".
Si
ponga attenzione al modo con cui oggidì
si comporta un
uomo " morale ",
che pur presume molto spesso di essersi sbri-
gato di Dio e
rigetta il cristianesimo come un'anticaglia. Se gli
si domanda se
abbia mai dubitato che l'accoppiamento tra fratelli
non sia un
incesto, che la monogamia non sia il vero matrimonio,
che la pietà
non sia sacro dovere ecc., egli proverà un brivido
morale.
E donde questo brivido? Dalla sua fede nei precetti
del-
l'etica. Quella fede morale ha profonde radici nel suo
petto. A
nulla gli giova il suo travagliarsi contro i devoti
cristiani; egli
stesso è rimasto sempre cristiano, cioè
un cristiano morale. Sotto
forma di moralità il
cristianesimo lo tiene schiavo, e propriamente
schiavo
della fede. La monogamia dev'essere una cosa sacra, e chi
vive
in bigamia dev'essere punito ; punito chi si rende
co[lp??]evole
di
incesto. In ciò appaiono
perfettamente d'accordo tutti quelli
che
si dan faccenda a gridare che lo Stato non deve curarsi
della
religione e che l'ebreo è un membro dello stato al
pari del cri-
stiano. L'incesto e la monogamia non sono forse
ancor essi " arti-
coli
di fede "? Si
provi a toccarli, e anche quell'uomo morale
si rivelerà
un eroe della fede, come Krummacher e Filippo
II.
Questi combattevano per
la lor fede religiosa; quegli combatte
(1) Il Secolo XVIII, II. 519.
��� 41 ���
per
la sua fede nello Stato, o nelle leggi morali onde lo Stato
è
disciplinato. Per articoli di fede tanto gii uni quanto gli
altri
condanneranno chiunque dissenta dalla loro fede: gli
imprime-
ranno in fronte il marchio del " delitto " e lo
manderanno a marcire
nelle case di correzione morale, nelle
carceri. Le credenze morali
sono fanatiche da quanto le religiose!
E si ardisce parlare di
"
libertà di credenze "
quando si gettano in un carcere dei fra-
telli che si rendono
colpevoli d'un accoppiamento
che dovrebbero
giustificare unicamente dinanzi alla " propria
coscienza " ? " Ma
essi davano un esempio pernicioso "!
E si, perchè anche a qualcun
altro potrebbe cader in mente
che lo Stato non abbia da impacciarsi
di simili cose, e allora
addio a sicurezza di costumi " ! E così è
degli
eroi religiosi: alcuni difendono la " santità di
Dio ", altri
la " santità della morale ".
I
zelanti dalle cose sacre talvolta poco si rassomigliano tra
di
loro. Di quanto i rigorosi ortodossi o i vecchi credenti
non
differiscono dai combattenti per la " libertà, per
la luce e pel
diritto ", dagli amici della luce, dagli
illuminati, ecc.? Eppure
nulla havvi d'essenziale in tale
differenza. Se vi provate a scuotere
l'una o l'altra delle verità
dogmatiche (per esempio i miracoli,
la potestà assoluta del
principe, e cosi via), i liberali vi aiuteranno,
e solo i vecchi
credenti strilleranno. Ma se toccate alle fonda-
menta della
stessa verità, vi troverete di fronte, quali avversari,
i
credenti d'ambo le specie.
La
stessa cosa vale per ciò che riguarda i costumi morali.
I
credenti ortodossi non conoscono l'indulgenza; gli intelletti
più
aperti sono i più tolleranti. Ma chi s'attenta a
toccare alla mo-
ralità per sè stessa avrà da
fare con gli uni e con gli altri. " Verità,
moralità,
diritto progresso, ecc. " devono essere e rimaner " sacri
".
Ciò che nel cristianesimo da argomento di biasimo
dev'essere ap-
punto, sostengono i liberali, anticristiano;
il cristianesimo per sè
stesso deve restare una torre "
incrollabile ", ed il cercar d'abbat-
terla è un "
crimine ".
E
ben vero che l'eretico contro la vera fede non s'espone più
oggidì,
come un tempo, al pericolo della persecuzione; ma ben
più
trista sorte attende l'eretico contro i buoni costumi.
La
religiosità ha dovuto subire da un secolo tante scosse, e
la
sua essenza sovrumana ha sentito tante volte tacciarsi di inu-
mana,
che non si è più tentati ormai di contrastarla.
Eppure
��� 42 ���
quasi
sempre sono scesi in lizza contro essa degli avversari morali
per
combattere l'ente supremo in favore di un altro ente supremo.
Cosi
s'esprime Proudhon senza riguardo : " L'uomo è
destinato a
vivere senza religione, ma la legge morale è
eterna ed assoluta.
Chi oserebbe oggidì di assalir la
morale? "
I
moralisti schiumarono ciò che v'era di più grasso
nella
pentola della religione, lo assaggiarono, ed ora non sanno
come
liberarsi dalla ipertrofia glandulare che li ha colti.
Se
dunque noi osserviamo che la religione non corre pericolo
d'esser
lesa intimamente per ciò che solo le si rimproveri la
sua
essenza sovrumana, e che essa, in ultima istanza, si rivolge
allo
spirito (poichè Dio è spirito), ci
sembra d'aver dimostrato a suf-
ficienza come nelle sue ultime
conseguenze essa possa accordarsi
assai bene colla moralità,
sicchè possiamo tralasciar d'occuparci
della lotta ostinata
che contro di quella sostiene. Per entrambe
la posta è un
ente supremo; ne a noi importa che questo sia un
esssere umano, od
un essere sovrumano, poichè si tratta nell'
uno
o nell'atro caso d'un essere
che si sovrappone al nostro. Al po-
stutto, l'uomo, poichè
avrà gettato da sè la pelle di serpente del-
l'antica
religione, ne rivestirà tosto un'altra.
Cosi
Feuerbach ci
insegna che col solo invertire la filosofia
speculativa,
cioè col fare del predicato il soggetto e del
soggetto
l'oggetto ei il principio, si
ottiene la genuina, la pura la nuda
verità (1). Con ciò
noi perdiamo Dio, che nel rispetto della reli-
gione circoscritta
è il soggetto , ma in compenso acquistiamo
l'altra
parte del concetto religioso: la morale. Per
esempio, noi non di-
ciamo più: " Dio è l'amore
"; bensì " l'amore è
divino ". Se ora
mettiamo in luogo
del predicato " divino "
l'equivalente " sacro
",
le cose ritornano al loro posto antico. L'amore sarebbe
dunque
ciò che v'ha di buono nell'uomo, la sua divinità,
ciò che
gli
torna ad onore, la sua vera " umanità
" (onde
solo può esser chia-
mato uomo).
E
per ispiegarci più chiaramente, le cose starebbero
cosi:
l'amore è la qualità per eccellenza "
umana " dell'uomo, e l'egoista
senza cuore e l'
" inumano ".
Ma
per l'appunto tutto ciò che il cristianesimo ed anche
la
filosofìa speculativa, cioe la
teologia ci offrono per " buono ",
per
(1) Anekdota II, 64.
��� 43 ���
"
assoluto " in sé, non è
già propriamente il bene; cosi, col mu-
tare il predicato
nel soggetto, l'essenza cristiana (e il predicato
contiene
in sè l'essenza) non diverrebbe che più opprimente.
Dio
e il divino si confonderebbero ancora più inestricabil-
mente
con l'lo.
Cacciare
Dio dal suo cielo e privarlo del suo carattere tra-
scendentale
non può ancor significare una piena vittoria, se con
ciò
lo si confina nel cuore umano dotandolo d'un'indistruttibile
"
immanenza ". Allora si dice: il divino
è ciò che è veramente
umano !
Le
persone stesse, cui ripugna l' idea d' un
cristianesimo po-
sto a fondamento dello Stato
(cioè del cosiddetto Stato cristiano)
non si rimangono dal
ripetere che la moralità è "
la pietra an-
golare della vita sociale e dello Stato ".
Come se l'impero della
morale non fosse l'impero d' una cosa
sacra, non fosse una a ge-
rarchia "!
Vogliamo
qui accennare di volo all' indirizzo liberale, il quale,
dopo che
i teologi ebbero asserito per lungo tempo la fede sola
esser
capace a far comprendere la verità della religione ; Dio
ma-
nifestarsi ai soli credenti; il cuore solo, il sentimento, la
fantasia
piena di fede, esser religiosi; proclamò che anche
l' " intelletto
naturale " e
la ragione umana sono capaci della conoscenza di
Dio. Che cosa
significa ciò se non che anche la ragione pretende
di esser
al rettanto fantastica quanto l'imaginazione?
In
questo senso Reinaro scrisse
le sue " più importanti verità
sulla religione
naturale ". Si doveva venire a
tale che l'uomo tut-
t'intero e con tutte le sue facoltà si
dimostrasse religioso; cuore
e sentimento, intelletto e
ragione, sentire sapere e volere in breve
tutto nell'uomo apparve
religioso. Hegel ha dimostrato che per-
sino la filosofìa
è religiosa. E che cosa oggidì non si comprende
sotto
il nome di religione? La " religione
dell'amore ", la " re-
ligione della
libertà " la " religione politica ",
in breve tutti gli
entusiasmi. E così stanno le cose
realmente.
Oggi
ancora noi adoperiamo il vocabolo a noi straniero di
"
religione " che contiene il significato della costrizione.
Costretti
noi siamo, è vero, in quanto la religione domina
il nostro interno;
ma è costretto, e vincolato anche lo
spirito? Al contrario, esso
è
libero, è padrone assoluto di sè stesso; non il nostro
spirito,
bensì
l'assoluto.
��� 44 ���
Per
ciò la vera traduzione affermativa
della parola religione
sarebbe la " libertà di
pensiero ". Quegli il cui pensiero è libero
e
religioso allo stesso modo che è sensuale l'uomo che da
libero
sfogo ai suoi sensi. Il primo è costretto dallo
spirito, il secondo
dai suoi desideri sensuali. La costrizione o
la " religione " si-
gnifica
dunque la religione nei suoi rapporti verso me stesso: io
sono
costretto ; lo spirito è libero. Quanto male noi
risentiamo
allorchè i nostri sansi ci trasportano liberi e
sfrenati più d'uno
saprà per esperienza: ma che lo
spirito libero, la spiritualità do-
minante, l'entusiasmo
per gli interessi spirituali, o comunque
nelle sue varie
metamorfosi si possa chiamare un cotal bene pre-
zioso, possa
recarci i più seri imbarazzi, non vuoisi ammettere
e
riconoscere, e, a vero dire, non lo si può senza essere
coscien-
temente egoisti.
Reinaro
e tutti gli altri che vollero dimostrare che anche la
nostra
ragione, il nostro cuore ecc., ci traggono
verso Dio, non
hanno fatto altro che rivelare che noi siamo al
tutto ossessi. Cer-
tamente essi riuscirono ad offendere i
teologi, ai quali di tal
modo toglievano il privilegio
dell'edificazione religiosa; ma alla
religione stessa, alla
libertà del pensiero, essi fecero guadagnar
terreno sempre
più. Poichè se lo spirito non è più
ristretto al
sentimento o alla fede, ma fa parte di sè
stesso anche come in-
telletto e ragione, come pensiero in
generale, ed è ammesso per
conseguenza a prender parte
quale intelletto alle verità spirituali
e celesti, convien
dire che lo spirito intero non è occupato che
di cose
spirituali, cioè di sè stesso ed è per
conseguenza libero.
Ora
noi siamo religiosi a tal punto che i "
giurati " ci
con-
dannano a morte e che ogni guardia di questura può
farci cacciare
in prigione in forza del suo giuramento ufficiale.
Allora
soltanto la moralità si sarebbe potuta met
re in con-
trasto colla religiosità,
quando l'odio ribollente contro tutto ciò
che somiglia ad
un' " ingiunzione " (ordinanze,
decreti, ecc.), tro-
vava uno sfogo
nella ribellione, e il " padrone assoluto " perso-
nale
veniva deriso e perseguitato: essa poteva quindi innalzarsi
all'
indipendenza soltanto in grazia del liberalismo, la cui prima
forma
dette alla borghesia storica fama, e valse a fiaccare le auto-
rità
propriamente religiose. Poichè
il principio che la moralità
non sia serva della pietà
religiosa, ma stia ritta su fondamenta
proprie non s'attiene più
ai comandamenti divini, bensì alla legge
��� 45 ���
della
ragione, dalla quale i comandamenti divini, per aver un va-
lore,
debbono ottenere una specie di sanzione. Nella legge della
ragione
l' uomo dispone di sè stesso, poichè
egli è ragionevole,
e dall' "
essenza sua " quelle leggi si
generano necessariamente.
La religiosità e la moralità
si distinguono tra loro in quanto per
la prima legislatore è
Dio, per la seconda l'uomo.
Da
un certo aspetto della morale si ragiona a un dipresso cosi :
o
l'uomo viene spinto dalla sua sensualità, ed egli,
seguendola,
diventa immorale; oppure lo spinge il bene, il quale
tradotto in
volontà diviene
l'inclinazione morale; in tal caso si dimostra uomo
morale.
Come si potrebbe, per esempio chiamare a tal riguardo
immorale
l'azione dei Sand contro
Kotzebue?
Essa
fu per lo meno altrettanto disinteressata, quanto
furono
disinteressate in altre circostanze le ruberie di San
Crespino in
prò dei poverelli, " Egli non avrebbe
dovuto uccidere, imperocchè
sta scritto: tu non devi
uccidere! ". Sicchè
servire al bene, alla
salute pubblica, come almeno era
l'intenzione di Sand è
cosa mo-
rale, è morale il sacrificarsi per il bene dei
poveri, come San
Crispino ; ma l'uccisione e il furto sono
immorali: morale il fine,
i mezzi immorali Perchè?
" Perchè l'uccisione e l'assassinio sono
azioni
assolutamente cattive per sè stesse ".
Quando
i guerriglieri attiravano i nemici della patria nei
burroni, e li
trucidavano non visti dai loro nascondigli, non com-
mettevano
forse un assassinio? Se voleste da vero esser fedeli al
principio
della morale, la quale impone di servire al bene, voi
dovreste
soltanto chiedervi se l'assassinio possa attuare il bene,
e
riconoscere per buono quell'assassinio che tal fine raggiunga.
Voi
non potete in alcun modo condannare l'azione di Sand;
essa fu
morale, perchè spesa
in servizio del bene, perchè disinteressata;
essa fu un
atto di punizione eseguita da un singolo ��� un'esecu-
zione
effettuata con pericolo della propria vita. Che cosa aveva
voluto
egli al postutto, se non sopprimer uno scrittore colla bru-
tale
violenza? Non riconoscete voi lo stesso modo di agire quale
a
legale » e giusto ? E che cosa potreste obiettare movendo
dal
vostro principio della moralità? ��� " Ma fu un
atto contrario alla
legge ". Sicchè l'immoralità
dell'azione consisteva nella sua ille-
galità, nella
ribellione contro la legge? Allora concedete voi stessi
che il
bene altro non è che la legge, e che la moralità è
semplice-
mente l'ossequio alle
leggi. Dunque la vostra moralità è costretta
��� 46 ���
ad
abbassarsi sino a quest'apparenza vana dell'ossequio, sino a
questa,
falsa devozione dell'adempimento della legge, con la sola
differenza
che quest' ultima
è molto più tirannica e ripugnante
dell'antica.
Poichè per
l'antica era sufficiente l'azione, per
la vo-
stra si richiede anche il pensiero; bisogna tener
impressa entro
stessi la legge, e chi meglio la osserva è
il più morale di tutti.
Anche l' ultima giocondità
della vita cattolica deve tramontare
111 questa legalità
protestante. Con questo l'impero della legge
trionfa pienamente.
Non già " io vivo ", bensì " la legge
vive in
me ". Sicchè
io sono giunto a tale da esser unicamente "
il vaso
che racchiude la magnificenza della legge ".
" Ogni Prussiano
alberga
in sè un gendarme " disse un ufficiale prussiano di
alto
grado.
Perchè
certe opposizioni non possono aver lunga vita? Unica-
mente
per questa ragione: che esse non vogliono abbandonare la
via della
moralità e della legalità. Da ciò proviene
quella smisu-
rata ipocrisia di devozione, d'amore, ecc.; e ogni
di noi proviamo
la profonda nausea che e' ispira codesta corrotta
e ipocrita " oppo-
sizione legale ". ��� Nei rapporti
morali dell'amore e della fedeltà
non c'è
posto per una volontà a due tagli; il bel rapporto è
tur-
bato, se alcuno vuole una cosa e altri la cosa contraria,
Invece
secondo i criteri e l'uso sin qui seguiti e i pregiudizi
dell'opposi-
zione, è necessario conservare anzitutto
intatti i rapporti morali.
E che cosa resta all'opposizione? Forse
l'esigere la libertà, quando
l'essere amato trova opportuno
di ricusarla? Niente affatto! Esi-
gere la libertà
essa non può, nè deve; essa non può che
deside-
rarla, fare " istanze " per ottenerla,
balbettare un " prego, prego n!
Che cosa succederebbe
se l'opposizione volesse realmente, con
tutta l'energia
della volontà? No, essa deve rinunziare alla vo-
lontà
e vivere per il solo amore,
rinunziare alla libertà per amore
della
moralità. Essa non può giammai far valere come
un " di-
ritto " ciò che non le è concesso
che di domandare come una
" grazia ".
L'amore, l'abnegazione, ecc., esigono irremissibilmente
che
una volontà
esista ; alla quale le altre si sottomettano ; cui
esse servano,
obbediscano, amino. Che quella volontà sia razionale
o
irrazionale non importa: in tutti i casi si agisce
moralmente
obbedendole, e immoralmente sottraendosi al suo
dominio. Gli
obblighi che impone la
censura sembrano
irrazionali a molti;
tuttavia colui che in un paese dove esiste la
censura le sottrae
��� 47 ���
il
libro che ha scritto, commette un'azione immorale, e agisce
invece
moralmente colui che glielo affida per l'esame. Se taluno,
per
esempio, istituisse una tipografia clandestina, costui si do-
vrebbe
chiamare immorale, e avrebbe anche nome d'imprudente
quando si
lasciasse cogliere in fallo; ma potrebbe almeno egli
pretendere
d'aver un valore agli occhi delle « persone morali n?
Forse!
��� nel caso, cioè, ch'egli avesse
fede di servire ad una
" morale più elevata ".
La
trama dell'odierna ipocrisia è tesa tra i confini di
due
campi: e la nostra età trascorre dall'uno all'altro
tessendo e ri-
tessendo le fila dell'inganno e dell'illusione di
sè stessa. Non
più robusta abbastanza da
servire senza dubbi e con tutte le sue
forze alla moralità,
non sufficientemente scevra di scrupoli per
dedicarsi
esclusivamente all'egoismo, essa si dibatte convulsa en-
tro la
ragnatela dell'ipocrisia, e paralizzata dalla maledizione
della
mediocrità coglie dei miserabili moscerini.
Se
talvolta abbiamo ardito di fare una proposta " franca e
schietta
", noi ci affrettiamo ad annacquarla
con assicurazioni
amorose simulando rassegnazione; se
dall'altra parte abbiamo
avuto
il coraggio di respingere una audace proposta con accenni
morali
alla buona fede, ecc., di lì a
poco questo nostro coraggio
vien meno, e noi ci affrettiamo a
dichiarare che quella franca
proposta ci piacque: simuliamo, cioè,
d'approvare. In breve, noi
si vorrebbe possedere tale cosa,
ma non senza privarci d'una co-
tal altra: noi si vorrebbe
possedere una libera volontà ma senza
doverci privare della volontà morale.
Provatevi,
o liberali, a trovarvi insieme con un uomo servile.
Voi vi
sforzerete di raddolcir con lo sguardo della più
fiduciosa
devozione ogni parola libera che pronuncerete, e quegli
rivestirà
il suo servilismo delle frasi più
seducenti di libertà. E quando
vi separerete, voi penserete
allo stesso modo uno dell'altro : Ti
conosco, vecchio volpone !
Egli subodora in voi tanto bene il
nuovo Satana, quanto voi in lui
l'antico Dio accigliato.
Nerone
è un uomo " malvagio " soltanto agli occhi dei
«
buoni ": ai miei egli non è
che un ossesso, al pari di quelli
che chiamate i "
buoni ". Questi scorgono in lui
un fior di bir-
bante e lo confinano nell'inferno. Ma perchè
nulla l'ha trattenuto
dalle sue azioni
arbitrarie ? Perchè si è tollerato che le
commet-
tesse? I pazienti Romani che si erano lasciati
imporre la volontà
��� 48 ���
di
quel tiranno, erano forse migliori di lui? L'antica Roma lo
avrebbe
giustiziato immediatamente, nè giammai egli avrebbe
potuto
renderla sua schiava. Ma i " buoni Romani della sua età
non
seppero opporre alla sua tirannia che dei postulati morali,
e non
già la propria volontà; essi deploravano
lacrimando che
il loro imperatore non rendesse omaggio alla
moralità al par di
loro stessi ; essi rimasero "
sudditi morali " sino a tanto che uno
trovò il
coraggio di bandire dal proprio cuore » i sentimenti
ob-
bedienti e morali del suddito. Ed allora gli stessi "
buoni Ro-
mani ", che da " sudditi ossequenti "
avevano sopportata tutta
la vergogna dell'apatia inneggiarono
all'atto delittuoso ed im-
morale dell'insorto. Dov'era allora nei
" buoni " quel coraggio
della rivoluzione che
oggi esaltano, da poi che si trovò chi la
seppe compiere? I
buoni ne erano incapaci, poi che una " rivo-
luzione " e
peggio ancora un' " insurrezione "
è sempre una cosa
" immorale ", alla quale ci si
può risolvere solo allorquando si
cessa dall'esser "
buoni " e si diventa " malvagi ".
Nerone
non era peggiore della sua età, nella quale
bisognava
essere, senz'altra alternativa, o " buoni " o
" malvagi ". Il suo
secolo
dovette giudicarlo malvagio nel più tristo senso della
pa-
rola. Tutte le persone « morali » devono giudicare
di lui a que-
sto modo. Di furfanti, simili a lui, ne vivono anche
oggidì (vedi,
per esempio, le memorie del cavaliere di
Lang) in mezzo
alla
gente morale. Non si vive, com'è naturale, comodamente
in mezzo
a loro poi che non si è mai sicuri della propria
vita; ma si vive
forse meglio tra la gente morale?
Anche
tra « i buoni " non si è ben sicuri della propria
vita,
con la sola differenza che se ti impiccano, essi lo fanno in
" nome
della legge " ; meno ancora poi si è
sicuri del proprio ono re poi
che la
coccarda nazionale sparisce in men che non [??]
dica,
Il
pugno rude della moralità non fa troppi complimenti
col-
l'egoismo.
"
Ma non si può infine mettere allo
stesso grado un furfante
ed un uomo onesto? "
Ebbene,
nessuno fa ciò più facilmente di voi stessi, o
giudici
della morale; anzi, peggio ancora, voi cacciate in
prigione, al pari
dell'infimo delinquente, ogni uomo onesto che si
permetta di le-
vare francamente la voce contro l'ordine vigente
delle cose, contro
le sacrosante istituzioni, ecc ; mentre al
furfante raffinato voi ce-
��� 49 ���
dete
il vostro portafoglio ed altre cose di ben maggior impor-
tanza.
Sicchè " in pratica "
voi nulla mi potete rimproverare. Ma
bensì " in
teoria ". Ebbene, allora porrò l'uno e l'altro su
d'un
medesimo
livello, ma quali due poli opposti : tutti e due sul livello
della
legge morale. Entrambi non hanno un significato che nel
inondo "
morale ", allo stesso modo che nei tempi precristiani un
ebreo
eterodosso ed un ortodosso non differivano tra di loro che
per
rapporto alla legge giudaica, mentre dinanzi al Cristo il fa-
riseo
non contava di più dei " peccatori e dei publicani ".
Allo
stesso modo per l'individualità il fariseo morale è
simile al pec-
catore immorale.
Nerone
si rese molto incomodo per la sua ossessione. Ma
l'uomo che
obbedisce unicamente alla propria natura non gli a-
vrebbe
stupidamente contraposto il " sacro, " per poi isfogarsi
in
geremiadi vane se il tiramo di ciò non si curava; bensì
gli a-
vrebbe contrapposta la propria volontà. Quanto
spesso la santità
degli inalienabili diritti umani vien
rinfacciata a chi li avversa,
quanto si dimostra che una libertà
qualunque è un " sacrosanto
diritto umano " !
Coloro che così agiscono meritano d'esser de-
risi; e ciò,
del resto, succederebbe a loro di frequente se non
prendessero,
fosse pure incoscientemente, la via che deve condurli
alla meta.
Essi comprendono che non appena si saranno catti-
vati gli animi
in favore di quella libertà che propugnano, la
maggioranza
vorrà la medesima cosa ed otterrà
ciò che essa
vuole. Con
questo non riusciranno mai a dimostrare la santità
di
quella libertà che propugnano: le lamentazioni e le
suppliche
rivelano appunto l'accattone.
L'uomo
" morale " è necessariamente limitato nelle sue
ve-
dute dal non conoscere egli altri nemici all'infuori
dell'uomo " im-
morale ". " Chi non è morale
è immorale! " la qual cosa significa
abietto,
spregevole ecc. E perciò l'uomo morale non può
riuscire
a comprendere l'egoista.
Non è forse il concubinaggio un'immoralità?
L'uomo
morale può fare tutti gli sforzi possibili ma non po-
trà
liberarsi da questo pregiudizio. Ad Emilia Galotti
questa ve-
rità morale costò
la vita. E infatti quella è un'immoralità. Una
giovane
virtuosa diventi pure una vecchia zitella; un uomo vir-
tuoso si
strugga pure nella vana fatica di soffocar i suoi istinti na-
turali,
si faccia pure evirar, come origine,
per amore del cielo: con
STIRNER: L' unico. - 5.
��� 50 ���
ciò
essi rendono onore alla santità del matrimonio,
riconoscono
inviolabile la santità della castità; e
tutto ciò è morale. L'invere-
condia non può
giammai elevarsi a tanto da esser cosa morale. Per
quanto l'uomo
morale possa giudicar benevolmente e scusare chi
si
è reso colpevole d'un atto
inverecondo, questo rimane cionondi-
meno un peccato
contro un precetto morale, e gli resta impressa
una macchia
indelebile: sicchè
come una volta castità faceva parte
dei voti claustrali
così essa fa ora parte della moralità. La castità
è
un bene. Per contro, per l'egoista la castità non rappresenta
un
bene per lui necessario ; epperciò
non la cura. Che cosa ne segue
pel giudizio dell'uomo morale?
Questo: che egli pone l'egoista in
quella sola classe d'uomini
ch'egli conosce all'infuori degli uo-
mini
" morali " ��� cioè in quella degli " immorali
". Egli non può
agire diversamente: deve giudicar
immorale l'egoista tutte le volte
che questi non cura la moralità.
Se
non agisse in tal modo egli avrebbe già rinunciato
alla
moralità, senza
confessarselo, e non sarebbe più l'uomo morale nel
senso
ch'egli attribuisce a questa parola. Eppure, converrebbe non
vero
lasciarsi traviare da tali fatti, i quali
oggidì non sono
dei più
rari, e considerare che chi cede nelle questioni di
moralità può
essere annoverato tanto poco tra le
persone " morali ", quanto tra
i
cristiani Lessing, il quale nella nota parabola paragona la
re-
ligione cattolica, al pari della
maomettana e
della giudaica, ad un
anello " falso ",
Talora
si è andati più oltre che non s'ardisca di
confessare.
��� Per Socrate,
che rimaneva nel campo della moralità,
sarebbe
s ata un'immoralità
l'obbedire alle seducenti suggestioni di
Critone
e
il sottrarsi alla prigione; restarci, era la sola cosa che la
mo-
ralità imponeva.
Ma
ciò fu possibile solo perchè
Socrate era
un uomo morale.
A l'incontro " gli
scostumati, i perfidi uomini della
rivoluzione
" avevano g urato
fedeltà a Luigi XVI, e
tuttavia decretaroao la
deposizione ed anco la morte di lui, e
perciò la loro fu " d'azione
immorale, della
quale gli uomini " morali " avranno orrore sin-
chè
durerà il mondo.
Più
o meno tutto ciò si riferisce alla "
moralità borghese "
che i più liberali
riguardano con disprezzo. Essa è, come la bor-
ghesia in
generale, ancor troppo poco lontana dal
cielo religioso
��� 51 ���
troppo
poco libera per non dover appropriarsene la legge, anzichè
generare
delle proprie leggi indipendenti. Tutt'altro aspetto assume
la
morali à quando
assurge alla
coscienza della sua dignità e si
prefigge per unico p
incipio determinante l'essenza dell'uomo:
"
l'uomo ". Coloro che faticosamente sono giunti a tale
coscienza
determinata, ripudiano del tatto la religione il cui Dio
non trova
più posto presso all' "
uomo ", e
coll'applicare il loro trapano alla
nave
dello Stato minano anche la " moralità " che nello
Stato so-
lamente può prosperare; anzi per essere
conseguenti, dovrebbero
rinunziare anche al nome di moralità.
Perchè ciò che quei critici
chiamano moralità
si distingue essenzialmente dalla " moralità "
politica
e borghese " e deve apparire al buon cittadino come una
libertà
insensata e sfrenata ". In
fondo però essa non ha per sè
che
la " purezza del principio ", il quale, l
berato dal suo rozzo connu-
bio colla religione, assorge
all'omnipotenza
nella manifestazione pu-
rificata
di " ummità ". Perciò non bisogna
meravigliare se il nome
di moralità vien mantenuto accanto
a quelli di libertà, umanità co-
scienza di sè
stessi, ecc., e viene adornato forse
soltanto d\l predi-
cato di " libera " ��� allo stesso
modo che lo " Stato " (quantunque
il reggimento borghese
ne subisca una diminuzione) si rinnova
sotto la forma di "
stato libero " o per lo meno di "
società libera ".
Da
poi che la moralità perfezionatasi nell'umanesimo ha
definito
le sue controversie colla religione, dalla quale
storicamente è sorta,
nulla le impedisce di diventar
religione per conto proprio. Tra
religione e moralità regna
infatti una diversità solo sino a tanto
che
i nostri rapporti colla società umana sono regolati e
consacrati
dalla dipendenza nostra da un ente sovrumano, ovvero
sino a tanto
che tutto il nostro agire è
un agire per " l'amor di
Dio ". Ma se
si giunge a tale che " per l'
uomo l'ente supremo sia rappresentato
dall' uomo medesimo ",
quella diversità sparisce, e la
moralità ���
sottratta alla
posizione subordinata che prima occupava ��� s'in-
nalza alla
perfezione d' una religione.
In
tal caso l'uomo, che sino allora era soggetto ad un ente
supremo,
ha raggiunto il più alto grado del suo valore, e noi
in-
formiamo i nostri rapporti con lui alla stregua di quelli
coll'ente
supremo, vale a dire religiosamente : " moralità
e pietà " diven-
gono nuovamente sinonimi come ai
primi tempi del cristianesimo
e soltanto
perche l'ente supremo è divenuto un altro, una condotta
��� 52 ���
morale
non si chiamerà più "
santa " bensì " umana ". Con la vit-
toria
su la moralità dovrà avverarsi un
compiuto cangiamento
di padrone.
Distrutta
la fede, Feuerbach crede
d'entrare nel porto apparen-
temente tranquillo dell'
amore. " Prima ed altissima legge deve
es-
ser l'amore dell'uomo per l'uomo " Homo homini Deus
est " -
ecco il supremo principio pratico ��� ecco il
momento critico della
storia universale (1).
In
realtà però di mutato non v'è che Dio, il «
Deus » ; l'a-
more è rimasto; là avevamo
l'amore per un Dio sovrumano qui
abbiamo l'amore per un Dio umano,
per l' " homo " quale " Deus
".
Dunque l'uomo è per me
sacrosanto. E tutto ciò che è " pretta-
mente
umano " è per me " sacrosanto ". Il matrimonio
è sacro per
sè stesso. E la stessa cosa deve dirsi
di tutti gli altri rapporti
morali. " Sacrosanta è, e
dev'esserti, l'amicizia, sacrosanti la pro-
prietà, il
matrimonio, il benessere dei singoli, ma tutto ciò
dev'es-
sere sacrosanto per sè stesso " (2). Non
sembra di sentir parlare
un prete? Chi è il suo Dio?
L'uomo! Che
cosa è divino? Ciò che
è umano! In tal modo
s'è operato effettivamente il mutamento
del predicato nel
soggetto, ed invece della tesi " Dio è l'amore "
si
dovrà dire " l'amore è divino n; invece di "
Dio s'è fatto uomo ":
"
l'uomo s'è fatto Dio " (3).
Come
si vede, non si tratta che d'una nuova religione, " Tutti
i
rapporti morali non son tali
e non vengono coltivati con senso
morale, che in quanto valgono
come religiosi (senza che il prete
abbia a consacrarli) ".
La frase del Feuerbach :
" la teologia è
un'antropologia
" non significa che questo: " la religione è
l'etica,
e soltanto l'etica è religione ».
Del
resto Feuerbach non
ottiene che un'inverzione di sog-
getto
e di predicato, a tutto vantaggio di quest'ultimo. Ma poi
che egli
stesso dice : " Non è vero che l'amore sia santo, e tale
ri-
guardato dagli uomini, per essere un attributo di Dio ��� ma è
vero
invece ch'esso è attributo di Dio perchè in sè
stesso è divino ",
egli si
sarebbe potuto
accorgere che bisognava cominciare a muo-
ver guerra ai predicati
stessi, l'amore e le santità di ogni
specie.
(1) Essenza del cristianesimo, 2a edizione, p. 402.
(2) Op. cit., pag. 408.
(3) Id., ibidem.
��� 53 ���
In
qual modo poteva egli sperare d'allontanar gli uomini da Dio,
senza
togliere loro anche l'idea della divinità? E se, come
Feuer-
bach sostiene,
per gli uomini l'essenziale non era già Dio, bensì
i
suoi attributi, egli, poteva passarsi dallo spogliare dei suoi
orna-
menti il feticcio, da poi che questo, il vero
nocciolo del tutto, re-
stava. Egli stesso riconosce che non
mirava che a " distruggere
un'illusione " (1); ma
soggiunse che a suo avviso quella illusione
era assai perniciosa
per gli uomini, poi che persino l'amore, il più
intimo e
vero dei sentimenti, in grazia della religiosità divien vano
e
senza significato, dacchè l'uom religioso non ama il suo
simile
che per amore di Dio, dunque non quello ama ma Dio
soltanto.
L'amore morale è forse diverso? L'uomo che ad
esso si mspira
ama forse il suo simile perchè questi è
un uomo determinato, o
non l'ama invece per amor della morale, per
amor dell'uomo
in genere, e, in conclusione ��� poi che
homo homini Deus ��� per
amore
di Dio?
Il
ramo di pazzia ha ancora gran numero di
lati formali dei
quali alcuni sarà bene accennar qui..
Il
sacrificio di sè stessi, per un esempio, è
comune tanto ai
santi quanto ai non santi, così ai puri
come agli impuri. L'impuro
rinnega tutti i " migliori
sentimenti ", come il pudore e la timi-
dezza naturale, e non
obbedisce che ai desiderî
ond'è signoreg-
giato. Il puro rinnega i suoi rapporti
naturali col mondo (a rin-
nega il mondo ") e non obbedisce
che alla " brama " da cui è
dominato. Accecato
dalla fame dell'oro, l'avaro pone in non cale
i precetti della
coscenza, l'amor proprio, la dolcezza dei modi, la
compassione ;
egli bandisce ogni riguardo : la passione lo trascina
con sè.
Il " santo " si comporta allo stesso modo. Egli rende
sè
stesso " ludibrio del
mondo " è duro di cuore, fanatico della giu-
stizia:
pur egli è trascinato dalla sua passione. Allo stesso modo
che
il non santo rinnega se s fesso
dinanzi al Dio dell'oro, così
il
santo rinnega sè stesso dinanzi a Dio ed alle leggi
divine.
Noi
viviamo in un'età in cui la
sfrontatezza dei santi si fa
sentire sempre più, in
modo da smascherarsi e svelarsi del tutto.
La sfrontatezza e la
stupidità degli argomenti con cui si tenta di
contrastare
il " progetto dei tempi " non sorpassano forse ogni
misura
ed ogni previsione? Ma così doveva avvenire; quelli che
(1) Op. cit., pag. 403.
��� 54 ���
rinnegano
sè stessi perchè sono santi devono fare lo stesso
cam-
mino degli empi, e come questi gradatamente vanno
profondando
nell'abisso della volgarità e della bassezza,
così quelli sono co-
stretti a salire alla più
disonorante altezza.
Il
mammone terrestre e il Dio del cielo esigono entrambi
lo
stesso grado d'abnegazione. L'abietto e il sublime cercano
en-
trambi un " bene "; quegli uno materiale, questi uno
ideale: il co-
sidetto " bene supremo "; ed entrambi
alla fine si compendiano,
dacchè colui che prosegue d'amore
le cose materiali sacrifica tutto
ad un fantasma ideale ��� la sua
vanità ��� mentre l'uomo tutto
" spirituale "
sacrifica ai godimenti materiali " la vita comoda ".
Gran
cosa credono di dire coloro che raccomandano
agli uo-
mini " il disinteresse ", Che cosa intendono
essi con questa parola?
Probabilmente alcunchè
di consimile all' " abnegazione ". Ma chi
è
quegli che dev'esser rinnegato e non deve trar profitto da
cosa
alcuna? Sembra che debba esser tu stesso! E a profitto di chi
ti
si raccomanda il disinteresse? Sempre a tuo profitto,
con la sola
differenza che tu col disinteresse procuri " il
tuo vero vantaggio ".
A te tu devi esser utile, ma
senza cercare di procurarti un
vantaggio. Si ha in conto di
disinteressato il benefattore dell'uma-
nità, un
Franke che
ha fondato il primo orfanotrofio, un O' Connell
che lavora
indefessamente in prò della sua patria ; ma si tiene in
ugual
conto anche il fanatico, che, come San Bonifacio, mette
a
grave pericolo la sua vita per convertire i pagani, o, come
Robe-
spierre, sacrifica
ogni cosa alla virtù, o, come Korner,
si immola
per il suo Dio, per il re
e per la patria. Per ciò gli avversari
di
O' Connell gli
rimproverano d'esser interessato ed avido di lucro,
e la "
rendita O' Connell " parrebbe dar loro ragione, e certo
è
che posto in dubbio il suo " disinteresse "
diviene facile
offuscare
il buon nome ond'egli gode presso i suoi seguaci.
Ma
che cosa costoro potrebbero provare, se non che 0J
Con-
nell prosegue un intento diverso da quello ch'egli
afferma di pro-
porsi? Che egli cerchi di far danari o di render
libero il suo popolo,
non rileva; l'
interesse esiste
pur sempre, con questa sola differenza:
che
il suo interesse potrebbe giovare anche ad altri e diventare per
ciò
un interesse comune.
Ora,
il disinteresse è forse una cosa irreale? Al contrario,
nulla
havvi di più comune? Anzi si potrebbe chiamarlo un oggetto
di
moda del mondo civile, tenuto per così necessario che quando
��� 55 ���
ad
averlo di stoffa solida troppo costi, lo si acquista di
qualità
inferiore, a buon mercato, e lo si ostenta in ogni
modo. Dove inco-
mincia il disinteresse? In quel
punto, propriamente, in cui un in-
tento
cessa d'esser proprietà nostra, della quale possiamo usare
a
nostro agio, e diviene un fine così vivamente imperioso
ch'ei
ci soggioga, un' idea fissa che ci rapisce d'entusiasmo e ci
costringe
all'obbedienza. Non si è disinteressati sino a
tanto che si sa pa-
droneggiare il proprio scopo ; lo si diviene
invece soltanto quando
si giunge a pronunciare il famoso: "
Qui mi sto e non posso agire
diversamente
", la frase sacramentale di tutti gli
ossessi; lo si
diviene per un fine santo e \ er
un corrispondente zelo santo.
Io
non sono disinteressato sino a tanto che lo scopo rimane
cosa mia
propria, ed io, invece d'abbassarmi ad essere il cieco
strumento del suo compimento, l'ho costantemente in mio potere.
Il
mio zelo non sarà perciò minore di quello del fanatico,
ma in
pari tempo io mi conserverò freddo, incredulo ed
inesorabilmente
nemico verso di esso. Io sono il suo giudice,
poi che esso è mia
proprietà. Il disinteresse
pullula rigoglioso con la ossessione,
tanto nei possedimenti del
demonio, quanto in quelli dello spirito
benigno; da una parte i
vizi, le follie ��� dall'altra l'umiltà, il
sacrificio,
ecc.
Dovunque
giri lo sguardo, appaiono le vittime del sacrificio
di se stessi.
Ecco, di contro a me è assisa una giovane, la quale
forse
da ben dieci anni offre sacrifici sanguinosi alla sua
anima.
Coll'opulenza del corpo contrasta il viso pallido e
mortalmente
stanco: il suo pallore tradisce il lento
dissanguamento in cui la
sua giovanezza perisce. Povera creatura,
chi sa quante volte le
passioni hanno fatto palpitare il tuo
cuore, quante volte la gio-
ventù ha reclamato
impetuosamente i suoi diritti! Quando il tuo
capo si agitava
convulso sul molle origliere, quando i ridestati
istinti della
natura facevano fremere tutte le tue membra, le tue
vene
s'inturgidivano e l'accesa fantasia ti faceva sorgere
innanzi
incantevoli imagini voluttuose. Allora ti appariva dinanzi
lo
spettro dell'anima e della salute eterna. Tu inorridivi, le
tue
inani si giungevano, i tuoi occhi contristati guardavano in
alto,
tu pregavi. Le tempeste della natura s'assopivano, la calma
sot-
trentrava alla tempesta delle tue concupiscenze. Lentamente
le
tue palpebre si abbassavano velando a te la visione della
vita;
dalle membra turgide spariva a poco a poco la tensione; nel
��� 56 ���
cuore
si quetavano le onde agitate; le mani
giunte pesavano
inerti sul seno non più ribelle; un ultimo
gemito ��� e l'anima
era tranquilla, Tu t'addormentavi per
ridestarti l'indomani a
nuove lotte ed a nuove preghiere. Ora la
consuetudine della
rinunzia ha raffreddato le vampe del desiderio,
e le rose della
tua giovinezza impallidiscono nell'anemia della
tua beatitudine.
L'anima è salva, perisca pure il corpo! O
Laide, o Ninon, quanto
bene
avete fatto a disprezzare quella pallida virtù! Una libera
"
grisette " vale mille vergini incanutite nella virtù!
Anche
in forma di " principii e di precetti " l'idea
fissa si
fa sentire.
Archimede
chiedeva un punto fuori della terra per poterla
smuovere.
Questo punto cercarono tutti g'i uomini, ciascuno a
suo modo. Esso
è il mondo dello spirito, delle idee, dei pensieri,
dei
concetti, degli enti: esso è il cielo. I1
cielo è il punto dal
quale si vuole smuovere la terra, dal
quale si assiste alla vita
di quaggiù ��� e la si
disprezza. Assicurarsi il cielo, assicurarsi
per sempre il punto
di vista celeste, non è questo che tante
fatiche e
tanti dolori ha costato agli uomini?
Il
Cristianesimo si è proposto di redimerci dalla
dipendenza,
dagli istinti naturali, dalle passioni che ci agitano
e ci fanno
schiavi. Con ciò non si volle già che
l'uomo non dovesse più
aver passioni, bensì
che queste non dovessero possederlo, essere
cioè fisse,
insuperabili, invincibili. Ora ciò che il Cristianesimo
ha
ordito contro le passioni, non potremmo noi tentarlo contro il
suo
stesso precetto, che cioè la nostra
destinazione
debba venire
dallo spirito (pensieri, imagini, idee,
fede,[???] ); non potremmo
noi
pretendere che anche lo spirito e la rappresentazione ��� l'idea
���
non abbiano più nell'avvenire a determinar l'animo nostro,
ad
esser fisse, intangibili o " sante "?
Con
ciò si inizierebbe la dissoluzione dello spirito, la
dis-
soluzione di tutti i pensieri, di
tutte le idee. Allo stesso modo
che prima si diceva: " Noi
possiamo avere delle concupiscenze,
ma queste non devono aver
noi ", cosi
si direbbe ora: " Noi
possiamo avere lo spirito, ma lo
spirito non deve aver noi ".
Siccome
questa affermazione sembra non avere un chiaro
significato, giova
rammentare che, per esempio, presso taluni un
dato pensiero
diventa una " massima " la quale tien
prigione
��� 57 ���
l'
uomo stesso, sicchè non è già lui che ha quella
massima bensì
è la massima che ha lui.
E
grazie a quella massima egli ha " un punto fermo che
gli
serve di appoggio ".
Le
dottrine del catechismo diventano, senza che noi l'avver-
tiamo, i
nostri " principii " ; e non è lecito rigettarle.
L'idea o,
ciò ch'è la stessa cosa, lo spirito di
tali principii, esercita su noi
un potere assoluto e non consente
alcuna obiezione alla " carne ".
Eppure mediante, la "
carne " soltanto io posso infrangere la ti-
rannia dello
spirito ; poi che soltanto se l'uomo presta ascolto
alla propria "
carne ", può intendere interamente sè stesso
���
purchè
egli sia di ciò capace e
intelligente. Il cristiano non sente
l'angustia della sua natura
asservita, ma vive nell' " umiltà
" ;
per ciò egli non protesta, non mormora contro
l'ingiuria che
viene fatta alla sua " persona " ; si
ritiene soddisfatto avendo
" la libertà dello spirito
". Ma se una qualche volta la carne
prende la parola, ed il
tuono della sua voce è (nè
diverso può
essere) " appassionato ",
" indecoroso ", " contrario
al ben pen-
sare ", "
maligno ",
ecc., egli crede di sentire le suggestioni d'un
demonio,
suggestioni contro il suo spirito (poi che il
decoro,
l'imparzialità, il retto pensare, ecc., altro non
sono che spirito):
e grida a ragione contro di esse. Cesserebbe
d'esser cristiano se
così non facesse. Egli non dà
ascolto che alla moralità e tura
la bocca all' immoralità,
non dà ascolto che alla legalità e mette
un bavaglio
all'illegalità: lo spirito della
moralità o della lega-
lità lo tiene prigioniero, ed
è un padrone rigido, inflessibile.
Ecco
ciò che chiamiamo " il dominio dello spirito " ���
il
quale è in pari tempo il punto di vista dello
spirito.
E
chi intendono redimere i soliti signori liberali ? Quale
libertà
invocano essi ad alte grida? Quella dello spirito! Dello
spirito,
della moralità, della legalità, della pietà, del
timor di
Dio, ecc. Ma ciò vogliano anche gli antiliberali,
e il nodo di tutta
la questione sta in questo: che gli ultimi
vogliono aver la pa-
rola per sè soli, mentre gli altri
ambiscono di godere una parte
di quel vantaggio.
Lo
spirito resta per entrambi i partiti
il vero signore asso-
luto ed essi contendono unicamente per
sapere a chi debba spet-
tare il trono gerarchico, serbato al "
rappresentante del signore ".
La miglior
cosa è d'assistere tranquillamente alla lotta colla si-
��� 58 ���
curezza
che le belve della favola si dilanieranno tra di loro al
pari
delle belve reali; i loro cadaveri putrefatti serviranno di
concime
al terreno, -- che maturerà i nostri frutti.
Su
parecchi altri rami di follìa, come quello della
profes-
sione, della veracità, dell'amore, ecc ,
ritorneremo più tardi.
Se
si contrappone ciò che ci è connaturale " ciò
che ci viene
instillato, non gioverà obiettarci che noi
nulla possiamo aver in
noi d'isolato, ma che possediamo ogni cosa
pei rapporti che ab-
biamo col mondo, per l'impressione che
esercita su di noi l'am-
biente; come alcunchè dunque, che
ci viene ispirato. Poichè è
grande la differenza tra
quei sentimenti e pensieri che vengono
prodotti in me da influenze
esterne, e quelli che mi sono detti. Dio,
l'
immortalità, la libertà,
l'umanità,
ecc., ci vengono impressi sia
dall'infanzia
quali idee e sentimenti, che agitano più o meno for-
temente
il nostro interno, e ci dominano senza che noi ne ab-
biamo
coscienza, quando, come avviene in talune nature privile-
giate,
non si svolgono in sistemi ed in opere d'arte; ma sono
sempre
sentimenti non già provocati, bensì inspirati, perchè
ed
essi noi dobbiamo credere e da essi dipendere. Che l'assoluto
esi-
sta e che quest'assoluto debba venir concepito, sentito e
pensato,
era ferma credenza in coloro che si adoperavano con tutta
la forza
del loro spirito per conoscerlo e rappresentarlo.
Il
sentimento dell'assoluto esiste solo
perchè fu inspirato e
si rivela nei modi piu
diversi.
Così
Klopstock il sentimento religioso aveva carattere
d'in-
spirazione e nella Messiade
non fece che manifestarsi
artistica-
mente. Ma se invece la religione, che egli trovò,
non fosse stata
per lui che un eccitamento al pensare e al
sentire, ed egli avesse
saputo opporle il proprio ente, non
l'entusiasmo religioso si sa-
rebbe prodotto, ma una dissoluzione
dell'oggetto. E appunto perciò
nella sua età matura
Klopstock continuò a manifestare i senti-
menti della sua
fanciullezza e dissipò le forze della virilità
ad
avvivare infantili fantasmi.
Essenziale
è dunque distinguere i sentimenti che vengono
inspirati da
quelli che sono soltanto eccitati.
Questi
ultimi sono sentimenti propri, egoistici, perchè non
vengono
impressi nella mia mente nè suggeriti o a forza inne-
stati;
ma dei primi invece io vado superbo, li considero come un
mio
retaggio, li coltivo e ne son posseduto.
Chi non avrebbe o
��� 59 ���
servato,
coscientemente o inconsciamente, che, tutta la nostra edu-
cazione
è intensa a far nascere in noi dei sentimenti,
anzichè
permetterci di crearli da noi bene o male? Se
alcuno pronunci
avanti a noi il nome di Dio; noi dobbiamo esser
compresi di
timor di Dio; se il nome del principe, noi dobbiamo
accoglierlo
con rispetto, con venerazione
e con devozione ; se quello della
morale,
noi dobbiamo rappresentarci qualcosa di inviolabile; se
quello del
maligno e dei malvag', noi abbiamo il dovere di rab-
brividire.
Tutto
è inteso a instillarci quei sentimenti, e chi, per
av-
ventura, dimostrasse di udire con compiacenza le imprese
dei
malvagi, si renderebbe meritevole d'esser " castigato ed
educato "
colle verghe. Così rimpinziti, di sentimenti
imposti, noi ci pre-
sentiamo alla sbarra della età
adulta per esser dichiarati " mag-
giorenni ".
Il
nostro bagaglio è composto di "
sentimenti sublimi, di
massime entusiasti che, di principii
eterni, ecc. ».
I
giovani devono cinguettare al modo dei vecchi; e i mae-
stri di
scuola si dan faccenda per apprender loro l'antica me-
lodia; e
sol quando l'anno mandata a memoria
li proclamano
adulti.
A
noi non è permesso di sentire ��� ad ogni cosa, ad
ogni
nome che ci si affaccia ��� quello che vorremmo e potremmo
pen-
sare; non di figurarci, per esempio, qualche cosa di ridicolo
di
irriverente quando si pronuncia dinanzi a noi il nome di Dio
;
bensì ci è sempre prescritto quello che in un dato
momento dob-
biamo sentire e pensare.
Tale è il significato del vocabolo " cura d'anime ".
La
mia anima o il mio spirito devono esser foggiati come
desiderano
gli altri, non come bramerei io stesso. Quanta fatica
costa ad
ognuno il conquistarsi un sentimento proprio ed indipen-
dente
quando sente pronunciar dinanzi a sè un qualche nome,
il
ridere in faccia a colui che quando ci parla attende da noi
un
viso compunto ! Ciò che c'instillarono nell'animo è
una cosa stra-
niera, e per ciò " santa "
; donde la difficoltà di spogliarci del
" santo
rispetto per essa ".
È
per uso oggi di celebrare anche la " serietà », la
serietà
" nelle cose e nei dibattiti di grande
importanza ", la " serietà
tedesca ".
Questa specie di serietà dimostra assai bene quanto
��� 60 ���
siano
antiche e serie la pazzia e l'ossessione. Poichè nessuno è
più
serio del pazzo quand'egli si trova nel punto centrico della
sua
pazzia dacchè allora egli prende la cosa tanto sul serio
che
non tollera scherzi.
La
riflessione storica circa il nostro mongolesimo,
che io vo-
glio insertare a mo'
d'episodio in questo punto, non ha pretesa di
esser fondata, ma è
necessaria per servir di spiegazione al rima-
nente.
La
storia universale, il cui svolgimento
appartiene quasi per
intero alla razza caucasica, sembra aver
percorso sinora due ere;
noi fummo costretti a manifestare e a
perfezionar nella prima la
nostra essenza di razza negra, nella
seconda il mongolesimo (la
cineseria)
con cui è necessario finirla
egualmente. Il primo periodo
rappresenta l'evo antico, i
tempi della dipendenza dalle cose (dal
cibarsi dei galli,
dal volo degli uccelli, dallo starnutare, dal lampo
e dal tuono,
dillo stormire degli alberi, ecc.); il
mongolesimo se-
gna l'età della dipendenza dalle idee,
l'evo cristiano. All'avvenire
sono riserbate le parole : "
io sono il possessore del mondo delle
cose, io sono il possessore
del mondo dello spirito ".
Nel
primo periodo avvengono le gesta di Sesostri
e si rivela
in generale l'importanza
storica dell'Egitto e dell'Africa setten-
trionale.
All'èra mongolica appartengono le invasioni degli Unni
e
dei Mongoli, sino a quella dei Russi.
Il
valore del mio io non può essere che ancor molto
basso,
finchè il duro diamante del " non-io
" è cosi costoso, come erano
allora " Dio "
e il " mondo " Il
" non-io " è ancor tenuto quale
un frutto troppo
immaturo ed acerbo per poter essere mangiato
ed assorbito deli'
Io. Gli uomini s'accontentano di
strisciare su
quella
sostanza immobile, e vi si affaccendono faticosamente; si-
mili
a insetti parassiti, che succhiano l'alimento da un corpo,
senza
perciò consumarlo. L'attività
dei Mongoli è veramente l'af-
faccendarsi
dei vermi. Presso i Cinesi ogni cosa è immutabile;
nulla di
ciò che è " essenziale " e
" sustanziale "
è capace di
mutamento ; ma appunto per questo maggiore è
l'affaticarsi in-
orno a ciò che è immanente e porta
il nome di " antico ".
��� 61 ���
Per
tal modo nella nostra êra
mongolica non v'ha mutamento
che non si proponga di riformare o di
migliorare ; non mai di
distruggere o di consumare. La sostanza,
l'oggetto resta. Tutta la
nostra operosità non è
paragonabile che a quella delle formiche o
delle pulci, ai giuochi
degli acrobati sulla corda immobile dell'og-
gettività, al
servizio della gleba sotto la signoria dell'
" immuta-
bile ", dell' "
eterno ". Il cinese è certo il più positivo
di tutti i
popoli, perchè interamente sepolto in mezzo alle
sue istituzioni;
ma dalla " libertà limitata ",
dalla " libertà entro certi limiti ",
neppure il
Cristianesimo ha saputo affrancarsi. Nel più alto grado
di
civiltà questa attività ha nome di scientifica;
ed è tenuta in
conto di
lavoro su di una premessa irremovibile, su di una
ipotesi
irrefutabile.
Nella
sua forma primitiva e misteriosa la moralità si presenta
quale
consuetudine. Condursi
secondo il costume e la usanza del
paese ��� si chiama allora
esser morali. Per ciò una condotta pret-
tamente morale,
una moralità pura e genuina, si trova particolar-
mente
nella Cina; ove l'uomo si attiene alle consuetudini e ai
costumi
antichi, e odia quale un delitto degno di morte ogni in-
novazione.
Poichè l'innorazione è
il nemico mortale della consue-
tudine, dell'antico,
del costante. È
fuor di dubbio che l'uomo
mercé l'assuefazione assicura sè
stesso contro l'invadenza delle
cose del mondo e si forma un mondo
a parte, nel quale egli si trova
a suo agio; si edifica, insomma,
il proprio cielo. Il
cielo al postutto
non ha altro significato se non quello di vera
patria dell'uomo,
dov'egli non è soggiogato da alcuna cosa
straniera nè a sè sot-
tratto da alcun allettamento
mondano ; dove, deposto il velo ter-
restre, egli ha visto il fine
delle sue lotte contro il mondo; dove
nulla insomma gli è
più ricusato. Il cielo significa la fine della
rinunzia,
il libero godimento. Là l'uomo più nulla
rifiuta a sè
stesso, perchè nulla più gli è
estraneo o avverso. Ora, l'abitudine è
una " seconda
natura ", la quale rivela e redime l'
uomo dalla na-
tura sua primitiva, assicurandolo da ogni capriccio
di questa. La
consuetudine sapiente dei
Cinesi ha previsto tutti gli avvenimenti
possibili, e a tutti ha "
provveduto " checchè
possa accadere il
cinese sa sempre come deve contenersi e non ha
bisogno di diri-
gersi a seconda dei casi : dal cielo della
sua quiete nessun acci-
dente imprevisto lo può
precipitare. Il cinese ligio alla moralità
e alle sue
usanze non si lascia sorprendere e cogliere all' improv-
��� 62 ���
viso;
egli conserva la serenità in ogni occasione, giacche
l'animo
suo è fatto sicuro per la previdenza che gli viene
dalle consue-
tudini inveterate. Sulla scala della civiltà
l'umanità ascende perciò
il primo gradino in forza
dell'assuefazione; e siccome essa salendo
verso la civiltà
pensa di raggiungere il cielo (il regno della se-
conda natura),
così essa ascende realmente il primo gradino della
scali
celeste.
Se
il mongolesimo ha accertata l'esistenza d'enti spirituali
e
creato il mondo degli spiriti (un cielo),
gli uomini della razza cau-
casica hanno lottato per secoli contro
quegli esseri spirituali, ten-
tando di comprenderli. Che altro
dunque hanno fatto se non con-
tinuare ad edificar sulle
fondamenta mongoliche ? Essi non
hanno
edificato sulla sabbia, bensì nell'aria; hanno
lottato contro il mon-
golesimo; hanno dato
la scalata al cielo mongolo, al Tien.
Quando
riusciranno essi a distrugger
quel cielo? Quando ridiverranno dei
Caucasei autentici e
ritroveranno sè stessi? Quando l'
" immorta-
lità
dell'anima " che negli ultimi tempi tentò farsi più
certa col
proclamare la " immortalità dello spirito ",
si convertirà
final-
mente nella " mortalità
dello spirito? ".
Nelle
loro industriose lotte gli uomini della razza mongola
avevano
edificato un cielo, mentre quelli della razza
caucasica,
occupati
i ��� perchè tuttavia intinti di
mongolesimo ��� del cielo
impresero il compito opposto: dare
l'assalto a quel cielo della mo-
rale. Minare tutte le
istituzioni umane per fondar ��� sulle loro ro-
vine ��� nuove e
migliori istituzioni, distruggere ogni morale per
sostituirvi una
nuova e miglior morale, ecco a che la loro attività,
si
restringe. Ma con questa il compito è raggiunto; o altro
ancora
le rimane a tentare? No, nella sua ricerca del meglio, essa
è tut-
tavia ammorbata di mongolesimo.
Essa dà, sì,
l'assalto al cielo,
ma unicamente per sostituirlo con un altro; fa
crollare una pode-
stà, ma per legittimarne un'altra ; nè
altro sa che recare dei miglio-
ramenti. Contuttociò la
meta, per quanto siasi smarrita la via, è
il crollo
effettivo e definitivo del cielo, della morale, ecc., in
breve
dell'uomo che non ha assicurato sè stesso contro il
mondo; la fine,
dunque, dell''isolamento dell'uomo.
Mediante il cielo della civiltà
l'uomo intende a separarsi
dal mondo, a spezzarne la potenza mal-
vagia. Ma anche questo
isolamento nel cielo deve essere sfatato ; la
vera meta
dell'assalto dato al cielo dev'essere la sua distruzione
finale.
Miglioramenti e riforme sono avanzi di mongolesimo nel
��� 63 ���
Caucasico,
poichè con ciò egli fa risorgere il passato : le
istituzioni,
l'assoluto, il cielo. Egli nutre un odio
invincibile contro il cielo,
e pur crea ogni dì nuovi
cieli; e in quest'opera vana fa che l'uno
prema sull'altro e lo
distrugga; il cielo degli Ebrei, quello dei
Greci,
quello dei Cristiani l'ebreo, il protestante quello
dei cat-
tolici Quando gli uomini di razza caucasica, che danno
l'assalto
al cielo, avranno svestita la pelle del mongolo, essi
seppelliranno
l'uomo sentimentale sotto le macerie dell' immane
mondo dei sen-
timenti, l'uomo isolato sotto il suo mondo
isolatore, l'uomo che
anela al cielo sotto il suo cielo. E
il cielo è il regno degli spiriti,
il regno della
liberty spirituale.
Il
regno celeste degli spiriti e degli spettri ha avuto la
sua
classificazione perfetta nella filosofia speculativa. La quale
lo pro-
clamò il regno dei pensieri, dei concetti e delle
idee; e lo fece
rappresentativo della realtà.
Voler
procacciare libertà allo spirito è pretto
mongolismo;
la libertà dello spirito è una
libertà mongola ; e tali a punto sono
la libertà dei
sentimenti e la libertà morale.
La
parola " moralità " vien riguardata quale sinonima
di in-
dipendenza, di libera disposizione di sè stessi. Ma
ciò non è ; che
anzi se il Caucaseo ha
dimostrato una certa indipendenza ciò fu
non ostante la sua
morale mongola. Il cielo mongolo o la morale
era la torre
inespugnabile ; e soltanto col darle assalto senza tregua
il
Caucaseo si dimostrò uomo morale ; se egli non avesse più
avuto
a che far colla morale, se non l'avesse riguardata come la
sua
eterna nemica, che non gli dava posa, sarebbero cessati i
suoi
rapporti con essa, e la sua stessa moralità sarebbe
con ciò stata
distrutta. E appunto l'essere la sua attività
ancor morale dimostra
che gli tien del mongolo, e che peranche non
ha saputo rendersi
intiera ragione dell'esser suo. L'"
attività indipendente morale "
corrisponde in tutto
alla " filosofia religiosa e ortodossa ", alla
"
monarchia costituzionale " allo " stato
cristiano ", alla " libertà
entro 1 dovuti limiti
", alla a libertà della stampa limitata dalla
censura
" o, per adoperar un' immagine più propria ad un
eroe
confinato in un letto di dolore.
Solo
allora l' uomo si sarà
liberato dallo sciamannèsimo e dalle
fantasmagorie,
quando avrà avuto la forza di liberarsi non solo
della
credenza negli spiriti, ma benanco nello spirito.
Chi crede negli spiriti ammette, al pari di chi ha fede nello
��� 64 ���
spirito,
l' "
ingerenza d'un
mondo superiore " ; entrambi
cercano,
dietro a quello dei sensi, un altro mondo soprannaturale
in cui
credono e che. generato dalla lor fantasia,
è una creazione tutta
fittizia
: e poi che i loro sensi non sanno e non possono compren-
dere,
invece, altro mondo che il materiale, il lor spirito soltanto
si
trova a suo agio.
Il
passaggio dalla credenza mongolica nell'esistenza
d'enti
spirituali alla teorica che anche l'intima essenza
dell'uomo sia il
suo spirito e che ogni cura debba esser
rivolta a questo spirito
soltanto (dunque alla " salute
dell'anima "), non è difficile. E con
ciò il
dominio sullo spirito è assicurato, e s'è ottenuta la
cosid-
detta " influenza morale ".
E
quindi certo che il mongolesimo rappresenta la spoglia-
zione
intera dei diritti dei sensi, il controsenso
e la contronatura,
e che il
peccato e la coscienza del peccato sono la piaga mongolica
che ci
affligge da secoli.
Ma
chi dissolverà nel nulla anche lo " spirito "
? Solo colui
che ha compreso la vanità, la fugacità
della natura. potrà anche
dello
spirito fare ugual conto ; io lo posso ; e lo può ciascuno
di
voi il quale si comporti nell'opera e nel pensiero quale un L
io "
che non conosce costrizioni;
lo può, in una parola, l'egoista.
Dinanzi
alla « santità » si perde ogni sentimento della
forza
ed ogni coraggio; si diviene impotenti e vili.
Eppure nessuna cosa
è sacra
per sè stessa, ma perche tale fu proclamata; pel
nostro
giudizio, dunque, per le nostre genuflessioni; insomma ���
per
la nostra coscienza.
Sacro
è tutto ciò, che dev'esser intangibile per l'egoista,
ciò
che e sottratto al suo potere, ed è per
ciò al disopra di lui : sacro
è in una parola ogni
caso di coscienza, giacchè il dire : " questa
cosa
è per me affare di coscienza " vale quanto il dire : "
questo
io ho in conto di cosa sacra ".
Per
i bambini, come per gli animali, nulla esiste di sacro,
giacchè,
per poter giungere a questo concetto, è d'uopo saper
già
distinguere il bene dal male, il legittimo
dall'illegittimo, e così
via. Soltanto a un tale grado di
riflessione o d'intelligenza ���
che è il vero fondamento
della religione ��� può subentrare in
luogo del timore
naturale la venerazione, che è frutto del
pen-
siero: il " timor santo ". Per venire a ciò
è necessario che si
ritenga esistere all' infuori di noi
qualche cosa di più potente, di
��� 65 ���
più
grande, di, più, legittimo, di migliore, cioè che si
riconosca il
predominio di alcunchè
d'estraneo; e dico si riconosca e non si
senta,
volendo significare l'atto dell'intelletto
per cui ci si rende
, prigionieri di tale predominio
(devozione, umiltà, soggezione, sud-
ditanza, ecc.).
Ed
ecco che qui incomincia la fantasmagoria di tutte le "
virtù
cristiane ».
; Tutto
ciò per cui voi provate rispetto e venerazione merita il
nome
di « santo » ; voi stessi riconoscete che provate un «
sacro
timore
» a toccarlo. E persino ciò che non è santo voi
sapete
scialbarlo di quella tinta sacra (le forche, i delitti,
ecc.). Vi coglie
un brivido al solo pensiero di venir in contatto
con una cosa sacra;
quasi che in essa si celasse alcunchè
di terribile, di non proprio
alla natura umana.
"
Se l'uomo nulla riguardasse come sacro, l'arbitrio, il
sog«
gettivismo
sfrenato non troverebbero ostacoli ! "
Si
principia dalla paura; ora, non v'è uomo, per quanto
sel-
vaggio, cai non si possa incutere paura; ecco già un
argine contro
la sua insolenzà. Ma alla paura resta ancora
un mezzo di libera-
zione; l'astuzia, l'inganno, ecc. Mentre per
la venerazione non
può dirsi altrettanto.
Quando
si venera qualche cosa, non la si teme unicamente
ma anche la si
onora : la cosa temuta diviene una potenza interna
alla quale noi
non possiamo sottrarci : noi abbiamo in onore una
cosa; ne siamo
conquisi; le apparteniamo senza più saperci sot-
trarre al
suo potere. Alla cosa che reputo santa io m'attacco con
tutta la
forza della mia fede; io credo. Io e la cosa temuta
diven-
tiamo una cosa sola: " non già io vivo, bensì
vive quello che da
me è venerato ".
Poi
che e infinito, lo spirito non può mutare, e resta qual'è
:
esso teme la morte;
non può decidersi ad abbandonare
il suo pic-
colo Gesù;
la grandezza del "
finito " non è più comprensibile
pel suo
occhio abbacinato: per tal modo la cosa temuta, innalzata
alla
venerazione, diviene intangibile ; ciò che si venera
diviene
eterno, e ciò che si rispetta indiato. L'uomo non è
più un essere
che crea, ma uno che impara (mediante
la conoscenza, le indagini,
ecc.), un essere cioè che si
occupa d' un dato oggetto, e si oblia in
quello studio,
senza far ritorno a sè stesso.
Quest'oggetto ei lo può indagare, penetrare, conoscere; ma
STIRNER: L'unico. - 7.
��� 66 ���
non
dissolverlo. " L'uomo dev'esser
religioso " è principio non
discusso ; tutto si riduce
sempre a ricercare com'ei possa divenir
tale, quale sia il senso
del fervore religioso, e così via. Ma altro
è se si
ponga in questione l'assioma stesso, a rischio anche di
di-
struggerlo.
La
moralità è anch'essa una cotal
rappresentazione di cosa
sacra : morali si deve essere, soltanto
bisogna ricercare il vero
modo d'esser tali.
Però
nessuno ha ardire di domandare se la moralità non sia
essa
stessa opera della fantasia : essa è tenuta superiore ad
ogni
esame : immutabile. E così procede dal sacro al santo,
e, grado
grado, dal " santo " al
" sacrosanto ".
E
uso distinguere gli uomini in due classi:
quella dei colti e
quella degli ignoranti.
I
primi, per rendersi degni del loro nome, si occupano dei pen-
sieri,
dello spirito, e poichè, vivendo nell'êra
cristiana in cui la
idea è il principio supremo, erano essi
i padroni, pretendevano un
cieco rispetto ai pensieri da loro
riconosciuti per buoni. Lo Stato,
la Chiesa, Dio, la moralità,
l'ordine, tali nomi hanno queste idee,
spiriti che non esistono
che per lo spirito. Di esse il bruto ha
tanta cura quanto n'ha il
fanciullo. Epperò gli ignoranti altro non
sono che
fanciulli, e chi non pensa che a soddisfare i bisogni del
corpo,
si mantiene indifferente verso quegli spiriti; ma poichè
si
sente troppo debole di fronte ad essi, ei s'assoggetta alla
loro
potenza ed è per ciò dominato dalle idee. Ecco
il significato della
gerarchia.
La
gerarchia importa dominazione dell'idea
dominazione
dello spirito!
Noi
siamo gerarchici anche ai dì nostri, oppressi da coloro
che
traggon la lor potenza dalle idee. L'idea è la cosa "
sacra ".
Ma
l' uomo colto e
l'ignorante contrastano in ogni tempo tra
loro: nè il
conflitto avviene sempre tra due persone diverse, ma
talvolta
anche nello stesso uomo. Poichè nessun uomo è così
colto
da non trovar piacere nelle cose esteriori (e in ciò
egli procede
da barbaro), e nessun ignorante, per contro, è
del tutto sprovvi-
sto d'idee. In Hegel s'appalesa finalmente
l'ardente ispirazione
dell'uomo colto verso le cose e la
ripugnanza a ogni teorica vana,
Secondo Hegel all' idea dovrebbe corrispondere in tutta la
��� 67 ���
realtà
il mondo delle cose, e fuor della realtà non dovrebbe
esi-
stere alcun concetto.
Per
ciò il sistema di questo filosofo fu detto il più
oggettivo,
come se in lui il pensiero e le cose celebrassero la
loro unione.
Ma questa non era in fondo che l'estrema violenza, il
massimo
despotismo, l'autocrazia del pensiero, il trionfo dello
spirito; e per
conseguenza il trionfo della filosofia.
Oltre
a questo confine la filosofia non può procedere ; giac-
chè
il suo fine supremo è il dominio
assoluto, l'onnipotenza del
pensiero (1).
Gli
uomini spirituali si sono fitti in capo una qualche cosa,
che
dev'esser attuata. Essi hanno certo lor concetto dell'amore,
che
vorrebbero veder tradotto in realtà;
quindi si danno a credere
di poter
fondare sulla terra un regno, nel quale ogni azione non
sarà
più informata all'egoismo, ma ali' "
amore " soltanto. L'amore
deve imperare. Ora ciò
che costoro si sono fitti in capo, come po-
trebbe aver nome
diverso da quello di idea fissa?
Un
qualche guasto è nel loro cervello. E l'incubo più
oppri-
mente è l'uomo
come tale. Si pensi al proverbio: "
la via della
perdizione è lastricata di buoni propositi ".
Il proposito di attuare
in sè stesso l'umanità, di
diventar uomo perfetto, è uno di quelli
che conducono alia
perdizione di cui parlammo poc'anzi. Alla
stessa specie
appartengono i propositi di diventar " buoni,
nobili,
affettuosi, ecc. ".
Nel
sesto fascicolo delle sue Cose memorabili, a pagina 7,
BR.
BAUER, dice :
L
Quella classe borghese che doveva avere
una sì triste
azione sulla storia moderna, non è
capace di alcun sacrifizio, di
alcun entusiasmo per un'idea, di
nessuna elevazione: essa non
altro consegue che l'interesse della
sua mediocrità ; e, sempre
racchiusa in sè stessa,
non ottiene la vittoria finale che o per la
forza del numero ���
con la quale sa rintuzzare gli assalti della
passione
dell'entusiasmo, della logica ��� o per la forza della pro-
pria
superficialità, che seppe assorbire una parte delle idee nuove
".
(1)
Rousseau, i
filantropi ed altri ancora, avversarono la coltura e
l'intel-
ligenza, ma non considerarono
che queste si trovavano in tutti i cristiani e
si
restrinsero a combattere la coltura raffinata dei dotti.
��� 68 ���
Ed
a pagina 6 : " Essa sola ha saputo trar profitto delle
idee
rivoluzionarie, per le quali non essa, ma altri uomini
disinteres-
sati o entusiasti, si sacrificarono ; essa ha cambiato
lo spirito in
denaro. ��� Ma ciò le venne fatto solo dopo
avere spuntate quelle
idee, dopo aver
tolto loro la logica, la serietà della lotta contro
l'egoismo
". Cotesta gente non è adunque pronta al sacrificio,
non
è entusiasta, non è ideale, non è
coerente. Secondo l' intelligenza
comune
essa è una gente egoista, interessata, calcolatrice,
spre-
giudicata e crudele.
Ebbene,
chi è " pronto al sacrificio "? Colui che dà
tutto sè
stesso ad una cosa, ad una scopo, ad una
volontà, ad una pas-
sione. L'amante, che abbandona padre e
madre, che affronta tutti
i pericoli e tutti i disagi per
raggiungere il suo fine, non è forse
un di coloro che si
sacrificano? E non è tale l'ambizioso, che dà
in
olocausto all'unica sua passione tutte le
sue brame, e tutte le
sue soddisfazioni; l'avaro che rinunzia a
tutto, per la smania di
accumular tesori ; l' uomo
che d'altro non ha cura che del piacer
suo? Costoro sono
dominati da una passione cui sacrificano tutte
le altre.
E
questa gente che sacrifica se stessa, non è
forse egoista,
interessata ?
Siccome
in loro una passione travolge tutte le altre, essi non
d'altro si
danno pensiero che di soddisfarla, ma vi si adoperano
con tutto
l'impegno, sì da dimenticare ogni altra cosa.
Il
loro affaccendarsi e il loro affannarsi non è altro che
egoi-
smo, ma un ego smo unilaterale,
racchiuso, di corta veduta : e in-
somma un'occasione.
"
Ma queste sono passioni meschine, da cui l'uomo non deve
lasciarsi
soggiogare. Solo per una grande idea, per una causa su-
blime ei
deve sacrificare sè stesso ". Son
forse " idee sublimi
" o "
grandi cause " la gloria di Dio, per la quale
innumerevoli
uomini hanno trovato la morte ; il Cristianesimo che
ha avuto i
suoi martiri volenterosi; la Chiesa fuor della quale
non è sal-
vezza e che tanto avida fu di sacrifici
d'eretici : la libertà e l'u-
guaglianza che vollero a lor
strumento la ghigliottina?
Chi
vive per una grande idea, per una giusta causa, per una
dottrina o
un sistema o una vocazione sublime, non deve per-
metter a sè
stesso alcun desiderio mondano, alcun egoistico inte-
resse.
Questo ci riconduce al concetto del sacerdozio,
che anche
��� 69 ���
potrebbe
chiamarsi (chi riguardi al suo ufficio pedagogico) pe-
dantismo;
poichè un ideale è sempre un pedante.
Il
sacerdote è per eccellenza chiamato a vivere per l'idea,
ad
operare per la buona causa. Per ciò il popolo sente
intimamente
quanto poco si addica al prete il mostrar arroganza,
il deside-
rare una vita agiata, di prender parte ai divertimenti,
quali la
danza ed il giuoco, il far
mostra, in una parola, di altri interessi
ali'infuori dei "
sacri ". In ciò forse ha giustificazione la
scarsa
retribuzione dei maestri, i quali si sentono già
premiati dalla
santità della loro profess one e sono
costretti a rinunziare agli
altri vantaggi.
Nè
manca una gerarchia delle idee sacre, che in tutto o in
parte
l'uomo deve professare. La famiglia, la patria, la scienza
devono
trovare in lui un servo fedele agli obblighi professionali.
E
qui ci abbattiamo alla falsa credenza,
antica quanto il
mondo (il quale non ha ancora appreso a fare di
meno dei preti) :
che, cioè, vivere e creare in prò
d'un'idea sia
il vero fine del-
l'uomo e che il valore di lui debba
commisurarsi alla riguar-
dosa esattezza con cui adempie a
quell'intento.
E
questo il dominio dell' idea o, se meglio vi piace la parola,
il
pretismo. Robespierre,
ad esempio. St.
Just ed altri, erano preti
nell'anima,
entusiasti, stromenti obbedienti dell' idea, uomini ideali.
St
Just esclama in una delle sue orazioni : "
Vi è qualcosa di ter-
ribile nell'amor di patria; esso è
così imperioso da sacrificar tutto
senza misericordia,
senza tema, senza riguardi umani alla salute
pubblica. Esso
precipita Manlio nell'abisso, sacrifica gli affetti
privati,
guida Regolo a Cartagine,
spinge un Romano a
gettarsi
nella voragine e colloca Marat, vittima della sua
devozione, nel
Pantheon ".
A
tali rappresentanti di interessi ideali o sacri si oppone una
folla
d'innumerevoli interessi " personali " e profani. Ma
nessuna
idea, nessun sistema, nessuna causa santa è così
grande che essa
non debba essere soverchiata dagli interessi
personali. Se questi
tacciono a tratti nella età di
sconvolgimenti e di fanatismo, ri-
prendono in breve il loro
predominio in virtù " del buon senso
del popolo ".
Quelle idee non riescono vittoriose se non allor-
quando cessano
dall'essere avverse all'interesse personale e sod-
disfanno
l'egoismo.
Il mercante d'acciughe che offre la sua mercé, gridando sotto
��� 70 ���
la
mia finestra, ha un interesse personale a venderla in gran
quan-
tità, e se sua moglie o gli amici gli augurano che
ciò avvenga,
ciò è pur sempre per l'interesse
puramente personale di lui. Se
invece un ladro gli rubasse il
canestro che contiene la sua mer-
canzia, si ridesterebbe
l'interesse di molti, di tutta la città, di
tutto il paese
o ��� a dirla in breve ��� l'interesse di tutti coloro
che hanno
in orrore il furto: a questo interesse sarebbe del tutto
estranea
la persona del merciaiuolo, e gli sottentrerebbe la classe
dei «
derubati ».
Ma
anche in questo caso tutto si risolverebbe alla perfine in
un
interesse personale giacche ognuno penserebbe esser suo
do-
vere di concorrere alla punizione del ladro, per impedire che
il
furto si estenda e ne possa diventar vittima egli stesso. E
per
quanto sia difficile ammettere un tale ragionamento conscio
presso
molte persone, si udrà tuttavia proclamare
generalmente che " il
ladro è un delinquente ".
Ecco che ci troviamo di fronte a un
giudizio dacchè
l'azione del ladro è dichiarata un " delitto ".
Ora
le cose stanno in questo modo: quand'anche il delitto non
recasse
il più lieve danno nè a me nè ad altri,
cionondimeno io
imprecherei sempre contr'esso. Perchè?
Perchè io sono entusiasta
della moralità, sono
compreso dell' idea della moralità; e per ciò
combatto
ciò che le è contrario. Appunto perchè crede
degno di
biasimo il rubare, Proudhon può ritenere
d'aver a bastanza vi-
lipesa la proprietà definendola un
furto. Agli occhi dei preti esso
è senz'altro e in tutti i
casi un delitto o per lo meno una con-
travvenzione.
E
qui finisce l'interesse personale. Quella persona che ha
rubato il
canestro mi è del tutto indifferente: io mi
interesso
unicamente, al furto per sè stesso ��� al
concetto, cioè, che nel
ladro è
rappresentato.
Ladro
e Uomo son nel
mio spirito termini inconciliabili,
poichè non si è
veramente uomo essendo ladro; si disonora l'uomo
o
la umanità quando si ruba. E dimenticato il lato
personale
della cosa si cade per tal modo nel filantropismo,
nell'amore per
tutti gli uomini, che non è già
amore per ogni uomo singolo, sì
invece amore dell'
uomo in astratto, d'un
concetto irreale cioè,
d'un
fantasma; poi che non è già
����� ���&�������,
gli uomini,
bensì ����
����·�������, l'
uomo, quel che il
filantropo accoglie nel
suo cuore. Vero è che egli si
occupa anche dei singoli, ma uni-
��� 71 ���
camente
perchè spera di veder da per tutto attuato il suo predi-
letto
ideale.
Dunque
non si tratta d'aver cura di me stesso, di
te, di noi :
ciò sarebbe interesse personale e
apparterrebbe al capitolo del-
l' "
amore del mondo "; si tratta invece
d'un amore
celeste, spi-
rituale, pretino;
chè tale è il
filantropismo. L' uomo
deve esser
edificato in noi, anche
se noi, che lo rappresentiamo, dovessimo
perire tutti quanti.
È
una massima clericale al pari di quella che dice :
fiatjustilia
pereat
mundus; l'uomo,
la giustizia, sono idee, fantasmi ai quali
tutto s'immola: per
questo gli spiriti pretini sono quelli che si
"
sacrificano ".
Chi
è antusiasta dell' uomo,
non considera le persone ma l'i-
deale.
L' uomo, per lui non è già una persona, bensì
è un ideale,
un fantasma.
Le
cose più diverse possono esser considerate come
attributi
dell'uomo. Se l'attributo è la pietà,
abbiamo il pretismo religioso;
se
è la moralità, abbiamo il pretismo morale. Per
ciò i chierici
della nostra età vorrebbero
trasformare ogni cosa in " religione " ;
nella religione
della libertà, in quella dell'uguaglianza, ecc. Tutte
le
idee per loro diventano " cause sante ", persino la
pertinenza
ad uno Stato, la politica, la
pubblicità, la libertà di stampa, la
istituzione
delle giurie, ecc. Che cosa significa allora, presa in
questo
senso, la parola " disinteresse "?
L'avere soltanto un inte-
resse ideale senza considerazioni della
persona !
Contro
questo modo di considerar le cose si ribella il duro cer-
vello
dell' uomo mondano, ma per secoli e secoli egli ha dovuto
sempre
soccombere, e curvare il collo caparbio, e " adorare la
po-
tenza superiore ". Il pretismo lo seppe conculcare. Se
l'egoista
mondano era riuscito a respingere lontano da sè
una " potenza
superiore " (per esempio, la legge
dell'antico testamento, il papa
romano, ecc.); una nuova potenza
dieci volte superiore sorgeva ad
avvincerlo (per esempio, in luogo
della legge la fede, in luogo del
clero limitato il mutarsi di
tutti i laici in sacerdoti e cosi via).
Così succedeva
all'ossesso nel quale entravano sette diavoli quando
egli credeva
d'averne cacciato uno.
Nelle
parole del Bauer che
abbiamo sopra citate si nega ogni
idealità alla classe
borghese. Ed è vero proprio che essa falsò da
prima
la conseguenza ideale che Robespierre
voleva trarre dai
��� 72 ���
principi
affermati. L'istinto
del proprio interesse diceva alla bor-
ghesia che quella
conseguenza poco armonizzava coi fini ai quali
essa mirava, e che
il favorire l'entusiasmo per il principio sa-
rebbe stato
un lavorar contro se stessa. Doveva essa forse con-
dursi così
disinteressatamente, abbandonare tutti i suoi fini pel
trionfo di
una teoria immatura? Ciò si conviene bensi egregia-
mente
ai preti, quando trovino chi presti ascolto a queste lor mas-
sime:
" Fa getto d'ogni cosa e seguimi ",
oppure, " vendi tutto
ciò che possiedi, e dallo ai
poveri, con ciò ti acquisterai un tesoro
nel cielo; dunque
vieni e seguimi ". Alcuni idealisti risoluti ob-
bediscono a
tale voce ; ma la maggior parte di essi fanno come
Anania e
Saffira, conducendosi mezzo da preti e mezzo da mon-
dani,
sacrificando cioè insieme a Dio ed al mammone.
Io
non rimprovero già alla classe borghese di essersi
lasciata
distrarre dai suoi fini da Robespierre,
d'aver cioè
interrogato il
proprio egoismo, sinchè questo poteva
consentire coll' idea rivo-
luzionaria.
Ma il rimprovero sarebbe appropriato a coloro (se pro-
prio qui e
il caso di muover rimproveri) che per servire agli in-
teressi
della classe borghese hanno cagionata la ruina
dei propri.
Ma non è da supporsi
che, tosto o tardi, anche essi impareranno
a conoscere ciò
che torna a loro vantaggio? Augusto Bceker
dice
(1): " A guadagnarsi i produttori
(proletari), non è sufficiente
la
negazione dei principii del diritto vigente. La gente
s'occupa
purtroppo assai poco del trionfo delle idee. Bisogna
provare loro
a ad oculos ", in qual modo la vittoria
possa tornar di pratico
vantaggio ". Ed
a pag. 32: " Bisogna prendere la gente dal lato
dei loro
interessi reali, se si vuol agire su di essa ". E subito
dopo
egli dimostra come tra i nostri contadini si faccia
strada
un'immoralità sempre maggiore, perchè essi
guardano assai più
al loro interesse che non alle leggi
della moralità.
I
preti e i maestri della Rivoluzione volevano servire al-
l'"uomo;
per ciò essi tagliavano la testa
agli uomini. I laici o i
profani della Rivoluzione non
erano meno restii nel tegliar le
teste,
ma essi lo facevano pel proprio interesse e poco si cura-
vano dei
diritti dell'uomo.
Onde
avviene dunque che l'egoismo di coloro che propugnano
l'interesse
personale, e con esso si consigliano in ogni occasione,
(1) Filosofia del popolo dei nostri giorni, pag. 22.
_ 73 ���
sia
subordinato sempre a qualche interesse ideale? Da ciò che
la
propria persona apparisce loro troppo meschina, troppo poco
im-
portante (e ciò è di fatto vero), per poter
esigere che ogni cosa
si pieghi al suo volere. Un sicuro indizio
di ciò sta nel dualismo
che si trova in ogni uomo, per cui
egli è come scisso in due parti,
l'una
eterna, l'altra caduta, delle quali or l'una
or l'altra pre-
vale. La domenica si pensa alla salute della parte
eterna, negli
altri giorni a quella temporale; colla preghiera
all'una, col la-
voro all'altra. Costoro hanno in sè
veramente del pretino e non
possono liberarsene! sicchè
tutte le domeniche, nel loro interno,
si sentono fare il sermone.
Quanto
" m hanno lottato e durato gli uomini per rendersi
conto
del dualismo del loro essere! Le idee succedono alle idee
i
principii ai principii, i sistemi ai sistemi; e pure nulla
finora
seppe vincere le obbiezioni dell'uomo " mondano ",
del cosidetto
" egoista ". Non
prova ciò forse che tutte quelle idee erano im-
potenti a
comprendere in se stesse intera la volontà e a soddi-
sfarla?
Esse mi erano e mi sono rimaste avverse, benchè la
loro
ostilità mi sia restata nascosta per lungo tempo. Sarà
la stessa
cosa anche dell' "
individualità "? È
anch'essa un semplice ten-
tativo di mediazione? Qualunque sia il
principio cui mi rivolsi,
io fui
costretto poi ad allontanarmene. Eppure posso io esser sem-
pre
ragionevole, ordinare tutta la mia vita secondo ragione? Io.
posso
bensì aspirare alla " ragionevolezza ", io
posso amarla allo
stesso modo che amo Dio e le altre idee. Io
posso essere filosofo,
posso amar la sapienza allo stesso modo che
amo Dio. Ma quello
che io amo, quello a cui aspiro, non esiste che
nella mia idea,
nella mia rappresentazione, nei miei pensieri : si
trova nel mio
cuore, nella mia testa, m'è tanto caro quanto
il cuore ; eppure non
è l'
" io " ; non sono io.
Dell'attività
degli spiriti ligi al sacerdozio è parte precipua
ciò
che suolsi chiamare " influsso morale ".
L'influsso
morale ha origine là dove incomincia " l'umilia-
zione
", anzi, non è altra cosa che l'
umiliazione stessa, l'abbas-
samento del coraggio verso
l'umiliazione. Se io grido a qual-
cuno, al momento dello scoppio
d'una mina di allontanarsi, io non
esercito con ciò su di
lui alcuna azione morale. Se dico al fan-
ciullo: Tu avrai fame se
non mangi quello che ti viene offerto,
non
esercito con queste parole un influsso morale. Ma se gli dico:
��� 74 ���
Tu
pregherai, onorerai i genitori, rispetterai la croce, dirai la
ve-
rità, ecc., imperocchè ciò appartiene
all' uomo, è la sua vocazione,
o, più ancora, perchè
tale è la volontà divina, l'azione morale non
è
dubbia. Tutti devono inchinarsi dinanzi alla vocazione
del-
l'uomo, e rinunziare alla propria volontà per un
volere estranea
che servirà loro di norma e di legge;
devono umiliarsi dinanzi a
qualche cosa di più
elevato : abbassare sè stessi.
" Chi si umilierà
sarà esaltato ". Sì,
sì, i fanciulli devono essere educati per tempo
a venerar
Dio ; l'uomo bene educato è quello che ha accolto in
sè
" sagge massime " per amore
o per forza.
Se
a proposito di queste cose si fa spallucce, i buoni alzano
le mani
in atto di disperazione ed esclamano: " Per
l'amor del
cielo,
se non si dovessero insegnare ai ragazzi le buone massime,
essi
correrebbero alla perdizione e diventerebbero altrettanti mo-
nelli
scioperati ". Profeti di
cattivo augurio! Diverranno certo
degli scioperati nel senso che
voi intendete, ma questo vostro
senso non è proprio buono a
nulla. Quei monelli insolenti non si
lascieranno più
agguindolare da voi e non proveranno alcuna sim-
patia per le
stoltezze che da secoli vi fanno girare il capo ; essi
aboliranno
il diritto dell'eredità, cioè non vorranno essere
eredi
delle vostre sciocchezze, come voi le avete ereditate
dai vostri
padri; essi cancelleranno la
macchia originale. Quando voi
impor-
rete loro d'inchinarsi dinanzi all'essere supremo, ��� essi
rispon-
deranno : se ei vuole che ci inchiniamo, venga egli stesso
e ci
costringa; volontariamente non c'inchineremo già mai.
E se voi li
minaccerete della sua collera e del suo
castigo, essi terranno tutto
ciò in conto di uno
spauracchio da bambini. Se non vi verrà fatto
d'incutere
loro paura dei fantasmi, il regno dei fantasmi cesserà
d'essere,
ed i raccónti delle bambinaie non troveranno più
alcuno
che presti lor fede.
E
non sono forse per l'appunto i liberali quelli che insistono
sulla
buona educazione e si travagliano per un miglioramento
dei
procedimenti pedagogici? Poichè, come potrebbe tradursi
in atto
il loro liberalismo, la loro " libertà entro i
limiti della legge "
senza una disciplina? Se essi non
educano al timor di Dio con
tanto maggior rigore esigono il timore
degli uomini ; cioè il timore
dell'
uomo; e colla
disciplina ridestano l' "
entusiasmo per la
vera
vocazione umana ".
Per lungo tempo l' uomo si accontentò alla falsa credenza di
��� 75 ���
possedere
la verità,
senza riflettere seriamente, se,
innanzi tutto
non era necessario che l'uomo fosse egli vero
per possedere la ve-
rità.
Erano i tempi del Medio Evo. Con la coscienza comune,
(quella
che serviva a comprender le cose e non poteva percepire
se non ciò
che è accessibile ai sensi), si volle conoscere
l'imma-
teriale, l' insensuale.
Allo stesso modo che alcuno affatica
l'occhio
per poter vedere ciò che è lontano, o
esercita lentamente la mano
a premer sui tasti secondo le regole
musicali, così l'uomo mortifi-
cava nelle guise più
varie il proprio corpo per render sè stesso
capace di
percepire il soprannaturale. Ma ciò che si mortificava,
non
era al postutto che l'uomo sensuale, la coscienza comune,
la
percezione materiale delle cose. Ora siccome quel pensiero,
quel-
l'intelletto, che Luterò col nome di ragione
copre di contumelie,
erano incapaci di comprendere la divinità,
il mortificarli contri-
buiva tanto a conoscere la verità,
quanto si potrebbe sperare che i
piedi educati lungamente alla
danza potessero riuscire a suonare
il flauto mercé
l'agilità acquistata.
Solo
Luterò, col quale finisce il cosidetto Evo Medio,
com-
prese esser necessario che l'uomo stesso diventi un altro,
s'ei vuol
conoscere la verità; che cioè occorreva
ch'egli diventasse altret-
tanto vero, quanto la verità
stessa. Solamente colui che ha fede
nella verità può
sperare di diventarne partecipe; la verità non si
rivela al
credente. Soltanto quell'organo dell' uomo che sa far
uscire il
fiato dai polmoni può imparar a suonare il flauto, e
quel-
l'uomo soltanto può divenir partecipe della verità,
che possiede
l'organo necessario per comprendere. Chi non è
capace di pensare
altre cose che le sensuali, anche nella verità
non cercherà che una
cosa concreta.
Ma la verità è spirito, è del tutto immateriale,
e per-
ciò accessibile soltanto ad una "
coscienza più elevata ", non a
quella
di chi " pensa mondanamente. "
Per
ciò con Luterò si fa strada la convinzione che
la verità,
essendo pensiero, non sia destinata che
al l' uomo pesante. La qual
cosa significa che l'uomo deve
abbracciare quind'innanzi un altro
aspetto dello cose, quello del
cielo, della fede, della scienza, op-
pure del pensiero di
fronte all'oggetto di sè stesso, che è il pen-
sare;
dello spirito di fronte allo spirito.
Soltanto l'eguale può
dunque conoscere l'eguale.
" Tu somigli
allo spirito che tu com-
prendi ".
Poi che il protestantesimo spezzò la gerarchia medioevale,
��� 76 ���
potè
prevaler l'opinione che la gerarchia
per sè stessa ne fosse rima-
sta infranta, e non si volle
comprendere che non si trattava che
d'una semplice " riforma
" cioè d'un ravvivamento
della gerarchia
antiquata. Quella del
Medio Evo era stata una gerarchla debole,
poi che aveva dovuto
permettere che intorno a sè fiorisse indo-
mita la barbarie
profana d'ogni specie; la Riforma, sola, seppe
rialzare la forza
della gerarchla. Bruno Bauer dice
(1) : Allo stesso
modo che la riforma rappresenta in modo
particolare la separa-
zione astratta del principio religioso
dell'arte, dallo Stato e dalla
scienza, cioè la sua
liberazione da quelle forze con le quali nei
primordi della chiesa
e nella gerarchia medioevale erasi collegato
��� così anche
le correnti teologiche ed ecclesiastiche, che uscirono
dalla
Riforma, non sono che 1 attuazione logica di quell'astrazione
del
principio religioso dalle altre forze che regolano l'
umanità.
Ma io ritengo invece che la dominazione o la
libertà dello spi-
rito ��� ciò che in fondo è
la stessa cosa ��� non siano mai state
tanto complesse ed
onnipotenti quanto oggidì, poichè quelle, an-
zichè
scindere il principio religioso dall'arte, dallo Stato e
dalla
scienza, li han trascinati seco fuori del mondo, nel "
regno dello
spirito ", elevandoli ad una religione.
Lutero
e Cartesio
sono stati paragonati felicemente per
le lor
massime : " Chi crede, è un Dio ", "
Io penso, dunque sono (co-
gito ergo sum)
". Il cielo dell'uomo è il
pensiero ��� lo spirito.
Tutto può venirgli tolto,
fuorchè il pensiero e la fede. Una fede
determinata
in Giove, Astarte,
Jeova, Allah,
ecc., può
venir di-
sbrutta, le fede per sè stessa e indistruttibile.
Nel pensare sta la li-
bertà. Quello di cui abbisogno non
può più venirmi concesso per
virtù d'alcuno,
non per la vergine Maria, nè per la intercessione
dei
santi, nè per la chiesa che lega e scioglie, bensì io
me lo pro-
curo da me stesso. In breve il mio essere (il
sum) è
un vivere nel
cielo del pensiero, nello spirito; è,
insomma, un cogitare. Ed io
stesso null'altro sono che
spirito, o pensante (secondo Cartesio),
o
credente (secondo Lutero).
Il mio corpo non è il mio "
io " ; la mia
carne può durare i tormenti dei desideri
e le sofferenze dei casti-
ghi. Io non sono la mia carne,
sono il mio spirito: sono spinto
unicamente.
(1) Anecdota, II, 152,
��� 77 ���
Questa
idea procede attraverso tutta la storia dalla Riforma
sino ai
nostri giorni.
Soltanto
la filosofia moderna, da Cartesio in poi, si è data
se-
riamente a condurre il Cristianesimo verso un effetto
sicuro, pro-
clamando la " coscienza scientifica " quale
unicamente vera e
fornita di valore. Per ciò essa col
dubbio assoluto, col dubitare,
dà
principio alla " contrizione "
della coscienza comune, allonta-
nandola da tutto ciò che
non sia legittimato dallo spirito, dal pen-
sare. Nulla conta per
lei la natura, nulla l'opinione degli uomini
e le "
istituzioni umane "; ed essa non ha tregua sino a tanto
che
non abbia tutto rischiarato col lume della ragione sì da
poter
dire: " il reale è il ragionevole, e soltanto
ciò che è ragionevole
e reale ". Con ciò
essa ha finalmente guidato alla vittoria lo spi-
rito, la ragione
: ormai tutto è spirito, poi che tutto è
ragionevole,
così la natura come le più bizzarre
opinioni degli uomini; poi-
chè « ogni cosa deve
servire pel suo meglio , cioè al trionfo
della ragione.
Il
dubitare del Cartesio contiene l'affermazione recisa, che
il
cogitare soltanto, soltanto il pensare sia lo spirito. E
ripudiata
dunque la coscienza " comune " che assegnava
una realtà alle cose
" irragionevoli " ! Soltanto
il ragionevole esiste, solo lo spirito
esiste! Questo è il
principio, nella sua essenza cristiana, della mo-
derna filosofia.
Già Cartesio distingueva rigorosamente il corpo
dallo
spirito. E il Goethe dice
che " lo spirito è quello che si edi-
fica il corpo ".
Ma
anche questa filosofia, la cristiana, non sa come liberarsi
dal
ragionevole e grida perciò contro quel che è "
puramente sub-
biettivo ", contro le " idee improvvise,
le accidentalità, gli arbi-
trii " ecc. Non chiede
essa forse che il " divino " si manifesti
in ogni cosa,
e che ogni coscienza diventi una scienza del divino,
e che l'uomo
veda Dio in ogni dove ? ma Dio non si trova mai
scompagnato dal
diavolo.
Per
ciò non può dirsi filosofo chi ha bensì gli
occhi aperti
alle cose del mondo, uno sguardo chiaro e non velato,
un giudizio
sereno intorno al mondo, ma nel mondo non vede che il
mondo
e negli oggetti i puri oggetti; bensì filosofo è
soltanto colui che
nel mondo scorge il cielo, nelle cose terrestri
il soprannaturale,
nel mondano il divino;
e sa dimostrarlo e provarlo.
Quegli che,
sia pur dotato dell'intelletto più acuto,
proclama la massima:
��� 78 ���
"
Ciò che non vede l'intelletto
dell'uomo intelligente, nella sua
semplicità lo
mette in opera l'intelletto del bambino, animo infan-
tile occorre
per essere riconosciuti filosofi ", costui non possiede
che
la coscienza " comune " ; invece chi conosce e sa
proclamare
il " divino ", ha una coscienza scientifica.
Per questa ragione,
Bacone fu
cacciato dal regno dei filosofi.
Del
resto, la filosofia cosidetta inglese non ha saputo produr
nulla
di meglio delle scoperte dei cosiddetti " spiriti aperti ",
Ba-
cane e Hume. Gli
inglesi non seppero elevare ad
un'importanza
filosofica " l'animo infantile ", non
conobbero l'arte di creare dagli
" animi infantili " dei
filosofi. Ciò vuol dire: la loro filosofia non
seppe
diventar " teologica ".
Eppure soltanto quale teologia essa
può svilupparsi e
perfezionarsi interamente. Nella teologia essa
deve contorcersi in
disperata agonia. Bacone non si curava delle
questioni
teologiche e dei punti cardinali.
La
vita è invece l'oggetto della conoscenza del pensiero
tede-
sco, poi che questo, meglio d'ogni altro, sa discendere ai
princi-
pii ed alle fonti dell'esistenza, e solo nella conoscenza
vede la
vita. Il cartesiano " cogito, ergo sum "
significa: " Si vive solo
quando si pensa ". Vita di
pensiero vuol dire: " vita spirituale "!
Lo
spirito solo vive, la vita sua è la vera vita. E così
nella natura
le " leggi eterne " (lo spirito)
rappresentano la vera vita. Solo
il pensiero, negli uomini come
nella natura, vive; tutto il resto
e morto ! A codesta astrazione,
alla vita delle generalità o delle
cose apparentemente
inanimate si deve giungere facendo la storia
dello spirito. Dio,
che è spirito, vive lui solo. Nulla vive allo
infuori del
fantasma.
Come
si può affermare a proposito della filosofia o della ci-
viltà
moderna, ch'esse abbiano conquistato la libertà se esse non
ci
hanno liberato dal dominio dell'oggettività? O sono io
forse libero,
di fronte al despota, se
io, pur non dimostrando timore di lui
personalmente, tremo
tuttavia di contravvenire alla venerazione
che io credo dovergli
essere da me tributata? La stessa cosa è
della civiltà
moderna. Essa non fece che mutare gli oggetti " esi-
stenti
", quelli che in realtà si
onoravano, in oggetti rappresen-
tati, vale a dire in "
concetti ", di fronte ai quali l'antico rispetto
non pure non
si dileguò ma anzi s'accrebbe. Se si prese un po'
in burla
Dio ed il diavolo per la rozza materialità con cui veni-
vano
anticamente rappresentati, si prestò tanta maggior attenzione
��� 79 ���
al
concetto ch'era in essi ". Si sono
liberati dai malvagi, ma il
male è restato ". A cuor
leggero si sconvolse lo Stato, si mutaron
le leggi, senza pensarvi
più che tanto, poichè s'era risoluto di non
sottrarsi
all'impero di ciò che realmente esisteva e si poteva toc-
care
con mano : ma peccare contro il concetto dello Stato, ma
ri-
bellarsi al concetto della legge, chi mai l'avrebbe
osato? In tal
modo si rimase " cittadini dello Stato "
uomini " legali " osse-
quienti alle leggi : anzi si
credette di dover dimostrare maggior
ossequio alle leggi, dopo
aver abolite quelle che apparivan difet-
tose; e lo si fece col
render omaggio allo " spirito della legge ". In
tutto
ciò gli oggetti, solo trasformati, avevano conservato la
lor
supremazia; in breve, si era ancora in preda, all'obbedienza
ed
all'ossessione, si viveva nella " riflessione " e si
aveva un oggetto
per la propria riflessione, oggetto che si
rispettava, si venerava,
si temeva. Non si era fatto altro che
mutar le cose in rappresen-
tazioni, in pensieri
cioè e in concetti, rendendone cosi più intima
e
indissolubile la dipendenza. Cosi, per esempio, non riesce
diffi-
cile emanciparsi
dai comandamenti dei genitori, o sottrarsi alle am-
monizioni
dello zio e della zia, alle preghiere del fratello e della
sorella;
ma della negata obbedienza si prova poi subito rimorso,
e, quanto
meno noi ci arrendiamo a singole pretese che la nostra
ragione ci
dice essere irragionevoli, tanto più teniamo alto il
culto
della pietà, dell'amore della famiglia, restii a
perdonare a noi
stessi l'infrazione del concetto che si ha
dell'amor di famiglia e
degli obblighi della pietà
figliale. Redenti dalla dipendenza della
famiglia esistente, si
cade nella dipendenza ancor più tirannica
del concetto
della famiglia: si è dominati dallo spirito della fami-
glia.
Quella famiglia che si componeva di Gianni
e Ghita, ecc.,
la cui padronanza è
divenuta impotente, continua ad esistere mu-
tata
nel concetto astratto della famiglia cui si applica l'antico
pre-
cetto : bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini; ciò
che nel
nostro caso significherebbe : Io non posso assoggettarmi
alle vo-
stre insensate pretese ; ma quale mia " famiglia "
voi continuate
ad esser l'oggetto del mio amore e de' miei
pensieri: imperocchè
la " famiglia "
è un concetto santo, che non è permesso
d'offendere.
E questa famiglia che ebbe vita nel mio interno,
questa fami-
glia immateriale sarà per me quind'innanzi la
cosa " santa
", il
cui dispotismo sarà le
mille volte più insopportabile, perchè stre-
piterà
senza tregua nella mia coscienza. Questo dispotismo non
��� 80 ���
può
essere infranto, che quando anche il concetto astratto della
famiglia
si dissolva nel nulla. Le parole del Vangelo ; "
Donna,
che cosa ho io di comune con te? " (1); " Io sono
venuto a su-
scitare l'uomo contro il proprio padre e la figlia
contro la ma-
dre " (2) ed altre simili, vengono poste in
correlazione con la
famiglia celeste, con
la vera famiglia, e non significano altro fuor
che la
pretesa dello Stato, per la quale in caso di conflitto tra
esso e
la famiglia, è obbligo di obbedire allo Stato.
Come
della famiglia, così è della morale. Molti si
staccano
dalla morale ma restano servi della moralità. La
moralità è l'idea
della morale, è la sua
potenza spirituale, la sua potenza sulle co-
scienze ; mentre la
morale è troppo materiale, per poter dominare
lo spirito, e
non può assoggettare un uomo "
spirituale ", un co-
sidetto " indipendente ",
un " libero pensatore ".
Il
protestante può dire ciò che vuole ; ma " santa "
è per lui
la " Sacra Scrittura ", la "
parola di Dio ". Chi cessa dal rite-
nerla " santa "
cessa d'essere protestante. Ma per ciò stesso gli
è
" sacro " ciò che in lei è " prescritto
" : l'autorità posta da
Dio, ecc.
Tutto
ciò per lui dev'essere indissolubile, intangibile, "
supe-
riore ad ogni dubbio ", e siccome il " dubbio "
è la cosa più
naturale all'uomo, tutte quelle cose
vengono riguardate come su-
periori all'uomo. Chi non sa
liberarsene avrà la fede : poichè cre-
dere
significa esser vincolato a qualche cosa. Poi che nel
prote-
stantesimo la fede si è fatta più
pura, anche il servaggio è di-
venuto più intimo :
tutte quelle cose " sacre ", son
divenute parte
dell'essere stesso, "
quistioni di coscienza ", " sacrosanti oboli-
ghi ".
Per ciò al protestante e sacra quella tal cosa dalla quale
non
sa liberar Ja
sua coscienza, e la " coscienziosità
" è la virtù che
più di tutte lo
distingue dagli altri.
Il
protestantesimo ha ridotto l' umanità
in uno stato affatto
simile alla " polizia segreta ". La
spia continuamente origliante
della " coscienza " vigila
ogni moto dello spirito: ogni azione e
ogni pensiero, è per
lei " questione di coscienza ". In questo an-
tagonismo
tra l' "
istinto naturale " e la " coscienza " (plebe e
polizia
interiore) vive il protestante. La ragione della Bibbia (al
(1) GIOV., 2, 4.
(2) MATT., 10, 35.
��� 81 ���
posto
della cattolica ragion della Chiesa), è tenuta in conto
di
sacra, e il sentimento che la parola della Bibbia è
sacra si chiama
coscienza.
Con
ciò si fa entrare per forza la santità nella
coscienza
dell'uomo. Chi non sa liberarsi dalla coscienza, della
cosa sacra,
potrà, è vero, agire contro coscienza,
ma giammai indipendente-
mente dalla coscienza.
Il
cattolico si sente soddisfatto, quando ha eseguito un or-
dine;
il protestante opera secondo la sua "
miglior scienza e co-
scienza ". Il cattolico non è
che un laico, il protestante è sempre
"
sacerdote ".
Questo
perfezionarsi dello spirituale è il progresso segnato
dalla
Riforma sul Medio Evo, ma ne è anche la maledi-
zione.
Che
altro era la morale gesuitica fuorchè una continuazione
del
commercio delle indulgenze, con questa sola differenza che
ormai
quegli che otteneva l'indulto
dei peccati, poteva prendere
in esame
l'indulto che otteneva a persuadersi in qual modo gli
veniva tolto
il peccato? poichè in certi casi determinati (così
di-
cono i casuisti) non era affatto peccato ciò ch'egli
aveva commesso.
Il commercio delle indulgenze s'estendeva a tutti
i peccati e a
tutte le contravvenzioni ed aveva fatto tacere tutti
gli scrupoli
delia coscienza. Tutta la sensualità poteva
espandersi a sua posta
purchè si fosse conquistata a suon
di denari la licenza della Chiesa.
Questo favoreggiamento della
sensualità fu continuato dai Gesuiti,
mentre i
protestanti puritani, tetri, fanatici, smaniosi di penitenze,
avidi
di mortificazioni e di preghiere, nella lor qualità di
restau-
ratori del Cristianesimo null'altro volevano
ammettere fuor che
l'uomo spirituale e religioso.
Il
cattolicismo e particolarmente i Gesuiti favorirono con
ciò
l'egoismo e trovarono persin tra i protestanti un
seguito involon-
tario ed inconsciente
riuscendo così a salvarsi dalla
degenerazione
e dalla morte dei sensi.
Contuttociò
lo spirito protestante estende sempre più il suo
dominio, e
il gesuitismo (il quale per lui, che si tiene divino,
non
rappresenta che il " diabolico " necessariamente
insepara-
bile da tutto ciò che è divino), non
ostante tutti gli sforzi, non
può sostenersi in nessuna
parte colle proprie forze, e deve
assistere, come avviene in
Francia, alla vittoria del protestante-
STIRNER : L' Unico ��� 8.
��� 82 ���
simo
nell'ipocrisia borghese, che pone lo spirito al disopra d'ogni
altra
cosa.
Al
protestantesimo vuoisi riconoscere il merito d'aver ricon-
dotto
in onore il " temporale ", per esempio il matrimonio,
lo
Stato, ecc. Ma per esso il temporale
(come il profano) è molto più
indifferente che
non sia pel cattolico, il quale permette al mondo
profano di
esistere, e ne partecipa spesso ai godimenti, mentre il
protestante,
ragionevole e logico, s'appresta a distruggere del tutto
ogni cosa
che sia mondana. Il che gli succede col proclamarla
semplicemente
" sacra ".
Così
al matrimonio è stato tolto il carattere naturale, col
ren-
derlo " sacro ", non già nel senso di
sacramento cattolico che lo
presuppone cosa profana che dalla
Chiesa soltanto riceve la con-
sacrazione, bensì nel senso
ch'esso diventa per sè stesso un non
so che di sacro, un
sacro legame. Così lo Stato, ecc. Una volta
era il papa che
consacrava e benediceva lo Stato e i suoi prin-
cipi ; ora lo
Stato è santo in sè, e tale è pure la maestà
senza
aver bisogno della benedizione sacerdotale.
In
generale si consacrò l'ordine della natura, ovvero il
diritto
naturale, il quale diventò l' "
ordine divino ". Perciò leggiamo,
p.
es., nella Confessione d'Augusta, art.
11: " E così atteniamoci
al
decreto saggio e giusto dei giureconsulti: che l'uomo e la
donna
stiano insieme, è diritto naturale. Se è un diritto
naturale,
è anche un ordinamento di Dio che ha
disposto che così fosse,
e per conseguenza è un
diritto divino ".
E che è mai Feuerbach
se
non un protestante illuminato quando dimostra sacri i
rapporti
morali, non già perchè ordinati da Dio,
bensì per lo spirito che
in essi alberga? Ma il
matrimonio, se veramente risulti da una
libera unione d'amore, è
per sè stesso sacro, per la natura dell'u-
nione
che viene contratta. Quel matrimonio soltanto è
religioso,
il quale è anche vero e
corrisponde all'essenza del
matrimonio,
all'amore.
E
così è di tutti i rapporti morali. Essi non diventano e
non
sono morali, e come tali non vengono tenuti in onore,
che quando
per sè stessi sono riguardati come religiosi.
Vera amicizia non
v'ha se non la dove i limiti
dell'amicizia vengono religiosamente
osservati collo stesso
fervor religioso con cui il credente difende
la dignità del
suo Dio.
" Sacra " è, e dev'essere, per te l'amicizia, sacra la proprietà,
��� 83 ���
sacro
il matrimonio, sacro il benessere d'ogni uomo, ma sacro in
sè,
per sè stesso (1).
Questo
è un moment) molto
essenziale. Nel cattolicismo le
istituzioni mondane possono venir
" consacrate " ed anche "
san-
tificate "; ma, senza la
consacrazione religiosa, non sono sacre;
mentre nel
protestantesimo i rapporti mondani sono " sacri per
sè
stessi ", sacri unicamente perchè sussistono.
Con
la consacrazione che conferisce la santità s'accorda
benis-
simo la massima gesuitica: " lo scopo santifica i
mezzi ".
Nessun
mezzo è per sé stesso santo o non santo : bensì
i suoi
rapporti con la Chiesa, l'utilità ch'esso ha per la
Chiesa, lo ren-
dono tale. Tra questi mezzi c'è anche il
regicidio; se esso era
stato compiuto in prò della Chiesa,
poteva esser sicuro d'essere
santificato, benchè non
apertamente. Pel protestante la maestà è
sacrosanta,
pel cattolico non era tale che quella consacrata dal
pontefice,
anche senza un atto speciale, una volta per tutte. Se
il papa
revocasse la sua consacrazione, il re pel cattolico non
dif-
ferirebbe da un altro uomo qualsisia.
Se
il protestante è intento a trovare anche nelle cose sen-
suali
la " santità ", il
cattolico tende a porre tutto ciò che è sen-
suale
in un luogo appartato, dove, al pari del resto della natura,
continua
a conservare il suo valore.
La
Chiesa cattolica sottrasse dal proprio Stato
consacrato l'i-
stituzione mondana del matrimonio, e lo vietò
ai sacerdoti; la
Chiesa protestante, all' incontro, dichiarò
sacro il matrimonio e i
legami coniugali, quindi non li giudicò
inadatti per religiosi.
Un
gesuita, da buon cattolico, può santificar ogni cosa. Basta
p.
es. ch'egli si dica: Io nella mia qualità
di sacerdote sono ne-
cessario alla Chiesa; ma la servo con
maggior zelo, se posso sod-
disfare i miei desideri; per
conseguenza voglio sedurre quella ra-
gazza, voglio far perire
di veleno questo mio nemico, ecc. Il mio
fine è santo,
perchè è il fine d' un sacerdote, epperciò
santifico i
mezzi. In fin dei conti tutto si risolve in maggior
gloria della
Chiesa. Perchè il prete cattolico dovrebbe
rifiutarsi ad offrire al-
l'imperatore Arrigo VII l'ostia
avvelenata ��� per la maggior glo-
ria della Chiesa?
I protestanti ortodossi levano alta la voce contro ogni " di-
(1) Essenza del Cristianesimo, pag. 408.
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vertimento
innocente " sostenendo che solo le
cose sacre, le spiri-
tuali possono essere innocenti. Tutto ciò
in cui non si può dimo-
strare la presenza dello spirito,
deve essere ripudiato : la danza,
il teatro, le pompe (p.
es. nelle chiese), ecc.
Di
fronte a questo Calvinismo puritano il Luteranesimo
pro-
cede di preferenza sulla via religiosa, vale a dire sulla
via spiri-
tuale; esso è più radicale.
Il
Calvinismo cioè esclude d'un
tratto un gran numero di
cose, perchè
sensuali e mondane, e purifica così la Chiesa ; il
lute-
ranesimo invece cerca di spiritualizzare quante più
cose gli è pos-
sibile, e