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turbato da preoccupazioni morali. Occorre invece opporle la pre-
dicazione e la pratica dell' egoismo, in modo ch'esso rappresenti
un freno costante alle illusorie dottrine altruistiche. Se la dottrina
dell'amore ha libertà ed arbitrio di esercitare una azione pratica,
deve essere altrettanto dell'egoismo. Nella peggiore ipotesi l' una
dottrina val l'altra. E poco importa se, mentre la prima, per giun-
gere al suo scopo, deve escludere il furto e l'omicidio, la seconda
invece ne ha bisogno come di due capi saldi indiscutibilmente ne-
cessari.
Coloro che si trovano d'accordo in queste idee, suggerisce lo
Stirner, dovrebbero mettersi anche d'accordo per una rivolta col-
lettiva. Se essi avessero consapevolezza della loro forza, quei po-
chi eletti che si abbandonano ad atti di egoismo esuberante e
vincitore troverebbero un largo seguito di imitatori pronti e for-
midabili, uniti dalla comunanza dello scopo, e solo divisi dall'in-
dividualità dei mezzi singolarmente scelti.
Il povero, specialmente, deve uniformarsi a questa disciplina
egoistica. Egli deve impadronirsi, rendere sua proprietà ciò che
può soddisfarlo. Ciò che il povero vuole, e deve volere, non è la
libertà di avere ciò che gli manca, perchè tale libertà non gli
darebbe niente: ciò che egli vuole sono le cose stesse che pos-
sono soddisfarlo. Egli vuole chiamarle sue, e possederle come sua
proprietà.
Una libertà che non dia niente, non serve a niente. La
libertà è, per sua essenza, vuota di contenuto. Il povero deve per-
suadersi che non gli basta essere libero di ciò che non vuole ma
deve avere ciò che vuole, ciò che gli occorre. Non gli basta es-
sere libero, deve essere qualche cosa di più, dev'essere proprie-
tario.
La stessa libertà, alla sua volta, deve divenire anch'essa un
attributo della nostra individualità, una nostra proprietà per-
sonale.
Dio, la coscienza, il dovere e la legge sono menzogne, che
non valgono neppure da lontano l'individuo singolo. Quando l'in-
dividuo ha soddisfatto se stesso, ha raggiunto, di necessità, il
massimo benessere. E perchè dovremmo privarcene? E perchè
dovremmo fermarci a metà cammino lasciandoci riprendere da
scrupoli assolutamente ingiustificati?
Il diritto egoistico si può formulare così: a Lo voglio, dunque
è giusto ". In tal modo si esclude che il diritto debba essere con-
cesso all'individuo dallo Stato, o che ci siano diritti innati. La vo-
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lonta individuale è anzi, necessariamente, distruttiva dello Stato.
La volontà individuale e lo Stato sono due potenze nemiche, tra
le quali non è possibile alcuna pace. Quando si saranno messi in
opera tutti i mezzi per eliminarlo, scomparirà anche la nozione
del diritto. Il mio diritto cederà il posto alla mia potenza. E poi-
chè io non reclamerò alcun diritto, potrò anche non riconoscerne
alcuno in altri.
In quanto al dovere, l'uomo è così privo di doveri come un
animale o una pianta. L' uomo non ha alcuna missione da com-
piere, ha solo delle forze; e queste forze si spiegano e si mani-
festano ove sono e come sono; senza che possano rimanere inat-
tive, come non lo può la vita, la quale, se si arrestasse un istante
non sarebbe più la vita. L'individuo deve ragionare così; a Tutto
è mio; raggiungo tutto ciò che mi si vuol sottrarre. Ogni mezzo-
è giustificato per il solo fatto che io lo adopero. E ciò non co-
stituisce la mia vocazione, il mio destino; ma la mia condotta
naturale. Ne m'importa che ciò che io penso sia cristiano o ateo,
buono o cattivo. Dal momento che il mio pensiero mi conduce al
mio scopo, ciò mi basta ".
Il godimento della vita non deve essere sciupato nella devo-
zione o nel sacrifìcio di alcuna personalità diversa dalla nostra.
Ognuno deve solo servire sè stesso. Ognuno deve essere unico.
Chi si considera come più potente, sarà più potente. L'uomo è
così poco legato ad una finalità, come il fiore non sboccia, ne
esala la sua fragranza, per dovere. Ogni uomo è proprietario della
propria potenza, e lo è quando si sente unico. In tal modo ogni
individuo, ponendo la propria causa in sè, questa riposa sul suo
creatore effimero e caduco, che si divora da sè stesso -- ossia ri-
posa sul nulla.
Lo Stirner dunque poteva chiudere l'opera sua con le parole
con le quali l'aveva cominciata: Ich habe meine Sache auf ni-
chts gestellt!
IV.
Così io ho appena indicato, con una linea leggera e traspa-
rente, quello che il lettore troverà esposto con una vibrante copia
di colore e di chiaroscuro nell'opera dello Stirner, non certo scarsa
di amplificazioni minutissime e di una ruvidezza provocatrice di