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tiamo spinti da curiosità verso tutto ciò ch'è misterioso ed appar-
tato e su tutto vogliamo provar le nostre forze.
Quando abbiamo scoperto il segreto, l'intima essenza d'una
cosa, ci sentiamo sicuri; cosi, per esempio, quando ci siamo accorti
che la verga è troppo più debole della nostra caparbietà, essa non
c'incute più timore, noi ci sentiamo ad essa superiori.
Dietro la verga si ergono, più potenti di essa, la nostra osti-
nazione e il nostro coraggio orgoglioso. A poco a poco noi riu-
sciamo a trionfare di tutto ciò che un tempo ci appariva sinistro
e pauroso; della temuta potenza della verga, dello sguardo severo
del padre, ecc., e dietro a tutto ciò noi ritroviamo la nostra ata-
rassia, vale a dire l'irremovibilità, l'intrepidezza, la nostra resi-
stenza, la nostra oltrepossanza, l'invincibilità. Ciò che poc'anzi
ci incuteva timore e rispetto ora ci inspira coraggio; dietro ad
ogni cosa si drizza il nostro ardire, la nostra superiorità; al brusco
comando dei superiori e dei genitori noi contrapponiamo il nostro
audace egoismo, o gli artifici della nostra astuzia. E quanto più
sentiamo d'esser noi, tanto più meschino ci appare ciò che poc'anzi
stimavano impossibile a superarsi. E che cosa è la nostra astuzia,
la nostra accortezza, il nostro coraggio, la nostra ostinazione?
Che cosa, se non spirito?
Per gran tempo ci è risparmiata una lotta, che più tardi non
ci darà tregua, quella contro la ragione. Passano i più bei giorni
dell'infanzia, senza che siamo costretti a contender con la ragione.
Noi non ci curiamo affatto di lei, non accettiamo di contrastar
con essa, non ce ne vogliamo impacciare. Con la persuasione da
noi nulla si ottiene, noi restiamo sordi a tutte le massime, ecc. ;
per contro resistiamo difficilmente alle carezze ed alle punizioni.
L'ardua lotta con la ragione ha principio solo più tardi e dà
inizio ad un periodo nuovo: nella fanciullezza noi procediamo
senza tanti rompicapi.
Spirito chiamasi il primo aspetto nel quale ci riveliamo a
noi stessi e umanizziamo il divino, cioè il fantastico, il sinistro
mistero delle potenze superiori.
Nulla più contrasta il sentimento della nostra fresca giovi-
nezza e della fede in noi stessi: il mondo si ha da noi in dispregio,
giacche noi siamo superiori ad esso, siamo spirito.
Ora soltanto ci accorgiamo di non aver peranco osservato il
mondo con lo spirito, ma solamente con gli occhi del corpo.
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Colle forze naturali noi misuriamo le nostre prime forze.
I genitori s'impongono quale una forza elementare ; più tardi il
detto suona; bisogna abbandonare padre e madre, considerare in-
franta ogni forza naturale. Essi sono superati. Per l'uomo ragio-
nevole, vale a dire per l' " uomo spirituale ", la famiglia non rap-
presenta più una forza naturale : ne segue la rinunzia dei genitori,
dei fratelli, ecc. Se questi " rinascono " quali forze spirituali, ra-
gionevoli, non saranno per nulla quelli che erano prima,
E non soltanto i genitori, ma gli uomini in generale ven-
gono superati dal giovane; essi non sono più un ostacolo per lui,
ed egli non ne tiene più alcun conto giacchè gli si dice allora :
bisogna obbedire più a Dio, che agli uomini.
Tutto ciò che è " terrestre " da quest'altezza s'arretra in una
dispregievole distanza; poichè il nuovo aspetto è il -- celeste.
La condotta del giovane è ora opposta a quella del fanciullo.
Essa è divenuta spirituale, mentre il fanciullo non sentendosi
peranco " spirito " crebbe imparando meccanicamente. Il giovane
non cerca più d'appropriarsi le cose, come, ad esempio, di cac-
ciarsi nella memoria delle date storiche, ma indaga in vece i pen-
sieri che si nascondano nelle cose, come, ad esempio, lo spirito
della storia; mentre, fanciullo, egli comprendeva i nessi, ma non
già le idee, lo spirito, epperciò imparava tutto ciò che gli veniva
fatto di apprendere senza alcun procedimento aprioristico e teo-
rico, cioè senza ricercare le idee.
Se nell' infanzia s'ebbe a superare la resistenza delle leggi
univers a l i , più tardi, in tutto ciò che ci proponiamo di fare, ci
abbattiamo a qualche obbiezione dello spirito, della ragione, della
nostra coscienza, " Ciò è irragionevole, anticristiano, antipatriot-
tico ", ci grida la coscienza e ci trattiene dal fare, quella data
cosa. Noi non temiamo già la possanza delle Eumenidi, la collera
di Poseidone, non il Dio, che vede le cose più recondite, non la
ferula del padre -- bensì la nostra coscienza.
Ora noi seguiamo i nostri pensieri, e noi obbediamo alle loro
leggi, proprio come sino allora noi avevamo ubbidito a precetti
dei genitori o dei superiori. Le nostre azioni s'informano ormai
al nostro pensare (alle nostre idee, alle nostre rappresentazioni,
alla nostra fede) come nella fanciullezza si lasciarono dirigere
dai comandi dei genitori.
Tuttavia anche da fanciulli noi abbiamo pensato; ma i nostri