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ciò essi rendono onore alla santità del matrimonio, riconoscono
inviolabile la santità della castità; e tutto ciò è morale. L'invere-
condia non può giammai elevarsi a tanto da esser cosa morale. Per
quanto l'uomo morale possa giudicar benevolmente e scusare chi
si è reso colpevole d'un atto inverecondo, questo rimane cionondi-
meno un peccato contro un precetto morale, e gli resta impressa
una macchia indelebile: sicchè come una volta castità faceva parte
dei voti claustrali così essa fa ora parte della moralità. La castità
è un bene. Per contro, per l'egoista la castità non rappresenta un
bene per lui necessario ; epperciò non la cura. Che cosa ne segue
pel giudizio dell'uomo morale? Questo: che egli pone l'egoista in
quella sola classe d'uomini ch'egli conosce all'infuori degli uo-
mini " morali " -- cioè in quella degli " immorali ". Egli non può
agire diversamente: deve giudicar immorale l'egoista tutte le volte
che questi non cura la moralità.
Se non agisse in tal modo egli avrebbe già rinunciato alla
moralità, senza confessarselo, e non sarebbe più l'uomo morale nel
senso ch'egli attribuisce a questa parola. Eppure, converrebbe non
vero lasciarsi traviare da tali fatti, i quali oggidì non sono dei più
rari, e considerare che chi cede nelle questioni di moralità può
essere annoverato tanto poco tra le persone " morali ", quanto tra
i cristiani Lessing, il quale nella nota parabola paragona la re-
ligione cattolica, al pari della maomettana e della giudaica, ad un
anello " falso ",
Talora si è andati più oltre che non s'ardisca di confessare.
-- Per Socrate, che rimaneva nel campo della moralità, sarebbe
s ata un'immoralità l'obbedire alle seducenti suggestioni di Critone
e il sottrarsi alla prigione; restarci, era la sola cosa che la mo-
ralità imponeva.
Ma ciò fu possibile solo perchè Socrate era un uomo morale.
A l'incontro " gli scostumati, i perfidi uomini della rivoluzione
" avevano g urato fedeltà a Luigi XVI, e tuttavia decretaroao la
deposizione ed anco la morte di lui, e perciò la loro fu " d'azione
immorale, della quale gli uomini " morali " avranno orrore sin-
chè durerà il mondo.
Più o meno tutto ciò si riferisce alla " moralità borghese "
che i più liberali riguardano con disprezzo. Essa è, come la bor-
ghesia in generale, ancor troppo poco lontana dal cielo religioso
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troppo poco libera per non dover appropriarsene la legge, anzichè
generare delle proprie leggi indipendenti. Tutt'altro aspetto assume
la morali à quando assurge alla coscienza della sua dignità e si
prefigge per unico p incipio determinante l'essenza dell'uomo:
" l'uomo ". Coloro che faticosamente sono giunti a tale coscienza
determinata, ripudiano del tatto la religione il cui Dio non trova
più posto presso all' " uomo ", e coll'applicare il loro trapano alla
nave dello Stato minano anche la " moralità " che nello Stato so-
lamente può prosperare; anzi per essere conseguenti, dovrebbero
rinunziare anche al nome di moralità. Perchè ciò che quei critici
chiamano moralità si distingue essenzialmente dalla " moralità "
politica e borghese " e deve apparire al buon cittadino come una
libertà insensata e sfrenata ". In fondo però essa non ha per sè che
la " purezza del principio ", il quale, l berato dal suo rozzo connu-
bio colla religione, assorge all'omnipotenza nella manifestazione
pu-
rificata di " ummità ". Perciò non bisogna meravigliare se il nome
di moralità vien mantenuto accanto a quelli di libertà, umanità co-
scienza di sè stessi, ecc., e viene adornato forse soltanto d\l predi-
cato di " libera " -- allo stesso modo che lo " Stato " (quantunque
il reggimento borghese ne subisca una diminuzione) si rinnova
sotto la forma di " stato libero " o per lo meno di " società libera ".
Da poi che la moralità perfezionatasi nell'umanesimo ha definito
le sue controversie colla religione, dalla quale storicamente è sorta,
nulla le impedisce di diventar religione per conto proprio. Tra
religione e moralità regna infatti una diversità solo sino a tanto
che i nostri rapporti colla società umana sono regolati e consacrati
dalla dipendenza nostra da un ente sovrumano, ovvero sino a tanto
che tutto il nostro agire è un agire per " l'amor di Dio ". Ma se
si giunge a tale che " per l' uomo l'ente supremo sia rappresentato
dall' uomo medesimo ", quella diversità sparisce, e la moralità --
sottratta alla posizione subordinata che prima occupava -- s'in-
nalza alla perfezione d' una religione.
In tal caso l'uomo, che sino allora era soggetto ad un ente
supremo, ha raggiunto il più alto grado del suo valore, e noi in-
formiamo i nostri rapporti con lui alla stregua di quelli coll'ente
supremo, vale a dire religiosamente : " moralità e pietà " diven-
gono nuovamente sinonimi come ai primi tempi del cristianesimo
e soltanto perche l'ente supremo è divenuto un altro, una condotta