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rinnegano sè stessi perchè sono santi devono fare lo stesso cam-
mino degli empi, e come questi gradatamente vanno profondando
nell'abisso della volgarità e della bassezza, così quelli sono co-
stretti a salire alla più disonorante altezza.
Il mammone terrestre e il Dio del cielo esigono entrambi lo
stesso grado d'abnegazione. L'abietto e il sublime cercano en-
trambi un " bene "; quegli uno materiale, questi uno ideale: il co-
sidetto " bene supremo "; ed entrambi alla fine si compendiano,
dacchè colui che prosegue d'amore le cose materiali sacrifica tutto
ad un fantasma ideale -- la sua vanità -- mentre l'uomo tutto
" spirituale " sacrifica ai godimenti materiali " la vita comoda ".
Gran cosa credono di dire coloro che raccomandano agli uo-
mini " il disinteresse ", Che cosa intendono essi con questa parola?
Probabilmente alcunchè di consimile all' " abnegazione ". Ma chi
è quegli che dev'esser rinnegato e non deve trar profitto da cosa
alcuna? Sembra che debba esser tu stesso! E a profitto di chi ti
si raccomanda il disinteresse? Sempre a tuo profitto, con la sola
differenza che tu col disinteresse procuri " il tuo vero vantaggio ".
A te tu devi esser utile, ma senza cercare di procurarti un
vantaggio. Si ha in conto di disinteressato il benefattore dell'uma-
nità, un Franke che ha fondato il primo orfanotrofio, un O' Connell
che lavora indefessamente in prò della sua patria ; ma si tiene in
ugual conto anche il fanatico, che, come San Bonifacio, mette a
grave pericolo la sua vita per convertire i pagani, o, come Robe-
spierre, sacrifica ogni cosa alla virtù, o, come Korner, si immola
per il suo Dio, per il re e per la patria. Per ciò gli avversari di
O' Connell gli rimproverano d'esser interessato ed avido di lucro,
e la " rendita O' Connell " parrebbe dar loro ragione, e certo è
che posto in dubbio il suo " disinteresse " diviene facile offuscare
il buon nome ond'egli gode presso i suoi seguaci.
Ma che cosa costoro potrebbero provare, se non che 0
J
Con-
nell prosegue un intento diverso da quello ch'egli afferma di pro-
porsi? Che egli cerchi di far danari o di render libero il suo popolo,
non rileva; l' interesse esiste pur sempre, con questa sola differenza:
che il suo interesse potrebbe giovare anche ad altri e diventare per
ciò un interesse comune.
Ora, il disinteresse è forse una cosa irreale? Al contrario,
nulla havvi di più comune? Anzi si potrebbe chiamarlo un oggetto
di moda del mondo civile, tenuto per così necessario che quando
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ad averlo di stoffa solida troppo costi, lo si acquista di qualità
inferiore, a buon mercato, e lo si ostenta in ogni modo. Dove inco-
mincia il disinteresse? In quel punto, propriamente, in cui un in-
tento cessa d'esser proprietà nostra, della quale possiamo usare
a nostro agio, e diviene un fine così vivamente imperioso ch'ei
ci soggioga, un' idea fissa che ci rapisce d'entusiasmo e ci costringe
all'obbedienza. Non si è disinteressati sino a tanto che si sa pa-
droneggiare il proprio scopo ; lo si diviene invece soltanto quando
si giunge a pronunciare il famoso: " Qui mi sto e non posso agire
diversamente ", la frase sacramentale di tutti gli ossessi; lo si
diviene per un fine santo e \ er un corrispondente zelo santo.
Io non sono disinteressato sino a tanto che lo scopo rimane
cosa mia propria, ed io, invece d'abbassarmi ad essere il cieco
strumento del suo compimento, l'ho costantemente in mio potere.
Il mio zelo non sarà perciò minore di quello del fanatico, ma in
pari tempo io mi conserverò freddo, incredulo ed inesorabilmente
nemico verso di esso. Io sono il suo giudice, poi che esso è mia
proprietà. Il disinteresse pullula rigoglioso con la ossessione,
tanto nei possedimenti del demonio, quanto in quelli dello spirito
benigno; da una parte i vizi, le follie -- dall'altra l'umiltà, il
sacrificio, ecc.
Dovunque giri lo sguardo, appaiono le vittime del sacrificio
di se stessi. Ecco, di contro a me è assisa una giovane, la quale
forse da ben dieci anni offre sacrifici sanguinosi alla sua anima.
Coll'opulenza del corpo contrasta il viso pallido e mortalmente
stanco: il suo pallore tradisce il lento dissanguamento in cui la
sua giovanezza perisce. Povera creatura, chi sa quante volte le
passioni hanno fatto palpitare il tuo cuore, quante volte la gio-
ventù ha reclamato impetuosamente i suoi diritti! Quando il tuo
capo si agitava convulso sul molle origliere, quando i ridestati
istinti della natura facevano fremere tutte le tue membra, le tue
vene s'inturgidivano e l'accesa fantasia ti faceva sorgere innanzi
incantevoli imagini voluttuose. Allora ti appariva dinanzi lo
spettro dell'anima e della salute eterna. Tu inorridivi, le tue
inani si giungevano, i tuoi occhi contristati guardavano in alto,
tu pregavi. Le tempeste della natura s'assopivano, la calma sot-
trentrava alla tempesta delle tue concupiscenze. Lentamente le
tue palpebre si abbassavano velando a te la visione della vita;
dalle membra turgide spariva a poco a poco la tensione; nel