< prev
next>
-- 56 --
cuore si quetavano le onde agitate; le mani giunte pesavano
inerti sul seno non più ribelle; un ultimo gemito -- e l'anima
era tranquilla, Tu t'addormentavi per ridestarti l'indomani a
nuove lotte ed a nuove preghiere. Ora la consuetudine della
rinunzia ha raffreddato le vampe del desiderio, e le rose della
tua giovinezza impallidiscono nell'anemia della tua beatitudine.
L'anima è salva, perisca pure il corpo! O Laide, o Ninon, quanto
bene avete fatto a disprezzare quella pallida virtù! Una libera
" grisette " vale mille vergini incanutite nella virtù!
Anche in forma di " principii e di precetti " l'idea fissa si
fa sentire.
Archimede chiedeva un punto fuori della terra per poterla
smuovere. Questo punto cercarono tutti g'i uomini, ciascuno a
suo modo. Esso è il mondo dello spirito, delle idee, dei pensieri,
dei concetti, degli enti: esso è il cielo. I1 cielo è il punto dal
quale si vuole smuovere la terra, dal quale si assiste alla vita
di quaggiù -- e la si disprezza. Assicurarsi il cielo, assicurarsi
per sempre il punto di vista celeste, non è questo che tante
fatiche e tanti dolori ha costato agli uomini?
Il Cristianesimo si è proposto di redimerci dalla dipendenza,
dagli istinti naturali, dalle passioni che ci agitano e ci fanno
schiavi. Con ciò non si volle già che l'uomo non dovesse più
aver passioni, bensì che queste non dovessero possederlo, essere
cioè fisse, insuperabili, invincibili. Ora ciò che il Cristianesimo
ha ordito contro le passioni, non potremmo noi tentarlo contro il
suo stesso precetto, che cioè la nostra destinazione debba venire
dallo spirito (pensieri, imagini, idee, fede,[???] ); non potremmo
noi pretendere che anche lo spirito e la rappresentazione -- l'idea
-- non abbiano più nell'avvenire a determinar l'animo nostro,
ad esser fisse, intangibili o " sante "?
Con ciò si inizierebbe la dissoluzione dello spirito, la dis-
soluzione di tutti i pensieri, di tutte le idee. Allo stesso modo
che prima si diceva: " Noi possiamo avere delle concupiscenze,
ma queste non devono aver noi ", cosi si direbbe ora: " Noi
possiamo avere lo spirito, ma lo spirito non deve aver noi ".
Siccome questa affermazione sembra non avere un chiaro
significato, giova rammentare che, per esempio, presso taluni un
dato pensiero diventa una " massima " la quale tien prigione
-- 57 --
l' uomo stesso, sicchè non è già lui che ha quella massima bensì
è la massima che ha lui.
E grazie a quella massima egli ha " un punto fermo che
gli serve di appoggio ".
Le dottrine del catechismo diventano, senza che noi l'avver-
tiamo, i nostri " principii " ; e non è lecito rigettarle. L'idea o,
ciò ch'è la stessa cosa, lo spirito di tali principii, esercita su noi
un potere assoluto e non consente alcuna obiezione alla " carne ".
Eppure mediante, la " carne " soltanto io posso infrangere la ti-
rannia dello spirito ; poi che soltanto se l'uomo presta ascolto
alla propria " carne ", può intendere interamente sè stesso --
purchè egli sia di ciò capace e intelligente. Il cristiano non sente
l'angustia della sua natura asservita, ma vive nell' " umiltà " ;
per ciò egli non protesta, non mormora contro l'ingiuria che
viene fatta alla sua " persona " ; si ritiene soddisfatto avendo
" la libertà dello spirito ". Ma se una qualche volta la carne
prende la parola, ed il tuono della sua voce è (nè diverso può
essere) " appassionato ", " indecoroso ", " contrario al ben pen-
sare ", " maligno ", ecc., egli crede di sentire le suggestioni d'un
demonio, suggestioni contro il suo spirito (poi che il decoro,
l'imparzialità, il retto pensare, ecc., altro non sono che spirito):
e grida a ragione contro di esse. Cesserebbe d'esser cristiano se
così non facesse. Egli non dà ascolto che alla moralità e tura
la bocca all' immoralità, non dà ascolto che alla legalità e mette
un bavaglio all'illegalità: lo spirito della moralità o della lega-
lità lo tiene prigioniero, ed è un padrone rigido, inflessibile.
Ecco ciò che chiamiamo " il dominio dello spirito " -- il
quale è in pari tempo il punto di vista dello spirito.
E chi intendono redimere i soliti signori liberali ? Quale
libertà invocano essi ad alte grida? Quella dello spirito! Dello
spirito, della moralità, della legalità, della pietà, del timor di
Dio, ecc. Ma ciò vogliano anche gli antiliberali, e il nodo di tutta
la questione sta in questo: che gli ultimi vogliono aver la pa-
rola per sè soli, mentre gli altri ambiscono di godere una parte
di quel vantaggio.
Lo spirito resta per entrambi i partiti il vero signore asso-
luto ed essi contendono unicamente per sapere a chi debba spet-
tare il trono gerarchico, serbato al " rappresentante del signore ".
La miglior cosa è d'assistere tranquillamente alla lotta colla si-