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siano antiche e serie la pazzia e l'ossessione. Poichè nessuno è
più serio del pazzo quand'egli si trova nel punto centrico della
sua pazzia dacchè allora egli prende la cosa tanto sul serio che
non tollera scherzi.
§3. ---- LA GERARCHIA.
La riflessione storica circa il nostro mongolesimo, che io vo-
glio insertare a mo' d'episodio in questo punto, non ha pretesa di
esser fondata, ma è necessaria per servir di spiegazione al rima-
nente.
La storia universale, il cui svolgimento appartiene quasi per
intero alla razza caucasica, sembra aver percorso sinora due ere;
noi fummo costretti a manifestare e a perfezionar nella prima la
nostra essenza di razza negra, nella seconda il mongolesimo (la
cineseria) con cui è necessario finirla egualmente. Il primo periodo
rappresenta l'evo antico, i tempi della dipendenza dalle cose (dal
cibarsi dei galli, dal volo degli uccelli, dallo starnutare, dal lampo
e dal tuono, dillo stormire degli alberi, ecc.); il mongolesimo se-
gna l'età della dipendenza dalle idee, l'evo cristiano. All'avvenire
sono riserbate le parole : " io sono il possessore del mondo delle
cose, io sono il possessore del mondo dello spirito ".
Nel primo periodo avvengono le gesta di Sesostri e si rivela
in generale l'importanza storica dell'Egitto e dell'Africa setten-
trionale. All'èra mongolica appartengono le invasioni degli Unni
e dei Mongoli, sino a quella dei Russi.
Il valore del mio io non può essere che ancor molto basso,
finchè il duro diamante del " non-io " è cosi costoso, come erano
allora " Dio " e il " mondo " Il " non-io " è ancor tenuto quale
un frutto troppo immaturo ed acerbo per poter essere mangiato
ed assorbito deli' Io. Gli uomini s'accontentano di strisciare su
quella sostanza immobile, e vi si affaccendono faticosamente; si-
mili a insetti parassiti, che succhiano l'alimento da un corpo,
senza perciò consumarlo. L'attività dei Mongoli è veramente l'af-
faccendarsi dei vermi. Presso i Cinesi ogni cosa è immutabile;
nulla di ciò che è " essenziale " e " sustanziale " è capace di
mutamento ; ma appunto per questo maggiore è l'affaticarsi in-
orno a ciò che è immanente e porta il nome di " antico ".
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Per tal modo nella nostra êra mongolica non v'ha mutamento
che non si proponga di riformare o di migliorare ; non mai di
distruggere o di consumare. La sostanza, l'oggetto resta. Tutta la
nostra operosità non è paragonabile che a quella delle formiche o
delle pulci, ai giuochi degli acrobati sulla corda immobile dell'og-
gettività, al servizio della gleba sotto la signoria dell' " immuta-
bile ", dell' " eterno ". Il cinese è certo il più positivo di tutti i
popoli, perchè interamente sepolto in mezzo alle sue istituzioni;
ma dalla " libertà limitata ", dalla " libertà entro certi limiti ",
neppure il Cristianesimo ha saputo affrancarsi. Nel più alto grado
di civiltà questa attività ha nome di scientifica; ed è tenuta in
conto di lavoro su di una premessa irremovibile, su di una ipotesi
irrefutabile.
Nella sua forma primitiva e misteriosa la moralità si presenta
quale consuetudine. Condursi secondo il costume e la usanza del
paese -- si chiama allora esser morali. Per ciò una condotta pret-
tamente morale, una moralità pura e genuina, si trova particolar-
mente nella Cina; ove l'uomo si attiene alle consuetudini e ai
costumi antichi, e odia quale un delitto degno di morte ogni in-
novazione. Poichè l'innorazione è il nemico mortale della consue-
tudine, dell'antico, del costante. È fuor di dubbio che l'uomo
mercé l'assuefazione assicura sè stesso contro l'invadenza delle
cose del mondo e si forma un mondo a parte, nel quale egli si trova
a suo agio; si edifica, insomma, il proprio cielo. Il cielo al postutto
non ha altro significato se non quello di vera patria dell'uomo,
dov'egli non è soggiogato da alcuna cosa straniera nè a sè sot-
tratto da alcun allettamento mondano ; dove, deposto il velo ter-
restre, egli ha visto il fine delle sue lotte contro il mondo; dove
nulla insomma gli è più ricusato. Il cielo significa la fine della
rinunzia, il libero godimento. Là l'uomo più nulla rifiuta a sè
stesso, perchè nulla più gli è estraneo o avverso. Ora, l'abitudine è
una " seconda natura ", la quale rivela e redime l' uomo dalla na-
tura sua primitiva, assicurandolo da ogni capriccio di questa. La
consuetudine sapiente dei Cinesi ha previsto tutti gli avvenimenti
possibili, e a tutti ha " provveduto " checchè possa accadere il
cinese sa sempre come deve contenersi e non ha bisogno di diri-
gersi a seconda dei casi : dal cielo della sua quiete nessun acci-
dente imprevisto lo può precipitare. Il cinese ligio alla moralità
e alle sue usanze non si lascia sorprendere e cogliere all' improv-