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principi affermati. L'istinto del proprio interesse diceva alla bor-
ghesia che quella conseguenza poco armonizzava coi fini ai quali
essa mirava, e che il favorire l'entusiasmo per il principio sa-
rebbe stato un lavorar contro se stessa. Doveva essa forse con-
dursi così disinteressatamente, abbandonare tutti i suoi fini pel
trionfo di una teoria immatura? Ciò si conviene bensi egregia-
mente ai preti, quando trovino chi presti ascolto a queste lor mas-
sime: " Fa getto d'ogni cosa e seguimi ", oppure, " vendi tutto
ciò che possiedi, e dallo ai poveri, con ciò ti acquisterai un tesoro
nel cielo; dunque vieni e seguimi ". Alcuni idealisti risoluti ob-
bediscono a tale voce ; ma la maggior parte di essi fanno come
Anania e Saffira, conducendosi mezzo da preti e mezzo da mon-
dani, sacrificando cioè insieme a Dio ed al mammone.
Io non rimprovero già alla classe borghese di essersi lasciata
distrarre dai suoi fini da Robespierre, d'aver cioè interrogato il
proprio egoismo, sinchè questo poteva consentire coll' idea rivo-
luzionaria. Ma il rimprovero sarebbe appropriato a coloro (se pro-
prio qui e il caso di muover rimproveri) che per servire agli in-
teressi della classe borghese hanno cagionata la ruina dei propri.
Ma non è da supporsi che, tosto o tardi, anche essi impareranno
a conoscere ciò che torna a loro vantaggio? Augusto Bceker
dice (1): " A guadagnarsi i produttori (proletari), non è sufficiente
la negazione dei principii del diritto vigente. La gente s'occupa
purtroppo assai poco del trionfo delle idee. Bisogna provare loro
a ad oculos ", in qual modo la vittoria possa tornar di pratico
vantaggio ". Ed a pag. 32: " Bisogna prendere la gente dal lato
dei loro interessi reali, se si vuol agire su di essa ". E subito
dopo egli dimostra come tra i nostri contadini si faccia strada
un'immoralità sempre maggiore, perchè essi guardano assai più
al loro interesse che non alle leggi della moralità.
I preti e i maestri della Rivoluzione volevano servire al-
l'" u o m o ; per ciò essi tagliavano la testa agli uomini. I laici o i
profani della Rivoluzione non erano meno restii nel tegliar le
teste, ma essi lo facevano pel proprio interesse e poco si cura-
vano dei diritti dell'uomo.
Onde avviene dunque che l'egoismo di coloro che propugnano
l'interesse personale, e con esso si consigliano in ogni occasione,
(1) Filosofia del popolo dei nostri giorni, pag. 22.
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sia subordinato sempre a qualche interesse ideale? Da ciò che la
propria persona apparisce loro troppo meschina, troppo poco im-
portante (e ciò è di fatto vero), per poter esigere che ogni cosa
si pieghi al suo volere. Un sicuro indizio di ciò sta nel dualismo
che si trova in ogni uomo, per cui egli è come scisso in due parti,
l'una eterna, l'altra caduta, delle quali or l'una or l'altra pre-
vale. La domenica si pensa alla salute della parte eterna, negli
altri giorni a quella temporale; colla preghiera all'una, col la-
voro all'altra. Costoro hanno in sè veramente del pretino e non
possono liberarsene! sicchè tutte le domeniche, nel loro interno,
si sentono fare il sermone.
Quanto " m hanno lottato e durato gli uomini per rendersi
conto del dualismo del loro essere! Le idee succedono alle idee
i principii ai principii, i sistemi ai sistemi; e pure nulla finora
seppe vincere le obbiezioni dell'uomo " mondano ", del cosidetto
" egoista ". Non prova ciò forse che tutte quelle idee erano im-
potenti a comprendere in se stesse intera la volontà e a soddi-
sfarla? Esse mi erano e mi sono rimaste avverse, benchè la loro
ostilità mi sia restata nascosta per lungo tempo. Sarà la stessa
cosa anche dell' " individualità "? È anch'essa un semplice ten-
tativo di mediazione? Qualunque sia il principio cui mi rivolsi,
io fui costretto poi ad allontanarmene. Eppure posso io esser sem-
pre ragionevole, ordinare tutta la mia vita secondo ragione? Io.
posso bensì aspirare alla " ragionevolezza ", io posso amarla allo
stesso modo che amo Dio e le altre idee. Io posso essere filosofo,
posso amar la sapienza allo stesso modo che amo Dio. Ma quello
che io amo, quello a cui aspiro, non esiste che nella mia idea,
nella mia rappresentazione, nei miei pensieri : si trova nel mio
cuore, nella mia testa, m'è tanto caro quanto il cuore ; eppure non
è l' " io " ; non sono io.
Dell'attività degli spiriti ligi al sacerdozio è parte precipua
ciò che suolsi chiamare " influsso morale ".
L'influsso morale ha origine là dove incomincia " l'umilia-
zione ", anzi, non è altra cosa che l' umiliazione stessa, l'abbas-
samento del coraggio verso l'umiliazione. Se io grido a qual-
cuno, al momento dello scoppio d'una mina di allontanarsi, io non
esercito con ciò su di lui alcuna azione morale. Se dico al fan-
ciullo: Tu avrai fame se non mangi quello che ti viene offerto,
non esercito con queste parole un influsso morale. Ma se gli dico: