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potè prevaler l'opinione che la gerarchia per sè stessa ne fosse rima-
sta infranta, e non si volle comprendere che non si trattava che
d'una semplice " riforma " cioè d'un ravvivamento della gerarchia
antiquata. Quella del Medio Evo era stata una gerarchla debole,
poi che aveva dovuto permettere che intorno a sè fiorisse indo-
mita la barbarie profana d'ogni specie; la Riforma, sola, seppe
rialzare la forza della gerarchla. Bruno Bauer dice (1) : Allo stesso
modo che la riforma rappresenta in modo particolare la separa-
zione astratta del principio religioso dell'arte, dallo Stato e dalla
scienza, cioè la sua liberazione da quelle forze con le quali nei
primordi della chiesa e nella gerarchia medioevale erasi collegato
-- così anche le correnti teologiche ed ecclesiastiche, che uscirono
dalla Riforma, non sono che 1 attuazione logica di quell'astrazione
del principio religioso dalle altre forze che regolano l' umanità.
Ma io ritengo invece che la dominazione o la libertà dello spi-
rito -- ciò che in fondo è la stessa cosa -- non siano mai state
tanto complesse ed onnipotenti quanto oggidì, poichè quelle, an-
zichè scindere il principio religioso dall'arte, dallo Stato e dalla
scienza, li han trascinati seco fuori del mondo, nel " regno dello
spirito ", elevandoli ad una religione.
Lutero e Cartesio sono stati paragonati felicemente per le lor
massime : " Chi crede, è un Dio ", " Io penso, dunque sono (co-
gito ergo sum) ". Il cielo dell'uomo è il pensiero -- lo spirito.
Tutto può venirgli tolto, fuorchè il pensiero e la fede. Una fede
determinata in Giove, Astarte, Jeova, Allah, ecc., può venir di-
sbrutta, le fede per sè stessa e indistruttibile. Nel pensare sta la li-
bertà. Quello di cui abbisogno non può più venirmi concesso per
virtù d'alcuno, non per la vergine Maria, nè per la intercessione
dei santi, nè per la chiesa che lega e scioglie, bensì io me lo pro-
curo da me stesso. In breve il mio essere (il sum) è un vivere nel
cielo del pensiero, nello spirito; è, insomma, un cogitare. Ed io
stesso null'altro sono che spirito, o pensante (secondo Cartesio), o
credente (secondo Lutero). Il mio corpo non è il mio " io " ; la mia
carne può durare i tormenti dei desideri e le sofferenze dei casti-
ghi. Io non sono la mia carne, sono il mio spirito: sono spinto
unicamente.
(1) Anecdota, II, 152,
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Questa idea procede attraverso tutta la storia dalla Riforma
sino ai nostri giorni.
Soltanto la filosofia moderna, da Cartesio in poi, si è data se-
riamente a condurre il Cristianesimo verso un effetto sicuro, pro-
clamando la " coscienza scientifica " quale unicamente vera e
fornita di valore. Per ciò essa col dubbio assoluto, col dubitare,
dà principio alla " contrizione " della coscienza comune, allonta-
nandola da tutto ciò che non sia legittimato dallo spirito, dal pen-
sare. Nulla conta per lei la natura, nulla l'opinione degli uomini
e le " istituzioni umane "; ed essa non ha tregua sino a tanto
che non abbia tutto rischiarato col lume della ragione sì da poter
dire: " il reale è il ragionevole, e soltanto ciò che è ragionevole
e reale ". Con ciò essa ha finalmente guidato alla vittoria lo spi-
rito, la ragione : ormai tutto è spirito, poi che tutto è ragionevole,
così la natura come le più bizzarre opinioni degli uomini; poi-
chè « ogni cosa deve servire pel suo meglio , cioè al trionfo
della ragione.
Il dubitare del Cartesio contiene l'affermazione recisa, che
il cogitare soltanto, soltanto il pensare sia lo spirito. E ripudiata
dunque la coscienza " comune " che assegnava una realtà alle cose
" irragionevoli " ! Soltanto il ragionevole esiste, solo lo spirito
esiste! Questo è il principio, nella sua essenza cristiana, della mo-
derna filosofia. Già Cartesio distingueva rigorosamente il corpo
dallo spirito. E il Goethe dice che " lo spirito è quello che si edi-
fica il corpo ".
Ma anche questa filosofia, la cristiana, non sa come liberarsi
dal ragionevole e grida perciò contro quel che è " puramente sub-
biettivo ", contro le " idee improvvise, le accidentalità, gli arbi-
trii " ecc. Non chiede essa forse che il " divino " si manifesti
in ogni cosa, e che ogni coscienza diventi una scienza del divino,
e che l'uomo veda Dio in ogni dove ? ma Dio non si trova mai
scompagnato dal diavolo.
Per ciò non può dirsi filosofo chi ha bensì gli occhi aperti
alle cose del mondo, uno sguardo chiaro e non velato, un giudizio
sereno intorno al mondo, ma nel mondo non vede che il mondo
e negli oggetti i puri oggetti; bensì filosofo è soltanto colui che
nel mondo scorge il cielo, nelle cose terrestri il soprannaturale,
nel mondano il divino; e sa dimostrarlo e provarlo. Quegli che,
sia pur dotato dell'intelletto più acuto, proclama la massima: