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sotto la monarchia assoluta). Ora lo Stato ha una quantità innume-
revole di diritti da conferire, quali p. es., il diritto di comandare
una compagnia di soldati o il diritto di far lezione alle università;
egli solo gli può conferire perchè gli appartengono, essendo, tutti
cotesti, non altro che diritti politici. E per lo Stato è indifferente
ch'essi sieno conferiti all'uno più tosto che all'altro, purchè quegli
che li ottiene sappia adempire agli obblighi che nascono dall'of-
ficio commesso. Per lui noi siamo tutti uguali e tutti ad un modo
graditi; nessuno è considerato da più o da meno d'un altro. Che
il comando dell'armata sia ottenuto da questo o da quello poco mi
importa, dice lo Stato sovrano, purchè colui che lo consegue co-
nosca bene il suo mestiere. " Uguaglianza dei diritti politici " si-
gnifica adunque che ognuno è in condizione di conseguire qualun-
que diritto che possa essere dallo Stato concesso, pur di adempiere
ai doveri che ne derivano. I quali doveri sono insiti nella natura
del diritto di cui nel singolo caso si tratta, non già in un privile-
gio della persona (persona grata); e cosi ad esempio, la natura del
diritto d'esser officiale importa la necessità d'aver il corpo sano
e certe determinate cognizioni, ma non richiede nobili natali ; se
invece anche al più meritevole dei cittadini talune cariche fossero
precluse, ne seguirebbe un'ineguaglianza nei diritti politici. Tutti
gli Stati odierni, quale più e quale meno, si sono attenuti a questo
principio d'uguaglianza.
La monarchia a classi (cosi chiamerò la rnonarchia assolata,
l'età dei re, prima della rivoluzione) sottometteva il singolo a mille
altre piccole monarchie, le quali erano delle caste: come le corpo-
razioni, la classe aristocratica, il clero, la borghesia, le città, i co-
muni, ecc. In ogni luogo il singolo doveva considerarsi anzitutto
quale un membro di queste piccole divisioni in che la Società era
partita a prestar cieca obbedienza allo spinto al qua'e esse erano
informate, l'esprit del corps. Così al nobile, più di sè stesso doveva
importare della famiglia, dell'onore della sua schiatta. Soltanto in
virtù della corporazione, cui apparteneva, il singolo aveva dei rap-
porti colla corporazione maggiore, che era lo Stato, alla stessa
guisa che nel cattolicismo il singolo comunica con Dio per mezzo
del prete. A ciò pose fine il terzo Stato, col negare arditamente
d'essere, egli stesso, uno Stato, e con l'elevarsi al grado di Nazione.
Con ciò egli creò una monarchia molto più perfetta ed assoluta,
nella quale disparve il principio delle caste prima d'allora domi-
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nante. Non è dunque giusto affermare che la rivoluzione sia stata
diretta contro le prime classi privilegiate, bensì si deve dire che
essa intese ad eliminare le piccole monarchie esistenti entro lo
Stato. Ma infranta la dominazione delle classi privilegiate (anche il
re non era che il re delle classi, non un re borghese) rimanevano gli
individui sottratti al giogo dell'inuguaglianza di classe? Dovevano
essi restare senza alcun legame? No, perchè non per altro il terzo
Stato erasi sollevato se non nell'intento di non più formare uno
Stato tra altri Stati, bensì uno Stato unico. Quest'unico Stato
è la Nazione, lo " Stato " per eccellenza (Status). Che cosa era di-
venuto allora il " singolo "? Un protestante politico ! poichè era
entrato in immediato rapporto col suo Dio, lo Stato, Egli non era
più un nobile in una monarchia aristocratica, non era più un ope-
raio in una repubblica di corporazioni, bensì egli e tutti gli altri
non riconoscevano che un padrone unico, lo Stato dal quale tutti,
senza eccezione, ottennero il titolo onorifico di " cittadini ".
La borghesia è la nobiltà del MERITO : " al merito il premio "
è la sua divisa. Essa aveva lottato contro la nobiltà " oziosa " poi-
chè, secondo il criterio della nobiltà acquisita col lavoro e coi me-
liti, non si nasce già " liberi "; e non la persona in sè, qualunque
essa sia, è libera, ma tale è soltanto quella che di libertà è degna,
quella che onestamente ha " servito " (il suo re, lo Stato, il popolo
negli Stati costituzionali). Col servire si acquista la libertà, cioè
" il merito ", quand'anche il padrone fosse il " mammone ". Bisogna
rendersi benemeriti dello Stato, cioè del principio che informa lo
Stato, del suo spirito morale. Chi serve a codesto spirito dello Stato,
è, a qualunque professione siasi dedicato, un buon cittadino. Agli
occhi dei buoni cittadini gli " innovatori " s'occupano di un' " arte
che non dà pane " ; soltanto il " mercante " è " pratico " ; e dotato
di spirito mercantile è tenuto colui che va alla caccia degli im-
pieghi, colui che nei commerci procura di metter da parte un gruz-
zolo, colui che sa rendersi utile in qualche modo a sè stesso ed
agli altri. Ma se i benemeriti sono avuti in conto di liberi (im-
perocchè di che cosa manca la libertà del borghese che ama i co-
modi, e scrupolosamente attende al suo officio?) i servi sono i liberi.
Il servo ossequioso è l' uomo libero. Quale crudele controsenso! Ep-
pure questa è l'intima significazione della borghesia, ed il suo poeta
Goethe ed il suo filosofo Hegel hanno trovato il modo d'esaltare la
dipendenza del soggetto dall' oggeto, l' obbedienza al inondo ogget-