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ciò ch'essa tiene in suo potere personale, in breve dalla a proprietà
individuale ". Aboliamo adunque la proprietà personale. Nessuno
abbia più cosa alcuna: tutti diventino straccioni. La proprietà
sia impersonale: appartenga d'ora in poi non ai singoli, ma al-
l'associazione.
Di fronte al capo supremo, il solo che avesse diritto a co-
mandare, noi eravamo divenuti tutti uguali, senza valore.
Di fronte all'unico e supremo proprietario -- noi divente-
remo ancora tutti uguali: straccioni. Oggi un individuo può esser
da un altro tenuto in conto d' un misebirale, d' un " nullatenente ".
Domani cesserà anche questa valutazione, e noi saremo tanti strac-
cioni uguali: e poichè tutti uniti formeremo la società comuni-
sta, potremo chiamarci col nome collettivo di " canaglia ".
Quando il proletario avrà potuto fondale la " società " dei
suoi sogni, mercé la quale sarà tolta per sempre la distinzione
tra poveri e ricchi, allora egli sarà uno " straccione ", la qual
cosa non toglie però che egli possa far assorgere questo appel-
lativo a un titolo onorifico, come la rivoluzione ha fatto della
parola " borghese ". Lo straccione è l'ideale del proletario e noi
tutti dobbiamo diventare straccioni.
Ecco, nell'interesse dell' " umanità ", il secondo furto fatto
alla proprietà personale. Non si lascia al singolo nè il comando
nè la proprietà; l'uno fu preso dallo Stato, la Società prenderà
l'altra.
Siccome nella società privata si fanno sentire le miserie più
opprimenti, cosi gli oppressi, cioè gli appartenenti alle classi so-
ciali inferiori, pensano che la colpa ne risieda nella società, e si
accingono in conseguenza al compito di scoprire la società quale
dov'essere realmente.
Ed è antica illusione questa: che la causa d'un male la si
ricerchi in tutti gli altri piuttosto che in noi stessi: nello Stato,
nell'egoismo dei ricchi, ecc., mentre è colpa nostra, e nostra sol-
tanto, se esiste uno Stato e se esistono i ricchi.
Le riflessioni e le conclusioni del comunismo sono in appa-
renza molto semplici.
Come le cose stanno adesso, cioè nelle condizioni politiche
presenti, gli uni, che sono la maggior parte, si trovano in isvan-
taggio in paragone degli altri, che sono la parte più esigua. In
questo stalo di cose, quelli stanno bene, questi male.
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Per ciò è necessario abolire il presente stato di cose, cioè lo
Stato (Status). E che cosa si metterà al suo posto ? Invece del bene
dei singoli -- il bene generale il bene di tutti.
Con la rivoluzione la borghesia divenne onnipotente ed ogni
disuguaglianza fu tolta con l'elevare o l'umiliare ciascuno alla
dignità di cittadino: l'uomo del popolo fu innalzato, -- il no-
bile degradato: il terzo Stato divenne l'unico Stato vale a dire
lo Stato comprendente tutti i cittadini. Ora il comunismo afferma
alla sua volta: la nostra dignità e la nostra ragion d'essere non
sono già in ciò che noi tutti siamo gli uguali figli dello Stato,
tutti nati con gli stessi diritti al suo amore ed alla sua prote-
zione, bensì in ciò che noi tutti dobbiamo vivere l'uno per l'altro.
Questa è la nostra uguaglianza, in ciò solo siamo uguali:
io, e tu, e voi, tutti insomma lavoriamo l'uno per l'altro. Dunque
la nostra uguaglianza è m ciò che ciascuno di noi è un lavora-
tore. A noi non importa d'essere cittadini, nè della condizione
che come tali abbiamo; ma si, invece, d'esser l'uno per l'altro,
cioè che ognuno di noi non esista che per il suo simile, si che
io provveda ai vostri interessi, e voi, alla vostra volta, vi cu-
riate dei miei.
Il tale lavora, p. e., a farmi un vestito quale sarto, io penso
a divertirlo quale autore drammatico o quale funambolo, ecc.,
egli pensa alla mia alimentazione, io alla sua istruzione, ecc.
Dunque nell'esser lavoratori consiste la nostra dignità e la
nostra uguaglianza.
Quali vantaggi ci offre lo Stato borghese? Carichi! E come
vi è considerato il nostro lavoro? Più basso che sia possibile!
Eppure il lavoro rappresenta l'unico nostro valore; l'esser lavo-
ratori è il più alto titolo nostro, il più importante di tutti, e per
ciò deve essere da noi fatto valere e dovrà esser riconosciuto nel
suo vero valore. Che cosa potete voi opporci? Null'altro che il la-
voro. Soltanto in ragione del vostro lavoro o per le vostre presta-
zioni noi vi dobbiamo una ricompensa, non già dunque perchè voi
esistete, o per ciò che voi siete, ma per quello che siete per noi.
Su che cosa fondate le vostre pretese verso di noi? Forse
sulla vostra nascita illustre? No, ma soltanto sul fatto che voi
operate cose a noi gradite o sgradite. Ebbene, sia pure cosi : voi
non terrete conto di noi che per l'utilità che vi recheremo; e noi
adopreremo con voi allo stesso modo. Le prestazioni determinano