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se si trattasse soltanto d'idee e come se verso le idee noi doves-
simo comportarci con disinteresse e con virtù di sacrificio! Ma
quelle idee non sono forse dirette contro gli stessi governanti,
e non provocano esse forse in tal modo l'egoismo?
E i propagatori di quelle idee non mettono innanzi forse la
pretesa religiosa del rispetto alla forza del pensiero, delle idee?
Essi dovrebbero soccombere volontariamente e disinteressatamente,
perchè la divina possanza del pensiero, Minerva, combatte al
fianco dei loro nemici. Ma cotesto sarebbe un atto suggerito dal-
l'ossessione, sarebbe un sacrifizio religioso.
Certamente anche i governi subiscono il fascino religioso e
seguono la potenza direttiva d'un'idea o d'una credenza: ma in
pari tempo sono degli egoisti, senza confessarlo (precisamente
nella lotta contro i nemici erompe l'egoismo latente) sono ossessi
quanto alla loro fede, ma si ritrovano ad essere egoisti di fronte
alla fede degli avversari. Se si vuole far loro un rimprovero, con-
viene imputar loro d'esser ossessi, come gli altri, dalle proprie
idee. Ai pensieri non dovrebbe opporsi alcuna potenza egoistica,
nessuna violenza poliziesca ecc. Cosi credono quelli che hanno
fede nella ragione, ma l'attitudine del pensare e i concetti per
me non sono cose sacre ed io difendo la mia pelle anche contro
di loro: Ciò sarà irragionevole ma se io sono vincolato alla
ragione, io dovrò, secondo Abramo sacrificarle ciò che ho di
più caro.
Nel regno del pensiero (il quale, al pari di quello della fede,
è il regno dei cieli), ha certamente torto colui che adopera la
violenza cieca, come ha torto ognuno che voglia procedere senza
amore pel regno dell'amore -- o che. cristiano si comporti anti-
cristianamente; ciascun di costoro si rivela un egoista, perchè
vuole appartenere a uno di questi regni e sottrarsi tuttavia alle
lor leggi. Ma s'egli vorrà sottrarsi non più alla legge soltanto ma
alla istessa costituzione di questo regno e pretendere di non es-
servi più soggetto, egli apparirà allora a dirittura un delinquente.
Il pensatore è nel suo diritto allorchè lotta contro le idee
del governo (il governo resta di solito muto e nel rispetto della
letteratura nulla sa obiettare); è per contro nel torto, cioè impo-
tente, quando null'altro che pensieri sa metter in campo contra
un potere personale (il potere egoistico chiude la bocca al pen-
satore). La lotta teoretica non può condurre alla vittoria finale e
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la santa potenza del pensiero soccombe alla prepotenza dell'egoi-
smo, dacchè soltanto la lotta egoistica, la lotta di egoisti d'ambo
le parti, può venir a capo d'ogni cosa.
Ma questo è fare del raziocinio un oggetto del capriccio del
singolo -- è ridurlo a un dilettantismo e toglierli ogni impor-
tanza; quest'umiliazione e profanazione del pensare, questo pa-
reggiar l'io che pensa all' io che non pensa, questa rozza, ma pur-
troppo reale, " uguaglianza ", la critica non può formularla, poichè
essa stessa non è che la sacerdotessa della ragione, e di là dal
pensiero non scorge altro che l'universale ruina.
La critica sostiene bensì che essa, qual libera critica, può
trionfare dello Stato, ma si schermisce, in pari tempo dal rimpro-
vero che le vien mosso dal governo dello Stato, ch'essa " sia ar-
bitrio e impudenza "; essa ritiene che non all'arbitrio ed alla im-
pudenza, ma alla virtù sua debba attribuirsi la vittoria. Invece
l'opposto è giusto: lo Stato non può essere vinto che dallo arbitrio
impudente.
Si potrà concludere da questo, per finire, che il critico nella
sua nuova evoluzione non si è già trasformato, ma solo ha " chia-
rito una data quistione " ; se non che egli procede troppo oltre
quando afferma che la " critica critica sè stessa "; essa, o piut-
tosto egli, non ha fatto che criticare un errore commesso e puri ·
ficarsi delle sue a assurdità ". Se il critico presumesse di criti-
care la critica, dovrebbe anzitutto accertarsi se nella ipotesi onde
questa procede c'è qualche cosa che valga.
Dal mio canto io movo dalla ipotesi dell' " io ": della mia
premessa io non mi valgo che per mio vantaggio. Io mi nutro
precisamente della mia premessa e non esisto se non perchè mi
nutro di essa, ma appunto perciò questa è in fine più e meglio
che una ipotesi, poi che siccome io sono l'unico, cosi io ignoro
l'esistenza d'un dualismo in me stesso, del dualismo d'un io che
premette e d'uno ch'è premesso (d'un io imperfetto e d'uno per-
fetto, che sarebbe l'uomo): per me il fatto che " io mi assorbo "
significa che io sono. Io non premetto che sia, perchè in ogni
momento io mi ammetto e creo, e sono " io " non per ciò che
io sia premesso, ma per ciò che io sono ammesso da me medesimo
vale a dire per ciò che io sono in pari tempo il mio creatore e
la mia creatura.
Se le ipotesi fatte sinora devono dissolversi del tutto, esse